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Recensione BLUE REFLECTION Quartet

di: Simone Cantini

Se c’è una cosa che il Giappone mi ha insegnato durante i miei viaggi è che non tutte le storie hanno bisogno di un antagonista da prendere a spadate o di una minaccia cosmica pronta a spazzare via il pianeta per lasciare il segno. A volte basta una chiacchierata al tramonto, una tazza di tè condivisa o il coraggio di affrontare quelle insicurezze che, nella frenesia quotidiana, finiscono troppo spesso dimenticate. Non è un caso se una buona fetta dell’animazione nipponica abbia costruito la propria identità attorno al concetto di iyashikei, quel particolare filone capace di trasformare la normalità in qualcosa di straordinariamente confortante. È proprio da questa filosofia che, nel 2017, Gust diede vita al primo titolo presente in BLUE REFLECTION Quartet

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Chi ha bisogno di eroi?

La serie in questione, fin dal debutto scelse una strada diversa rispetto alla maggior parte dei JRPG contemporanei. Niente guerrieri predestinati, imperi da abbattere o divinità da affrontare, ma un racconto intimista incentrato sulla crescita personale di un gruppo di ragazze, sulle loro paure e sulla difficoltà di trovare un posto nel mondo. Una formula che, complice un budget limitato e un debutto tutt’altro che impeccabile, non riuscì a conquistare il grande pubblico, diventando una piccola perla conosciuta soprattutto dagli appassionati delle produzioni Gust, che non potranno che apprezzare BLUE REFLECTION Quartet.

Eppure, negli anni, il franchise ha continuato a crescere. Prima il sorprendente Second Light, capace di correggere molte ingenuità del capostipite, poi l’anime BLUE REFLECTION Ray e infine il discusso BLUE REFLECTION Sun, il mobile game che, nonostante la chiusura prematura dei server, ha contribuito ad ampliare ulteriormente l’universo narrativo della serie. Un mosaico che, fino a oggi, risultava però frammentato fra piattaforme diverse e contenuti difficili da recuperare.

BLUE REFLECTION Quartet nasce proprio con l’obiettivo di mettere ordine in questo piccolo universo, raccogliendo in un’unica soluzione tutti i tasselli della saga e proponendoli con una veste tecnica aggiornata, diversi contenuti extra e, soprattutto, una versione offline di Sun, preservandone finalmente la storia anche dopo la fine del servizio. Una scelta che rappresenta non solo un’operazione commerciale, ma anche un piccolo gesto di conservazione videoludica, tema sempre più importante in un’industria dove interi giochi rischiano di sparire insieme ai loro server. La domanda, però, è inevitabile: questa collection rappresenta davvero il modo migliore per scoprire BLUE REFLECTION oppure si limita a riunire quattro prodotti diversi senza creare un’esperienza realmente organica?

Un viaggio tra ricordi e sentimenti

Il pregio più grande di Quartet è permettere, per la prima volta, di osservare l’evoluzione della serie nel suo complesso. Giocare il primo BLUE REFLECTION dopo Second Light rende immediatamente evidente quanto Gust sia cresciuta in pochi anni, sia nella costruzione dei personaggi sia nella gestione del ritmo narrativo. Il capostipite continua a mostrare i limiti di una produzione nata con risorse contenute. L’esplorazione è essenziale, il battle system fatica a evolversi e il riciclo delle ambientazioni diventa evidente dopo poche ore. Sarebbe però ingeneroso ridurlo ai suoi difetti, perché è proprio qui che prendono forma le fondamenta emotive dell’intero franchise. Hinako Shirai rimane una protagonista credibile nella propria vulnerabilità e il modo in cui il gioco affronta temi come autostima, pressione sociale e rapporto con il proprio corpo conserva ancora oggi una sensibilità rara nel panorama JRPG.

Se il primo episodio rappresenta le fondamenta della serie, Second Light è invece la dimostrazione di quanto Gust abbia imparato dai propri errori. Non è un caso se molti appassionati continuino a considerarlo il punto più alto del franchise. L’introduzione di Ao Hoshizaki e delle altre ragazze intrappolate nell’accademia sospesa trasforma infatti l’intera struttura del gioco. L’esplorazione diventa più varia, il sistema di combattimento acquista profondità e la gestione dei rapporti fra le protagoniste assume un ruolo centrale tanto nella narrazione quanto nella progressione. La scuola non è semplicemente un hub da cui partire per le missioni, ma una vera casa da vivere. Preparare un pasto, costruire nuove strutture, organizzare momenti di svago o fermarsi a parlare con una compagna diventano attività capaci di rafforzare quella sensazione di quotidianità che rappresenta l’anima stessa della serie. In questo senso il titolo si avvicina molto più a un Atelier che a un Persona.

