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Recensione Klonoa: Phantasy Reverie

di: Simone Cantini

Se ad un player attempato come il sottoscritto chiedete quali titoli ricordi con maggiore affetto dell’era PS1, sicuramente i nomi che balzeranno fuori non potranno che essere i prevedibili Final Fantasy VII, Metal Gear Solid o Gran Turismo (vabbè, mettiamoci pure Tekken 3, dai), vere e proprie icone figlie del debutto di Sony nel mondo del gaming. È vero che, anche per me, il discorso può essere tranquillamente applicato, ma se spulcio bene nei meandri della memoria, di fianco a questi titoli intoccabili compare anche una sorta di strano gattino, figlio di una Namco (ancora non unita a Bandai) in grande spolvero, protagonista di un’accoppiata di platform, almeno per quanto riguarda l’hardware del colosso giapponese, che ritornano oggi in pompa (quasi) magna grazie a Klonoa: Phantasy Reverie.

https://youtu.be/zCnxnsagRdk

La coppia che scoppia

La seconda metà degli anni ’90 me la ricordo, in ambito videoludico, per l’avvento sul mercato delle schede grafiche di nuova generazione, che avevano nella Matrox Mystique uno dei pezzi hardware più gettonati. E che ovviamente il mio classico amico smanettone non poteva esimersi dal comperare, giusto per vedere girare senza intoppi i software più performanti. Tra questi ricordo Pandemonium, un peculiare platform a scorrimento orizzontale, caratterizzato da un ambiente in 2,5D, capace di dare vita, grazie a rotazioni ed altri virtuosismi, ad una messa in scena davvero suggestiva, anni luce avanti a quanto sperimentato sino ad ora nei giochi analoghi. Ed è proprio attorno a questa ossatura che Namco decise di costruire il primo dei due titoli ospitati all’interno di Klonoa: Phantasy Reverie, ovvero quel Klonoa: Door to Phantomile che fu capace di stregarmi ai già citati gloriosi tempi dell’era PS1. Caratterizzato da uno stile peculiare e coloratissimo, oltre che sorretto da un gameplay essenziale ma riuscito e da un level design eccellente, il debutto del Viaggiatore di Sogni si rivelò una piacevolissima sorpresa. Il concetto alla base è molto semplice, e vede il nostro piccolo eroe impegnato ad impedire al perfido Ghadius di far calare le tenebre su Phantomile. Per farlo, oltre alle sue doti acrobatiche (come vuole ogni platform che si rispetti), il peloso protagonista può contare sull’aiuto di un magico anello, al cui interno dimora lo spirito di Huepow, il suo migliore amico. Tramite questo oggetto, Klonoa può catturare i nemici che popolano i vari livelli, i quali possono essere scagliati per sconfiggere i boss o gli avversari più grandi, oppure attivare interruttori o spiccare balzi più elevati. Un mix di elementi sicuramente estremamente essenziale ma che, complice una curva della difficoltà ben calibrata ed il citato ottimo level design, rende l’esperienza davvero piacevole. Un ulteriore freccia all’arco del titolo Namco è, inoltre, la narrazione che funge da sfondo e che, a dispetto della tipologia ludica e dal coloratissimo design generale, risulta davvero intrigante e matura, oltre che caratterizzata da un finale capace di colpire al cuore ancora oggi, a quasi 25 anni di distanza.

