Quattro chiacchiere con… Tetsuo Hara
di: Simone CantiniVabbè, che ve la racconto a fare l’emozione provata di stare a mezzo metro da Tetsuo Hara durante la conferenza stampa tenuta a Lucca Comics & Games 2025. Il sensei giapponese non ha certo bisogno di presentazioni e per chi, come il sottoscritto, ha avuto un’epifania durante la prima messa in onda di Ken il Guerriero (sublimata dalla lettura del manga giusto qualche anno più tardi), si è trattato di un appuntamento quanto mai gradito. Sentimenti palpabili anche in Hara, visibilmente emozionato per essere stato nominato all’unanimità Maestro del Fumetto dalla giuria della fiera toscana, che gli ha permesso di esporre il proprio autoritratto nella Galleria degli Uffizi. Un riconoscimento decisamente unico, che lo rende il primo mangaka ad essere presente all’interno del prestigioso museo fiorentino. E così, tra un po’ di orgoglio celato in perfetto stile nipponico e qualche sorriso non troppo velato, l’ora passata in sua compagnia è corsa veloce, come un Fulmine dal Cielo (il nome della mostra a lui dedicata che era possibile visitare nei giorni della fiera).
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Matite leggendarie
Lucca Comics & Games: Sappiamo che si è ispirato all’immaginario di Mad Max per creare l’estetica di Hokuto No Ken, ma c’è qualche riferimento particolare e personale per il look dei personaggi che esula da quello cinematografico.
Tetsuo Hara: Ho visto Mad Max 2 quando avevo circa 20 anni, poco prima dell’inizio della serializzazione di Hokuto No Ken, e non è un mistero che questa sia stata la mia principale fonte di ispirazione. A caratterizzare il mio lavoro, però, ci hanno pensato anche pellicole come Blade Runner e Star Wars, che mi hanno accompagnato sia prima che durante la stesura del manga.
LCG: Sappiamo che Ken è ispirato a Sylvester Stallone, ma se lei dovesse indicare un attore attuale per realizzare un live action, chi sceglierebbe?
TH: Sì, Ken è stato sicuramente ispirato da Stallone, ma tra i miei riferimenti in fase di caratterizzazione figurano anche Bruce Lee e Yusaku Matsuda. Se dovessi pensare ad un live action oggi, onestamente non saprei dare una risposta precisa a questa domanda. Di sicuro, però, ritengo che gli attori di origine italiana come Marlon Brando o Robert de Niro ben si prestano a portare Ken sul grande schermo (ride). La faccia degli italiani è molto adatta secondo me, ma anche secondo i giapponesi. Penso a Leon, una rivista molto popolare in Giappone che ha sempre in copertina un italiano.
LCG: Quale pensa che sia l’importanza del lavoro di squadra nella realizzazione del manga?
TH: Sicuramente il lavoro dell’editor è di fondamentale importanza, e per quanto mi riguarda non posso che pensare Nobuiko Horie, che ho conosciuto quando avevo 20 anni e con cui collaboro ancora oggi. Quando si lavoro ad un’opera è sempre essenziale avere un altro punto vista, in grado di mostrare aspetti che magari potrebbero essere sfuggiti o sviluppati male. Nel mondo dei manga, quello dell’edito è indubbiamente un ruolo fondamentale, come dimostrano le grandi opere, che hanno sempre avuto dietro una grande figura in grado di far rendere al meglio l’autore. Per quanto mi riguarda, essendomi sempre occupato principalmente dei disegni, non posso che essere grato al sensei Buronson e a Nobuiko Horie per il lavoro svolto.
LCG: Cosa rappresenta per lei il premo Maestro del Fumetto e l’essere il primo mangaka ad essere ospitato nella galleria degli autoritratti del museo degli Uffizi?
TH: Non posso che essere enormemente grato per tutto quello che mi è stato dedicato. Non ho mai ricevuto riconoscimenti simili e questo per me è motivo di estremo orgoglio.
LCG: Tutta la sua produzione è stata influenzata da elementi orientali e occidentali. Tra queste ispirazioni c’è per caso anche l’animazione Disney?
TH: Sì, quando ero piccolo vedevo anche i film Disney che venivano trasmessi in Giappone, e tra questi sicuramente un ruolo importante lo hanno avuto Pinocchio e Cenerentola.
LCG: C’è stato un momento preciso in cui ha realizzato che le sue opere avevano avuto un impatto così potente su di una intera generazione di lettori a livello mondiale? In che modo una simile consapevolezza ha cambiato il suo modo di creare?
TH: Sinceramente non mi sarei mai aspettato che i miei lavori avrebbero avuto così tanto successo, dato che ho iniziato attorno ai 18 anni a realizzare manga principalmente per me stesso, nella mia stanza. Sicuramente il mio viaggio in Francia nel 2013 mi ha fatto aprire gli occhi in merito al successo che Hokuto No Ken aveva riscosso al di fuori del Giappone. Sicuramente il punto di svolta a livello creativo è stato l’inizio della serializzazione di Hana No Keiji, che mi ha portato ad affrontare in maniera più matura il mio lavoro, dato che con Hokuto No Ken mi sentivo più libero e molte volte pensavo di stare disegnando più per hobby. Con questo manga in costume ho voluto creare un qualcosa che fosse riconoscibile come mio ed in tal senso l’ispirazione degli autori del Tokiwa-sō (edificio in cui alloggiavano grandi autori come Osamu Tezuka. NdR) è stata fondamentale.
LCG: C’è un momento che le ha fatto capire di avere fatto il salto a livello stilistico e narrativo?
TH: Diciamo che nella sfortuna un ruolo importante lo ha avuto il mio primo manga serializzato su Shonen Jump, ovvero Tetsu No Don Quixote, nato perché il mio editor Nobuhiko Horie aveva previsto un boom del motocross. Che però non c’è stato (ride) e alla seconda settimana di pubblicazione mi hanno comunicato che il manga si sarebbe interrotto. Nonostante tutto, questo è stato un momento importante, dato che il manga mi aveva permesso di dare vita alla mia idea di personaggio, ovvero una fusione tra Bruce Lee e Yusaku Matsuda. Ovviamente, da bravo ventenne, pensavo che uscire con il mio lavoro sarebbe stato molto semplice, anche perché ai tempi i disegni presenti su Shonen Jump non erano poi così belli (ride). Da questo insuccesso ho comunque imparato molto.
LCG: Dato che Hokuto No Ken ha settato gli standard del manga di lotta, quali ritiene che siano gli elementi in grado di dare vita alla scena di combattimento perfetta?
TH: Il segreto sinceramente non c’è secondo me. Per quanto mi riguarda non ho fatto altro che trasportare su carta le scene dei film che amavo. L’obiettivo era fare sì che il lettore rimanesse colpito e divertito da quello che vedeva una volta aperte le pagine di Shonen Jump. Se proprio devo parare di un’esperienza personale, sono stato ispirato anche da episodi di bullismo a cui ho assistito quando ero ragazzino: molto dei personaggi malvagi, come Zeta, sono ispirati proprio a questi bulli, perché volevo che soffrissero, che ci fosse una sorta di rivalsa nei confronti di questi prepotenti.