Recensione di NBA 2K12 - Recensione

Recensione di NBA 2K12 di Console Tribe

Nel cuore della notte guardo, affranto, il lucido pannello del televisore spento, pensando con rammarico che avrei potuto ammirare una match NBA se non fosse stato per il lockout. Allora mi addormento, e sogno. Vedo il tiro di Nowitzki contrastato da Lebron e stoppato da Mutombo, il balletto di Isiah Thomas ignorato da Stockton e Malone, Rodman in tuffo che anticipa Wade, e così Payton, Magic, Akeem, Kareem, Bird, Jerry Wast, Shaq, Dr.J, Ewing, Kobe, Rose e Jordan. Apro gli occhi: l’oscurità della stanza è interrotta da arroganti spie luminose nel cui bagliore si intravede la copertina di un videogioco, un angelo nero che schiaccia a canestro, su sfondo rosso. Richiudo gli occhi. NBA 2K12 esiste.

Legends

Chiediamo perdono a tutte le grandi leggende che non abbiamo citato nell’introduzione ma mettiamo subito le mani avanti dicendo che non li abbiamo certamente dimenticati: diamo dunque il benvenuto anche a Bill Russel, Oscar Robertson, Wilt Chamberlain e Scottie Pippen. E ci fermiamo ai protagonisti, perché citare tutte le vecchie glorie NBA presenti in NBA 2K12 è un’impresa davvero ardua.
The Greatest Players è la modalità di gioco che ci permette di rivivere alcune delle più grandi imprese che le leggende NBA citate fecero nel corso della loro carriera; si tratta complessivamente di quindici match che ci permetteranno di sbloccare circa trenta squadre storiche ma, soprattutto, conoscere le magiche atmosfere dell’epoca. Il lavoro di Visual Concept è davvero sensazionale dal momento che appare subito evidente come nessun dettaglio sia stato lasciato al caso: arene di gioco, abbigliamento tecnico dei giocatori, animazioni tipiche dei campioni, regole di gioco sono aspetti curati in modo quasi maniacale. Il tutto è impreziosito da un eccellente uso di filtri televisivi per quanto concerne la resa grafica: si va dalle riprese delle gesta di Bill Russel in bianco e nero degli anni ’60, con tanto di scritte minimaliste in sovrimpressione, ai colori desaturati delle pellicole degli anni ’70 e ‘80. L’esperimento riuscitissimo di NBA 2K11 è dunque stato ampliato, affiancando a Jordan altri Hall of Fame che hanno reso celeberrima la lega pro nordamericana; la scelta è assolutamente vincente non solo per l’incredibile empatia che le atmosfere sanno regalare ma anche per il gameplay, dal momento che ogni star sul campo esige un approccio diverso alle varie situazioni sul campo.

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Star?

Non è certo un segreto che lo scorso anno la modalità di gioco che più ci divertì fu “Il mio giocatore” e, anticipiamo, le sensazioni sono le stesse anche per NBA 2K12. Premettiamo che tale modalità si può giocare selezionando qualsiasi dei campioni NBA (in questo caso la modalità assume la denominazione “La creazione di una leggenda”) ma la sua “ratio” ispiratrice è sicuramente quella che ci spinge a creare un cestista personalizzato da elevare alla gloria eterna. Pensavamo non fosse possibile ma ancora una volta NBA 2K supera se stesso riguardo all’editor del giocatore, assolutamente fenomenale; le opzioni relative alla modellazione morfologica permettono di fare praticamente tutto grazie ad un’interfaccia molto semplice ed intuitiva e, per chi non volesse cimentarsi in tale opera pigmalionica, c’è la possibilità di affidarsi a delle realizzazioni casuali predefinite. Ciò che lascia esterrefatti è ancora una volta l’editor dello stile del giocatore: scelto il ruolo da interpretare sul parquet e fino a quattro “giocate” caratteristiche, è la volta di definire le animazioni del cestista. Tipo di rilascio, fade-away, in sospensione, in corsa, con virata, in sospensione con saltello, sospensione dal palleggio, tiro a campana in corsa, gancio in corsa, post, palleggio con cambio di mano, dietro la schiena, virata, esitazione e molte altre situazioni di gioco in cui scegliere l’animazione che più ci piace pescando da un roster incredibilmente vasto: per farvi un’idea, solo per l’animazione “forma tiro” è possibile valutare ben ottanta diverse animazioni generiche a cui si aggiungono quelle tipiche di Arenas, Bargani, Barnett, Camby, Duckworth, Lee e Oakley; per avere il quadro generale della situazione, pensate che ci sono almeno altre venticinque animazioni da definire, oltre alla citata “forma tiro”. C’è veramente da perdere la testa.
L’esordio nel campionato più prestigioso del mondo è preceduto da una partita tra le “giovani speranze” su cui stanno puntando gli occhi le squadre che vantano le prime scelte del draft; in relazione alla nostra prestazione, alcuni general manager ci faranno dei brevi colloqui all’interno dello spogliatoio contraddistinti da domande relative alle nostre ambizioni, al rapporto con i tifosi, con i compagni e i media. Per gli appassionati NBA, indimenticabile il momento in cui il commissioner David Stern annuncia il nostro nome. L’evolversi della carriera ricalca a grandi linee quanto visto lo scorso anno ma ci preme sottolineare come i parametri di valutazione delle prestazioni del giocatore siano stati ancora perfezionati; durante la partita, l’I.A. che giudica le nostre azioni è molto più attenta alle dinamiche di gioco, alle cause e agli effetti, con la conseguenza che molto difficilmente il player avrà argomentazioni per criticare un voto negativo.
Voto che non è un feticcio per giocatori dall’ego capriccioso, ma elemento che determina, insieme al raggiungimento di particolari obiettivi, i punti assegnati per migliorare le caratteristiche fisico/atletiche del giocatore. In questo senso, aiutano le sfide sui fondamentali di gioco (tiro, palleggio, difesa, rimbalzo) che è possibile intraprendere, in quantità comunque limitata in relazione alla fase del calendario, per racimolare dei crediti utili per ”upgradare” le caratteristiche citate prima. Come in un gioco di ruolo che si rispetti, i punti richiesti per raggiungere i livelli più alti saliranno esponenzialmente e i match da giocare saranno davvero molti. Al termine di ognuno ritorna la canonica conferenza stampa in cui saremo incalzati dalle domande di affamati giornalisti, le cui risposte avranno conseguenza sui nostri rapporti con la squadra, la lega e i tifosi.

