Recensione di Deus Ex: Human Revolution - Recensione

Recensione di Deus Ex: Human Revolution di Console Tribe

Cyberpunk, l’altro lato del fantastico. Per anni le distopie futuristiche si sono poste come una valida alternativa ai mondi fantasy, proponendo ambientazioni, personaggi e situazioni che vedevano protagonista uno sviluppo della nostra civiltà non proprio piacevole. Quasi sempre il mondo non ha preso una bella piega, ha anzi esasperato le sue contraddizioni per vedere differenze sociali, attriti e alienazione portate all’estremo. Deus-Ex, ultimo erede di una delle saghe futuristiche più importanti e conosciute, si inserisce perfettamente in questa linea, presentandosi come una sorta di esperienza finale dell’universo cyberpunk. Un progetto ambizioso con uno stile di gameplay particolare ed interessante. Riavvolgete l’orologio di 25 anni, il futuro ci aspetta.

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Ritorno al futuro

Ebbene sì, come nello storico film diretto da Robert Zemeckis, Deus Ex: Human Revolution è un passo indietro nel futuro. Ambientato 25 anni prima del capitolo originale ci porta faccia a faccia con una tecnologia di aumento e sviluppo delle capacità umane ancora agli albori. Il protagonista Adam Jensen è un ex-swat ora alle dipendenze della Sarif Industries, una multinazionale che opera principalmente nel campo delle Augmentation (i ritrovati della tecnologia che permettono ai sensi umani di aumentare le proprie capacità). Il nostro protagonista è un esperto tutto d’un pezzo che, però, mostra di tanto in tanto un lato umano, principalmente quando si trova nei paraggi della dottoressa Megan Reed. Un idillio che avrà vita breve. La Sarif Industries viene colpita da un attacco terroristico che ha come presunto scopo quello di bloccare lo sviluppo di Typhoon, prototipo bellico devastante. Nell’attacco Adam viene ferito gravemente e al suo risveglio si ritrova con una serie di impianti cibernetici in grado di mantenerlo in vita e al contempo di aumentare le sue capacità combattive e d’analisi. Una sorta di robocop aggraziato che, però, conserva lo stesso senso di smarrimento e violazione per l’impianto di corpi estranei e inumani. Da qui in poi la ragnatela di connessioni fantapolitiche, lo sviluppo di sottotrame legate alla vita brulicante delle città visitate da Jensen e la splendida cornice sviluppata da Eidos Montreal avvolgeranno il giocatore in una delle esperienze cyberpunk più complete ed accattivanti. Le poche sequenze cinematiche, girate con precisione e taglio cinematografico, aggiungeranno quel sottile velo epico che contribuisce allo sviluppo di una partecipazione completa con le vicende narrate. L’ottimo doppiaggio si scontra però con delle animazioni facciali non sempre all’altezza dei fatti raccontati, anzi molto spesso così sottotono da smorzare completamente l’effetto generale. È la prima avvisaglia di un’altalena continua tra alto e basso che si presenta come il tratto distintivo di questo Deus-Ex.

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Human Revolution

Sotto i riflettori ci sono sicuramente gli impianti cibernetici che modellano un particolare approccio al gameplay. Human Revolution non è né uno stealth game, né uno shooter puro, lasciando più o meno libera interpretazione al giocatore. Adam avrà al suo recupero dell’infortunio una serie di potenziamenti cibernetici installati. Ovviamente alcuni sono in stato dormiente per questioni di sicurezza; man mano che si procede nell’avventura, l’ex-swat avrà dei punti abilità per sbloccare nuove funzionalità, in modo tale da modellare il proprio corpo secondo le sue capacità tattiche e di combattimento. Ogni missione potrà essere affrontata seguendo una serie di path non per forza “puri”. Le mappe d’azione abbastanza ampie permettono, infatti, di scegliere un approccio stealth nei primi momenti per poi liberare la potenza di fuoco delle nostre armi quando si viene al dunque. Il più delle volte si tratterà di infiltrarsi in complessi residenziali, industriali o uffici, brulicanti di nemici per recuperare informazioni o eliminare obiettivi. Condotti d’areazione, semplice sneaking con cover degli oggetti o silent kill alle spalle saranno gli strumenti primari per portare a compimento la missione. Via via che sbloccheremo le nostre abilità riusciremo ad affrontare con sempre più facilità gruppi nutriti di avversari. Non solo neutralizzando più obiettivi nello stesso momento, ma anche “leggendo” sul radar a nostra disposizione il campo visivo delle sentinelle, analizzando il rumore prodotto dai nostri passi e utilizzando un sistema di invisibilità temporanea utile a superare torrette di sorveglianza e telecamere. Nonostante il vasto numero di pezzi tecnologici a disposizione, il vero cuore stealth è nel sistema di copertura che, non solo ci proteggerà nei momenti caldi dell’azione, ma ci metterà a riparo da sguardi indiscreti. Con la semplice pressione del grilletto passeremo in modalità copertura che, oltre a switchare dalla prima alla terza persona, ancorerà Adam all’oggetto o muro prescelto. Da lì in poi potremo scivolare lungo lo stesso riparo oppure muoverci velocemente con una capriola verso una copertura vicina. È tutta una questione di timing e analisi dei movimenti delle sentinelle che seguono perlopiù percorsi standard, anche se alcune volte metteranno a dura prova i nostri riflessi. Non di rado infatti interagendo tra di loro si scambieranno i compiti oppure invertiranno la propria direzione in risposta a solleciti o richiami dei compagni. La particolarità di Human Revolution è sicuramente quella di offrire, insieme alle diverse possibilità d’approccio alla missione, interessanti meccaniche “trial and error”, che sarebbero state la vera forza di questo titolo. Superare una stanza gremita di guardie è un problema che va analizzato e richiede uno sforzo notevole d’osservazione. Come in un puzzle game si prova prima una soluzione, poi una seconda, infine una terza scoprendo nuove possibilità. Peccato che tutto venga messo in crisi dai lunghi caricamenti che rendono ogni prova aggiunta frustrante e poco divertente.

