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Recensione Alcool, proiettili ed antidolorifici: il grande ritorno di Max Payne

Vi racconto una storia. C’era una volta un detective a cui un bel giorno una manica di pazzi uccisero la moglie e la figlia. Il tizio ovviamente non la prese benissimo e pistola alla mano porto un po’ di caldo inferno in quella città gelida di neve. Tra fiocchi grossi come coriandoli, morti ammazzati e psicopatici drogati, il detective, tale Max Payne si fece un nome. Un po’ perché il ragazzo ci sapeva fare. un po’ perché ogni sparatoria si congelava nel tempo come un quadro sospeso di Dalì. Solo più brutto. Da, allora, ne è passato di tempo, ma la leggenda non è scemata. Il bullet time è diventato un vero e proprio marchio di fabbrica destinato a essere ricordato nei secoli e Max. . . Max non se la passa benissimo.

di: Pasquale "corax" Sada

Vi racconto una storia. C’era una volta un detective a cui un bel giorno una manica di pazzi uccisero la moglie e la figlia. Il tizio ovviamente non la prese benissimo e pistola alla mano porto un po’ di caldo inferno in quella città gelida di neve. Tra fiocchi grossi come coriandoli, morti ammazzati e psicopatici drogati, il detective, tale Max Payne si fece un nome. Un po’ perché il ragazzo ci sapeva fare. un po’ perché ogni sparatoria si congelava nel tempo come un quadro sospeso di Dalì. Solo più brutto. Da, allora, ne è passato di tempo, ma la leggenda non è scemata. Il bullet time è diventato un vero e proprio marchio di fabbrica destinato a essere ricordato nei secoli e Max. . . Max non se la passa benissimo.

Acido come il sudore

La serie Max Payne si fa ricordare, oltre per il citato bullet time, per la penna di Sam Lake e per il suo stile metà fumetto, metà tridimensionale che dava alle cutscene un sapore davvero particolare. Ancora oggi su photoshop la gente impazzisce per il classico look alla Payne. Era lecito aspettarsi un ritorno in grande stile che avrebbe omaggiato a un vero e proprio tratto distintivo della serie. Scordatevelo. Max Payne 3 comincia subito col piede giusto, dimostrando come Rockstar sia in grado di mettere mano ad un prodotto aggiornandolo senza snaturarlo. Le prime immagini lasciano a bocca aperta per qualità della narrazione e impatto visivo. Le acide aberrazioni cromatiche prendono il sopravvento sul look comics, buttando una luce del tutto nuova sul racconto. Questa è cattiveria vera signori, quella che puzza non quella dei fumetti plastificati. Una bella rivisitata se la becca anche il nostro eroe che appare appesantito, imbolsito e tristemente alcolizzato senza però perdere quella verve che l’ha reso famoso. Forse è il primo miracolo che questo Payne del 2012 ci porta davanti agli occhi. La vita l’ha pestato per bene, segandogli le gambe con qualche chilo di troppo e tanti pensieri, eppure questo matto combatte ancora come un leone. La vicenda è un buon pretesto per sguinzagliare questo cane rabbioso su una banda di poveri sud americani che, nonostante le cattive, cattivissime, intenzioni, si troveranno a mettere i denti su un osso veramente troppo duro. Tutto ha inizio quando Max decide di cambiare aria per un motivo che raccontarvi sarebbe una vera perfidia. Il buon ex poliziotto come tutti i falliti si mette a fare il body guard per un riccone, ingozzandosi con ettolitri di ambrate bevande. Il passo da qui alla confusione è breve e il povero auto esiliato si trova ben presto nella confusione. Come fuoriusciti da un inaspettato sogno, cominciano a precipitare sul nostro principe azzurro pelato una caterva di pazzi assassini furibondi, pronti a tutto per mettere le mani sui protégée del poliziotto newyorkese. E’ l’inizio di una giostra che ci porterà a seguire il filo della vicenda con un occhio e a tenere l’altro bello aperto nel caso qualcuno volesse colpirci alle spalle. Esplosioni, colpi di scena, cambi di location e tanto tanto ritmo fanno di questo Max Payne il miglior prototipo di genere action cross mediale. Non stiamo parlando dell’ambito esclusivamente videoludico, quanto di intrattenimento ad ampio spettro. Meglio di Die Hard 4, più veloce di The Shield e cattivo quasi quanto Old Boy.

Bullet Time

Si, c’è e funziona. Il tempo rallentato torna in grandissimo stile per mettere mano su un gameplay che rimane sostanzialmente invariato se non si tiene conto delle coperture. Quello che è cambiato è il level design oggi sicuramente più avvolgente e il modo di portare avanti l’intera esperienza. A voler fare i ragionieri, le cose si possono listare in questo modo: afferra un arma, nasconditi, spara, lanciati in un tuffo rallentato, headshot e se ti sei fatto male prenditi un bel anti dolorifico. Il tutto bello incastrato sotto le dita con un layout comandi piuttosto classico e facile da digerire. Il vero problema sorge pad alla mano quanto si affronta tutto quello che c’è tra il punto A (start level) e B (end level). E’ tutta li la differenza. Si, perché anche se l’intelligenza artificiale non è certamente sopraffina, la quantità di azioni è così varia e spettacolare che ogni dannata volta ti senti vergine. Sostanzialmente non c’è differenza tra un colpo sparato da dietro una copertura tra gli occhi di un brasiliano incazzato e un bel tuffo che dura secondi tra due scaffali mentre una torsione del corpo ti permette di centrare in petto un miliziano di una agenzia di sorveglianza privata. Non c’è differenza, appunto.

Brasiliane apocalissi.

Rockstar è quella software house che ti rende con stile pure le favelas. Questo Max Payne è tra le realizzazioni tecniche meglio riuscite, dagli efffetti sonori alla colonna sonora, dai modelli dei personaggi alle espressioni degli stessi nelle cutscene che ti tirano dentro come un brutta partita di bamba. Tutto è “classy” a modo suo dai club disco per ricconi alla periferia che ha colore pure nell’immondizia. Una menzione a parte meritano le sequenze scriptate dove una massiccia dose di bullet time ci permettera di dare vita ad azioni oltre l’umano intelletto. Se riuscite a riordinare nella sequenza giusta un proiettile, una catapecchia, un elicottero, sette bastardi e un missile avrete un quadro parziale di quanto vi aspetta in questo viaggio tra le palme. Di un altro colore e con un altro sapore, invece, i flashback che, quelli si, sanno di casa. Un vero tocco di nostalgia anche nel gameplay che apre tutto un armadio di ricordi. E che ricordi.
Sul versante più tecnico svetta lo splendido level design che si articola quasi sempre su più livelli, eccellenti le atmosfere e devastante il modo di rendere avvolgente e affascinante un mondo fondamentalmente realistico. Peccato per qualche sbavatura della camera che di tanto intanto rende le cose problematiche, ma mai così tanto da essere frustrante.

Il ritorno del Re

Max Payne è tornato col suo carattere di sempre nonostante i grossi sostanziali cambiamenti. Rockstar è riuscita nell’impresa impossibile di tenere fede ad un capolavoro creando un capolavoro che non gli somiglia. Grande azione, una decina di ore di gioco che scorrono con una velocità impressionante e finalmente una difficoltà di gioco ben bilanciata per uno shooter comunque accessibile a tutti. Chapeu Rockstar. Chapeau.