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Season

Il fatto che “Il mio giocatore” sia la modalità che più ci ha entusiasmato non vuol dire certo che sia l’unica a disposizione dei player. Ritorna ovviamente l’ormai classica modalità “Associazione” in cui, dopo aver determinato il numero di squadre utente, durata, draft, il team da utilizzare e altre numerose opzioni, potremo decidere il livello gestionale della franchigia; questo si traduce nella possibilità di gestire il quintetto in campo, osservare le promesse, agire sul mercato, occuparsi dei contratti dello staff e dei giocatori, partecipare al draft e al training camp. Nella pagine principale appaiono le hot news e il calendario mentre il menù gestionale appare muovendo lo stick destro; la navigazione nelle molteplici voci non sfoggia particolari innovazioni ed è rimasto abbastanza intuitivo nonostante qualche passo in avanti in questo senso sarebbe stato lecito aspettarselo. È vero comunque che le varie opzioni sono suddivise in modo coerente: link a NBA.com, calendario, general manager, gestione squadra. Com’è facile intuire si tratta di una modalità molto impegnativa, un must per tutti gli appassionati e sorprendente per tutti gli altri; NBA 2K12 però accontenta anche chi non volesse cimentarsi in virtuosismi manageriali o coloro più propensi ad un approccio easy del gioco: stagione, playoff ed NBA Blacktop. Riguardo a quest’ultima modalità, come annunciato tempo fa da Chris Neider sono state purtroppo eliminate la gare delle schiacciate e del tiro da 3 e si limita, dunque, alla sola partita a 21 punti sul playground. Senza dubbio si tratta di una scelta piuttosto discutibile, in considerazione del fatto che si trattava di due alternative molto divertenti per sessioni di gioco brevi in multiplayer.

!==PB==!
Alleiamoci

Imprescindibile ormai da qualsiasi gioco sportivo dell’attuale generazione, la modalità online studiata per NBA 2K12 mette subito in chiaro come anche l’interfacciabilità con i social network più popolari sia una peculiarità in forte crescita: dopo aver creato il “profilo 2K” è infatti possibile associarlo a Twitter, Facebook e Youtube in modo da mandare foto e video. L’ultimo passaggio è quello relativo alla personalizzazione del giocatore da utilizzare. Diciamo subito che la registrazione non è stata delle più semplici, dato che, superato qualche problema con i server, per attivare l’account è necessario confermare la mail inviata da 2KAccountServices.
“Partita veloce”, “tornei online”, “gioca con gli amici” sono modalità piuttosto standard e non aggiungono nulla di nuovo alle esperienze precedenti; è nella “Alleanza” che invece andremo ad utilizzare il giocatore creato in precedenza.
Dal punto di vista delle modalità, delle opzioni e della stabilità di gioco online, è chiaro che la serie NBA 2K può crescere ancora molto, soprattutto se pensiamo a quello che oggi offre un gioco come, ad esempio, FIFA; il matchmaking, molto lento, parte senza dare la possibilità di personalizzare alcun parametro, come la regione o il tipo di connessione. L’azione di gioco è sempre piuttosto fluida ma i tempi di risposta ci sono sembrati troppo alti. In conclusione, funziona tutto bene con gli amici ma per il resto c’è ampio margine di miglioramento.