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Don’t boss Me!

All’approccio più squisitamente stealth si associa una sottile vena da shooter in prima persona abbastanza classico. Nonostante sia quasi impossibile affrontare le missioni esclusivamente col fucile spianato, in alcuni frangenti saremo chiamati a mettere mano ai ferri del mestiere e distribuire un po’ di piombo a destra e a manca. Necessità che risulta tanto più evidente nelle boss battle, novità assoluta di questo terzo capitolo. Spiazzanti, per certi versi fuori contesto eppure così ricchi di soluzioni tattiche, questi scontri uno-contro-uno sono uno degli elementi più particolari e controversi dell’intera produzione. In molti casi dovremo studiare il terreno, farci forti delle coperture e sfruttare il sistema di peeking dalla cover per piazzare colpi precisi senza incassare troppi danni. Certo il buon layout di controlli che bilancia un assetto comune con introduzioni à la Killzone (levetta su per uscire dalla copertura) e l’energia vitale in grado di ricaricarsi col tempo, rendono queste sezioni non eccessivamente frustranti, anche se sarà necessario ripeterle più di una volta. Molto spesso ci troveremo impreparati sul versante delle Augmentation per affrontare simili battaglie e saremo costretti a trovare strade alternative per eliminare una volta per sempre la minaccia che ci si para davanti.

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Future cities

Eidos Montreal è riuscita a restituire un feeling cyberpunk come non se ne vedevano da tempo. Adam si aggirerà in diverse città del futuro, ognuna perfettamente caratterizzata e con una sua particolare popolazione. Aggirarsi per le strade, affrontare i vicoli scuri e penetrare nelle abitazioni smuove emozioni ed adrenalina come se si stesse attraversando un mondo reale e vivo. È sconcertante proprio per questo motivo dover sottolineare una realizzazione tecnica decisamente sottotono che non regge il passo con le produzioni attuali. Le già citate animazioni facciali, e in generale i modelli poligonali di personaggi secondari, edifici e oggetti, smorzano quanto di buono fatto per favorire l’immersione del giocatore in una così completa e precisa costruzione dal punto di vista artistico. Eccellente, invece, la colonna sonora: mai invadente ed eccessiva, anzi in grado con pezzi monumentali di sottolineare e potenziare l’effetto generale dell’azione. Un vero e proprio capolavoro orchestrato dal genio di Michael McCann.

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Link to the past

Deus Ex: Human Revolution è un titolo sicuramente ibrido che assomma in sé l’eredità di diverse scuole di pensiero traendo da ognuna dei punti di forza. È difficile riuscire ad inquadrarlo in un’unica casella, propendendo per uno degli aspetti della sua natura. La schermata degli impianti cibernetici e il sistema di crescita del personaggio rimandano blandamente agli RPG, così come il sistema di interazione e l’albero di risposte nelle conversazioni. La sua natura action è, invece, spaccata tra stealth e shooter, dividendosi più o meno equamente sui piatti della bilancia. A fare la differenza è la libera interpretazione del giocatore che sceglierà quale lato assecondare e far prevalere personalizzando la sua esperienza di gioco. Peccato per delle oggettive pecche sul lato tecnico e per alcune soluzioni incomprensibilmente obsolete che abbassano decisamente l’intera qualità del titolo.