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Recensione Stifled

di: Simone Cantini

Si può far sorreggere ad un’unica e peculiare meccanica il peso di un intero videogioco? Si tratta indubbiamente di una scelta quanto mai rischiosa, visto quanto è propenso ad annoiarsi in fretta il videogiocatore moderno, sempre in cerca di nuovi ed esaltanti stimoli pronti a bombardarlo a distanza ravvicinatissima l’uno dall’altro. Eppure c’è ancora chi ha il coraggio necessario per cimentarsi con sfide così ardue, come i ragazzi di Gattai Games che proprio con Stifled hanno cercato di concretizzare quanto appena scritto.

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Il suono del mondo

Nella produzione del piccolo team di Singapore, composto unicamente da cinque persone, andremo a vestire i panni di David Ridley, un uomo dal passato misterioso e che sembra costretto a convivere con alcuni avvenimenti familiari sin troppo dolorosi. Data la natura fortemente story driven, per quanto mai troppo esplicita e gestita unicamente attraverso documenti da reperire in-game, non mi dilungherò ulteriormente, dato che il rischio spoiler è sin troppo presente. Posso solo dirvi di fare attenzione alla parte finale dell’avventura, dato che per giungere al vero epilogo sarà necessario compiere una particolare scelta. Appare evidente come un plot simile non rappresenti certo un caso eccezionale, ma è sul versante del gameplay che Stifled sceglie di giocarsi tutte le sue carte, proponendo una sistema di interazione quanto mai intrigante ed originale. Per gran parte dell’avventura il nostro misterioso protagonista si ritroverà immerso nell’oscurità più totale e potrà contare unicamente sul rumore dei propri passi e, soprattutto, della sua voce per definire l’ambiente circostante. Spetterà a noi, parlando realmente nel microfono, generare le onde sonore che, in maniera simile a quella dei sonar, andranno a delineare i contorni del mondo in cui ci andremo a muovere. Si tratta di una meccanica senza dubbio intrigante, che per certi versi mi ha riportato alla mente i primi stage di The Unfinished Swan, dotata indubbiamente di un fascino e di un coinvolgimento decisamente unici e particolari. L’aspetto intrigante di tale sistema è che in alcuni frangenti non sarà possibile abusarne in maniera assoluta, dato che a darci la caccia troveremo alcune creature in grado di reagire ai suoni. Sarà in questi casi che il muoversi silenziosamente, magari alla cieca, oppure utilizzare oggetti da lanciare per sviare la loro attenzione si rivelerà di vitale importanza. Pur al netto di questi momenti, circoscritti rispetto alla durata complessiva dell’avventura, è innegabile come Stifled sia più vicino al mondo dei walking simulator piuttosto che a quello degli stealth/survival, dato che durante le circa tre ore necessarie ad arrivare ai titoli di coda (forse), passeremo la maggior del tempo nel tentativo di collegare tra i loro i vari fili che compongono la narrazione. Si tratta di una durata in linea con le velleità di Stifled e che non mi sento in diritto di castigare più del necessario, dato che a causa della sua natura videoludica limitata, per quanto originale, la produzione di Gattai riesce a mettere sul piatto già dopo pochi minuti tutte le sue carte e, pertanto, una longevità allargata sarebbe risultata assai ridondante e inutilmente tediosa.

Il peso della scelta

Pur essendo possibile giocare a Stifled in maniera tradizionale, sprovvisti di PlayStation VR e demandando l’emissione delle onde sonore al grilletto destro, è evidente come la produzione del team finisca per perdere la quasi totalità del proprio fascino se fruita in tale modo. Le emozioni e le soddisfazioni migliori ci vengono, difatti, restituiti se affrontiamo il tutto in completo isolamento sensoriale, stavolta riuscendo a non essere penalizzati in maniera marcatissima anche sul fronte della grafica: l’aspetto estetico di Stifled, difatti, si presenta essenziale nei momenti in cui sarà il sonoro a farla da padrone, restituendo una scena prevalentemente monocromatica ed in cui saranno soltanto i contorni luminosi delle geometrie ambientali ad invadere la scena. Cambia poco anche nelle sezioni normali, laddove la vista non sarà menomata, dato che la complessità poligonale dei vari ambienti non rappresenta un limite evidente per le capacità computazionali del PlayStation VR. Ottimo, data la natura del gioco, il sonoro, che ha nelle strazianti grida delle creature in agguato il suo picco migliore. Da lodare la completa localizzazione in italiano (voci e testi), sempre più una rarità nelle produzioni VR, come sin troppo spesso mi ritrovo costretto a dover evidenziare.

Stifled dimostra come una buona idea possa tranquillamente sorreggere il peso di un videogioco, ma è anche la prova lampante di come non sia sufficiente a creare un capolavoro indiscusso. Il titolo di Gattai Games è di sicuro intrigante e ben realizzato, ma anche incapace di intrattenere sul lungo periodo, proprio a causa della scelta di basarsi unicamente su di una singola meccanica. Sarebbe però anche ingiusto penalizzarlo, dato che l’idea che è alla basa della produzione funziona in maniera egregia (meglio se accoppiata a VR e microfono ovviamente), anche se bastano davvero pochi minuti perché Stifled dimostri al giocatore tutto ciò che è in grado di fare. Da provare sicuramente, magari però a prezzo ridotto.