Fra le aggiunte più interessanti di BLUE REFLECTION Quartet spicca senza dubbio BLUE REFLECTION Ray. La presenza dell’anime permette di seguire l’intero universo narrativo in ordine cronologico, approfondendo personaggi ed eventi appena accennati nei giochi. Una scelta che conferma la volontà di Gust di trattare la saga come un’opera transmediale, dove anime e videogiochi si completano a vicenda. Ancora più significativa è la presenza di BLUE REFLECTION Sun. Dopo la chiusura dei server, il titolo mobile sembrava destinato a scomparire, ma Gust ha deciso di recuperarlo trasformandolo in un’esperienza offline, eliminando le meccaniche gacha e adattandolo a una fruizione tradizionale. Un’operazione che preserva un tassello importante della serie e rappresenta un esempio virtuoso di tutela del patrimonio videoludico.

Alti e bassi di un piccolo classico

La raccolta sorprende anche per la quantità di contenuti collaterali. La galleria di artwork, le tracce musicali, gli storyboard, i documenti dedicati ai personaggi e la timeline dell’universo narrativo trasformano Quartet in una sorta di museo digitale dedicato alla serie. È un contenuto che molti utenti ignoreranno, ma che gli appassionati sapranno apprezzare. Osservare gli schizzi preparatori, confrontare le ambientazioni durante lo sviluppo o ascoltare la splendida colonna sonora di Hayato Asano permette infatti di comprendere meglio il percorso compiuto da Gust.

Se c’è un aspetto che accompagna BLUE REFLECTION fin dalla nascita è quello legato ai limiti produttivi dello studio. Gust non ha mai potuto contare sui budget di Atlus, Square Enix o Bandai Namco e questa differenza emerge anche in Quartet. Chi si aspetta una remaster capace di rivoluzionare l’impatto visivo dei capitoli rischia di rimanere deluso. L’obiettivo della collection non è riscrivere il comparto tecnico della serie, ma uniformarne la fruizione sulle piattaforme moderne. I modelli poligonali risultano più puliti, la risoluzione è stata adeguata agli standard attuali e le prestazioni sono generalmente solide, ma il lavoro si concentra soprattutto sulla qualità della vita più che su una vera revisione grafica. Ed è probabilmente la scelta più sensata.

Intervenire pesantemente sul primo capitolo avrebbe richiesto un investimento simile a quello di un remake, mentre Quartet nasce per preservare l’identità della serie, non per riscriverla. Rimangono quindi animazioni rigide, ambientazioni spartane e texture che tradiscono l’età delle produzioni originali. Paradossalmente, è proprio questo contrasto a raccontare meglio di qualsiasi documentario l’evoluzione dello studio giapponese. Passare dal gioco del 2017 a Second Light significa osservare come Gust abbia acquisito maggiore sicurezza nella gestione degli spazi, nella regia e nella costruzione delle ambientazioni.

Naturalmente Quartet non è esente da difetti. L’assenza di un vero rifacimento tecnico potrebbe deludere chi sperava in una remaster più ambiziosa, così come alcune meccaniche del primo capitolo mostrano inevitabilmente il peso degli anni. Anche l’interfaccia conserva qualche soluzione datata e la qualità generale della raccolta rimane disomogenea proprio perché riunisce opere nate in momenti diversi della storia dello studio. E come sempre, ahinoi, latita anche la localizzazione in italiano, che vista la mole di testi presente non è un difetto da poco.

BLUE REFLECTION Quartet non è la collection perfetta. Le differenze qualitative fra i vari capitoli rimangono evidenti, il primo episodio mostra il peso degli anni e il lavoro di aggiornamento tecnico avrebbe potuto essere più ambizioso. Allo stesso tempo, rappresenta probabilmente il modo migliore per scoprire una delle serie più sottovalutate di Gust. Non soltanto perché riunisce l’intero universo narrativo del franchise in un’unica soluzione, ma perché lo fa con un rispetto verso l’opera originale oggi sempre più raro. È una raccolta che parla prima agli appassionati, ma che potrebbe sorprendere anche chi non ha mai avuto occasione di avvicinarsi a BLUE REFLECTION. A patto, naturalmente, di essere disposti a rallentare il passo.