Fade-away

Tanto punitiva per giocatori arcade quanto appagante per i patiti delle simulazioni sportive, la giocabilità di NBA 2K12 conferma la tradizione di altissima qualità, ponendosi con estrema disinvoltura nell’Olimpo del genere che rappresenta. Va detto che non è certo una sorpresa dal momento che parte da una base straordinaria che, da ormai due anni, ha letteralmente sbaragliato la concorrenza costretta ad eclissarsi nonostante i proclami. Scordatevi numeri dentro l’area pitturata affollata dalla difesa con conseguente schiacciata, percentuali impossibili con la mano avversaria davanti agli occhi, palla strappata dalle mani grazie alla forsennata pressione di un pulsante: a basket non si gioca così e così non si gioca a NBA 2K12; chi ha già provato l’esperienza dell’universo NBA 2K negli ultimi due anni sa di cosa stiamo parlando. Ogni schema di attacco e difesa, i raddoppi, la circolazione della palla piuttosto che la scelta di tiro, vanno ponderati con attenzione a mai affrontati con leggerezza; si tratta di un gioco duro, che a molti potrebbe apparire frustrante se affrontato con leggerezza e poca pazienza. I movimenti che è possibile eseguire, grazie ad un sistema di controllo eccellente e, soprattutto, ad un’assegnazione di movimenti agli stick in perfetta sintonia con quelli del giocatore, sono centinaia ma perfettamente intuibili e naturali: il movimento, ad esempio, per il tiro da sotto o il fade-away viene dettato dal contesto dell’azione in modo talmente naturale che il player sembra agire sul pad quasi inconsciamente nel modo corretto. NBA 2K12 prevede, comunque, una divertente modalità di allenamento, Training Camp, in cui le grandi leggende fanno da mentore insegnando tutti i movimenti, sia d’attacco che di difesa.

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Sul parquet si nota come la fisica, già fenomenale lo scorso anno, sia stata leggermente migliorata e ciò abbia reso ancora più realistici i contatti tra i giocatori, anche se sono ancora presenti alcune “barriere invisibili” che rendono difficoltosi alcuni movimenti, come le penetrazioni tra le maglie della difesa non troppo strette, almeno alla vista. Un ulteriore passo in avanti è stato fatto riguardo alla I.A. difensiva, dal momento che la reattività e l’attenzione agli schemi e alle marcature ci è sembrata più precisa; per quanto riguarda i movimenti d’attacco, non abbiamo notato grosse novità ma migliorarsi era molto difficile. Del resto, se un colosso mondiale del calibro di EA ha praticamente rinunciato negli ultimi due anni a contrastare l’egemonia della simulazione di Visual Concepts, non può esserci attestato di qualità superiore.

Texturando

Fate un esperimento: inserite il disco di NBA 2K12 nella vostra console, giocate con una visuale televisiva e, senza far trasparire le vostre intenzioni burlesche, chiamate un ignaro parente o amico presente nelle vicinanze: “ehi, che partita NBA stanno dando in TV visto che c’è il lockout?”. Sogghigno diabolico, ma non c’è dubbio che la grafica curatissima del prodotto 2K Sports potrebbe ingannare anche persone con una certa esperienza videoludica che potrebbero pensare di essere davanti ad una vera e propria partita. Texture dettagliatissime dei volti e dell’abbigliamento, arene ricostruite alla perfezione, animazioni fluide e realistiche come da tradizione della serie; il tutto condito da chicche che lasciano a bocca aperta, come i citati effetti old style sulle riprese televisive della modalità “The Greatest Players”. Quasi non ci si stupisce più davanti ai muscoli che si tendono ad ogni movimento, al sudore che cola sui visi, all’espressione viva degli occhi degli atleti, allo svolazzare della stoffa dei pantaloncini. Certo, la perfezione è ancora lontana, gli elementi a bordo campo (come lo staff tecnico) godono di una realizzazione non all’altezza, ancora c’è qualche pecca nelle animazioni che legano alcuni movimenti improvvisi, si registra qualche compenetrazione poligonale, in particolare con alcuni elementi a bordo campo. È come cercare il pelo nell’uovo in un contesto che rimane eccellente, il top assoluto delle simulazioni sportive.

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Dello stesso livello la componente audio e non poteva essere diversamente visto e considerato il livello delle attuali simulazioni sportive anche da questo punto di vista. I campionamenti degli effetti sonori di tutto quanto accade all’interno degli stadi, dal vociare del pubblico alle esternazioni degli atleti, dallo stridio della gomma sul parquet alla musica di sottofondo catapultano il giocatore nella magica atmosfera della NBA. Ottime la colonna sonora, con brani hip-hop e indie rock, e la telecronaca, ovviamente in americano.

E ora?

Pare ormai quasi banale affermare come l’ennesimo capitolo della fortunatissima serie NBA 2K sia decisamente una delle migliori simulazioni sportive mai uscite, straordinario in quasi ogni sua componente, dal gameplay alla mera realizzazione tecnica. L’unico suo difetto è avere come predecessore un titolo, NBA 2K11, che rasentava la perfezione, almeno quella raggiungibile dalle macchine odierne e la domanda lecita è: vale la pena abbracciare subito la nuova esperienza di NBA 2K12? Se vi cibate di basket, la risposta è ovviamente positiva, il nuovo prodotto Visual Concepts porta indubbie migliorie e il gioco online esige inevitabilmente il passaggio al capitolo aggiornato; chi si limita a qualche partitella con gli amici, può invece lasciare nella propria console il titolo dello scorso anno. E chi non ha nessun capitolo di NBA 2K? Vergogna, andate subito al negozio più vicino!