Medal of Honor Warfighter - Recensione

Ogni anno impazza la guerra per le più onerose vendite autunnali nel campo dei First Person ShooterEA decide di bissare la strategia dello scorso anno e provare a non dare tregua a COD(visto e considerato che Battlefield stavolta manca dal palinsesto), rilasciando il seguito del buon reboot di Medal of Honor. Preparatevi a rimettere l'uniforme da Tier 1, è di nuovo tempo di salvare il mondo.

Ogni anno impazza la guerra per le più onerose vendite autunnali nel campo dei First Person ShooterEA decide di bissare la strategia dello scorso anno e provare a non dare tregua a COD(visto e considerato che Battlefield stavolta manca dal palinsesto), rilasciando il seguito del buon reboot di Medal of Honor. Preparatevi a rimettere l’uniforme da Tier 1, è di nuovo tempo di salvare il mondo.

Tra terra e mare

Il plot narrativo, ovviamente, non è dei migliori. Impersoneremo nuovamente i veterani Preacher e Mother ma stavolta non saremo più impegnati in una lunga missione in medio-oriente, bensì ci troveremo a spaziare dall’interpretare i Tier 1 e i Navy Seals nel tentativo di sventare la solita minaccia globale in una campagna che cambierà setting in maniera repentina nel tentativo di variare il più possibile l’esperienza di gioco. Nonostante la buona qualità del cutscene e il tentativo di dare più spessore ai personaggi e alle loro vicende personali però, la storia non coinvolge e si palesa come il più classico dei riempitivi tra una sparatoria e l’altra, fallendo nel tentativo di tenere il passo con la forsennata sequenza di azioni a schermo.

Una missione da dimenticare

Se i primi istanti di gioco mostreranno delle scelte di level design buone e un’ottima gestione degli script, tutti i limiti del gameplay alla base del titolo verranno fuori non appena scenderemo sui campi di battaglia. Innanzitutto il feeling delle armi: pessimo. Le bocche da fuoco che imbracceremo risulteranno praticamente dei giocattoli non presentando la minima parvenza di rinculo e caratterizzati da effetti sonori quanto mai ridicoli. Ciò che colpisce maggiormente però è l’imbarazzante linearità dell’incedere, che se fosse accompagnata da buoni scontri non sarebbe nemmeno un problema vista la natura di questo genere di giochi. Tuttavia le schermaglie saranno condite da comportamenti assurdi sia da parte dei nemici che dei vostri alleati, per non parlare di alcune assurdità alla base del gameplay da far accapponare i capelli. I soldatini che dovremo fronteggiare non faranno che vomitarci addosso tonnellate di granate per poi correrci incontro con un bel bersaglio appiccicato sul torace. Capiterà spesso poi di vederli gironzolare per le ristrette aree di gioco senza riuscire a stanarci dal nostro riparo e reagendo con tempi secolari alle nostre azioni. I nostri compagni dall’alto della loro esperienza se ne staranno dietro il loro riparo a sparare dozzine di caricatori senza uccidere un solo nemico! Durante la nostra prova gli avversari uccisi dall’IA amica si sono contati sulle dita di una mano. Non vogliamo poi infierire sulle fasi di sfondamento delle porte che ci chiederanno di scegliere con quale arma (tra un elenco di dieci!) infrangere la superficie per poi non trovarci dietro nemmeno un cane a fare la guardia o sulle sequenze a bordo dei veicoli da pistola alla tempia.
Per fortuna la longevità viene incontro al giocatore evitandogli di prolungare la sua agonia. In 5 orette sarete ai titoli di coda, giusto in tempo per avviare il reparto multigiocatore, a vostro rischio e pericolo anche qui.

Lui è il gatto e io la volpe: siamo in società

La struttura classica dell’intero comparto online di Warfighter, caratterizzata dalle modalità multiplayer più classiche del mondo FPS e da una buona varietà nelle classi di soldato disponibili viene stravolta da un inconcepibile scelta nell’organizzare i team che prenderanno parte agli scontri. Tutti i tipi di partita vedranno le squadre suddivise in sottogruppi di due giocatori. Questo rende quasi obbligatorio il dover collaborare col proprio compagno visto che saremo legati a doppio filo alle sue azioni. Di fatto anche il respawn potrà avvenire solo e soltanto presso la sua posizione oltre che allo spawn point generale dell’intera compagine. Anche nei deathmatch a squadre il gruppo verrà diviso in squadre di due, ma la cosa più inquietante è che nessun giocatore concorrerà per la prima posizione a livello di punti visto il vostro punteggio verrà sommato a quello del vostro compagno, pertanto verrà eletta la miglior squadra della partita e non il miglior giocatore. Se questo rende un minimo profondo il gameplay online, favorendo la cooperazione tra tutti i mini-team della squadra, è pur vero che limita drasticamente le possibilità di gioco e l’appeal che il reparto multigiocatore potrebbe avere sui player più solitari. Una scelta incomprensibile e mal implementate in un titolo del genere.
A poco serve l’ottimo Battlelog che permetterà di competere per la propria nazione e di farla salire nel ranking mondiale o l’interessante modalità estrema in cui non sarà presente l’HUD di gioco e sarà attivo il fuoco amico. La pessima organizzazione della struttura di gioco e, oltretutto, l’infima qualità ed il ridotto numero delle mappe disponibili faranno si che anche il reparto multiplayer del titolo abbia vita brevissima. Almeno il netcode però è stabile, non che questo importi molto purtroppo…

Grande motore, basse prestazioni

Se ci avessero fatto giocare il titolo Danger Close senza dirci che questo orrore è interamente gestito dal Frostbite 2.0 (uno dei motori di gioco più potenti mai creati) non saremmo stati così duri nel giudicarlo. Ma proprio per questo motivo non possiamo che affossare questa ignobile produzione. Interattività ambientale (marchio di fabbrica del Frostbite) ridotta all’osso, mascherata da sequenze scriptate di grande impatto ma che non mostrano assolutamente nulla in quanto a gestione della fisica. Texture piatte e poco definite spiattellate su modelli poligonali ridicoli, animati in maniera veramente deleteria. Versante audio che va a braccetto con quello video, con musiche anonime e un campionamento degli effetti delle armi che sembra fatto con fuochi d’artificio comprati a basso costo su una bancarella del mercato.

Congedati con disonore

Male, malissimo. Medal of Honor: Warfighter è un fallimento su tutta la linea. Difficilmente ci è capitato di vedere un titolo così poco rifinito, a maggior ragione se a lavorarci è un team importante come Danger Close patrocinati da uno dei producer più ricchi e di successo dell’industria come EA. Se poi ci mettiamo che per realizzare il gioco è stato impiegato un engine mostruoso come il Frostibite 2.0 e che nonostante questo si è riusciti nell’impresa di non raggiungere la sufficienza nemmeno sul lato tecnico, bhè non possiamo che sconsigliare l’acquisto a priori. Se la maggiore critica che viene mossa a Call of Duty è quella di non innovarsi mai, dobbiamo dargli almeno atto di mantenersi sempre a livelli più che accettabili, perchè quando un brand glorioso come Medal of Honor fa una fine come questa c’è davvero da preoccuparsi.