Si torna a sognare

Un’eredità, quella di questa prima incursione del brand nel mondo dei videogiochi, che risultò ampliata con successo nel seguito ufficiale, ovvero Klonoa 2: Lunatea’s Veil, il cui debutto su PS2 risale al lontano 2001. Trasportato in un nuovo mondo, anche esso in pericolo, il peloso protagonista si ritrova ad unire le forze con Lolo e Popka, stavolta per riportare l’ordine nel regno di Lunatea. Sebbene l’ossatura ludica sia rimasta invariata rispetto al predecessore, il capitolo a 128 bit della serie non risparmierà delle evidenti modifiche, che andranno ad impattare sul design generale dei livelli, adesso più imprevedibili che in passato, oltre che caratterizzati da variazioni di approccio sicuramente benvenute: tra discese a bordo di uno snowboard, cannoni in grado di sbalzarci da una parte all’altra, sezioni a tempo ed altro ancora, il mix di situazioni messe sul piatto danno vita ad un quadro ancora più complesso e sfaccettato, oltre che sorretto dal solito level design certosino e dalla difficoltà ancora una volta ben dosata. Si tratta, in definitiva, di due esperienze platform old school ottimamente realizzate, i cui unici difetti sono da circoscrivere unicamente all’interno del fattore longevità (parliamo di una decina di ore scarsa per l’intero binomio), che può essere dilatata unicamente se si è desiderosi di raccogliere tutti i vari collezionabili sparsi per gli stage. Ed in tal senso, visto che parliamo di una raccolta (per quanto parziale della storia del brand), avremmo gradito almeno la presenza di qualche extra all’interno di questa Klonoa: Phantasy Reverie, o ancora meglio l’inclusione degli spin-off realizzati per Game Boy Advance e Wonderswan, in maniera analoga a quanto fatto da Konami con la Castlevania Advance Collection.

Un tuffo nel passato

Al netto di quelle che sono le innegabili qualità dei titoli contenuti in questa raccolta, che giudizio possiamo esprimere in merito alla proposta attuale di Namco Bandai? Innanzitutto è bene sottolineare come, a dispetto degli oltre due decenni che si portano addosso, entrambi i titoli sono invecchiati davvero bene in quanto a struttura e progressione, risultando freschi e divertenti ancora oggi. Lo stesso comparto grafico, per quanto ovviamente datato, ha ancora il suo perché, forte di un character design che fa proprio della sua odierna essenzialità il proprio punto di forza maggiore. Dei due, comunque, quello che si presenta in forma maggiormente smagliante è Lunatea’s Veil, dato che parliamo di un remaster diretto del gioco PS2, di suo già più complesso graficamente rispetto al predecessore. Di quest’ultimo, la versione presente all’interno della Klonoa: Phantasy Reverie è ricavata dal porting uscito a suo tempo Wii, che oltre ad aggiornare l’estetica generale aveva provveduto a sostituire i filmati in FMV con intermezzi realizzati in engine. In questa ottica, trattandosi di una raccolta commemorativa, avremmo gradito la possibilità, già sperimentata in altre produzioni analoghe, di poter passare in qualsiasi momento al design originario (e viceversa), qua sostituita da un filtro pixel non proprio entusiasmante. Il tutto però gira a 60 frame rocciosi. Benvenuta sarebbe stata anche la presenza di materiale aggiuntivo come bozzetti, documentari, player musicali ed altro. Almeno, sempre parlando di Door to Phantomile, il porting Wii aveva già messo di suo una pezza all’orrenda localizzazione italiana dell’originale (vedere Klonoa chiamare il proprio nonnino Il Nonno in ogni dialogo non lo avrei mandato giù un’altra volta).

Lo confesso, dopo aver giocato a Klonoa: Phantasy Reverie, la voglia di riprendere a scorrazzare in compagnia del Viaggiatore dei Sogni di Namco Bandai è tornata a scorrere forte in me, proprio come in quel lontano 1998 (anno di debutto nostrano del primo capitolo). È innegabile come, a dispetto del tempo trascorso, il binomio di titoli che segnò il debutto del brand sia riuscito a mantenere intatto tutto il suo fascino stilistico/giocoso. Trattandosi però di una mera riproposizione, è giusto anche sottolineare come la raccolta in questione sia stata realizzata con un po’ troppa pigrizia, un compitino ben eseguito ma forse sin troppo essenziale. Se chiedere l’inserimento degli spin-off portatili (forse) sarebbe stato un po’ troppo, l’introduzione di qualche piccolo extra, utile sia per coloro che già avevano sviscerato il tutto a suo tempo, sia per le nuove leve, avrebbe aggiunto quel piccolo quid in più. A questo punto non resta che sperare in delle buone vendite, magari utili a far ricordare a Namco Bandai che, nel panorama videoludico attuale, un Klonoa nuovo di zecca non ci starebbe poi così male.