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Recensione Layers of Fear VR

di: Simone Cantini

Pur essendo sulla scena da quasi 15 anni, il nome Bloober Team viene sempre più spesso associato alla nascita del filone dei walking simulator horror, che hanno in Layers of Fear uno degli esponenti più conosciuti ed apprezzati. Il titolo datato 2016, difatti, nonostante la sua relativamente giovane età, è riuscito a segnare in maniera indelebile la scena videoludica, sebbene non fosse altro che la rielaborazione in chiave estesa degli elementi che avevano caratterizzato quell’esperimento che risponde al nome di P.T., il teaser giocabile del mai nato Silenti Hills. E dopo aver riscosso successi su ogni piattaforma, il gioco simbolo del team polacco è pronto a terrorizzare anche i possessori di PlayStation VR, grazie alla release di Layers of Fear VR.

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Dipingere l’anima

Layers of Fear VR racconta la storia di un tormentato pittore, un tempo ritenuto una vera e propria promessa dell’arte, che si ritrova a vagare all’interno della propria dimora, oramai deserta, nel tentativo di dare vita al capolavoro di una vita. Una tela bianca, che andremo a rifinire passo dopo passo, mentre saremo chiamati ad esplorare la mutevole magione, un labirinto infernale che sembra essere la tangibile raffigurazione del tormentato animo dell’uomo. Straziato dai ricordi di un doloroso passato, in cui sciagure familiari e personali si sono fuse per dare vita ad una immane tragedia, l’uomo ripercorrerà attimo dopo attimo la sua travagliata storia, riversando nel dipinto tutte le proprie angoscie e le proprie paure. Ispirata, sin dall’incipit testuale che l’accompagna, al Ritratto di Dorian Gray, il decadente capolavoro firmato Oscar Wilde, la storia raccontata da Layers of Fear VR è un allucinante viaggio all’interno della psiche distrutta di un uomo rimasto solo, oramai vittima e prigioniero della propria arte. Un percorso che, pur nella sua brevità (parliamo di circa 3 ore prima di arrivare ad uno dei 3 finali disponibili), riesce a tratteggiare con efficacia la tormentata storia di una famiglia distrutta, mettendo in scena situazioni efficaci ed angoscianti, in cui i jump scare sono dosati con estrema parsimonia, lasciando all’atmosfera e alle suggestioni visive il compito di instillare il terrore nell’animo del giocatore. Un racconto sicuramente efficace e riuscito, che pur non presentando idee particolarmente innovative, riesce ad appassionare quanto basta per spingerci a scavare nel buco nero che ha preso il posto dell’animo del protagonista. Peccato che l’edizione in questione, a differenza di quanto distribuito in tempi relativamente recenti su Nintendo Switch, non presenti anche il DLC rilasciato poco dopo la release originale, utile per chiudere con maggiore efficacia il cerchio narrativo dell’esperienza.

Nel cuore del labirinto

Trattandosi di un’avventura narrativa in prima persona, l’apporto fornito dal PSVR a Layers of Fear VR è sicuramente sostanzioso, visto anche il coinvolgimento emotivo richiesto dalla narrazione della produzione Bloober Team. In tal senso il visore Sony riesce a sposarsi alla perfezione con le compassate meccaniche che regolano l’esperienza originale, che risulta anche arricchita da peculiari effetti visivi, in grado di amplificare a dismisura la percezione della follia che alberga nel cuore del nostro protagonista. La natura molto lenta e ragionata dell’esperienza, inoltre, fa sì che la versione in questione riesca a scongiurare il rischio di chinetosi, grazie anche alla vignettatura che accompagna il movimento del personaggio. Ed è proprio grazie a questo ritmo estremamente dilatato che l’utilizzo della coppia di Move, indispensabili per poter fruire l’esperienza, risulta quanto mai agevole, sia per quanto concerne la gestione dello spostamento che l’interazione con i vari elementi interattivi. Il movimento sarà gestito tramite la pressione di due distinti pulsanti del controller sinistro (avanti/indietro), che servirà anche per lo strafe e la gestione della mano corrispondente; l’altro dispositivo, oltre che l’arto, regolerà anche la rotazione sull’asse verticale. Dopo i primi minuti necessari ad impratichirsi, il sistema scelto si rivelerà estremamente funzionale, ed in grado di assecondare a dovere le azioni del giocatore. Ludicamente parlando, invece, ci troviamo al cospetto del classico walking simulator, collocato all’interno di una struttura labirintica e mutevole, che prende palesemente spunto dalle suggestioni visive di P.T., pur con i dovuti distinguo. A completare il tutto ci pensano alcuni semplici enigmi, che ci richiederanno semplicemente di analizzare l’ambiente in cerca degli indizi utili alla risoluzione, che sia questa un numero di telefono o la combinazione di un lucchetto. A livello tecnico non si registrano particolari sussulti, con una resa visiva pulita ed essenziale, grazie anche al materiale di partenza tutto sommato modesto, ma che risulta impreziosita da alcuni effetti visivi sicuramente piacevoli. Di ben altro spessore, invece, il comparto audio, che tra scricchiolii, rumori improvvisi ed una colonna sonora minimale ma d’impatto, riuscirà a farvi scorrere più di una volta un brivido lungo la schiena. Rivedibile l’utilizzo dei sottotitoli (in italiano), non sempre proposti con precisione.

Quella proposta da Layers of Fear VR è un’incursione sicuramente solida e valida nel campo dei walking simulator horror, in grado di replicare ed amplificare a dovere l’esperienza originale del 2016. Un esperimento sicuramente riuscito, i cui limiti sono da ritrovare unicamente nel concept di gioco che, nonostante siano passati solo 5 anni, risulta oggi molto abusato e già visto, ma che nonostante sia stato più e più volte sdoganato è in grado di regalare comunque alcuni momenti molto validi. Stona, inoltre, la scelta di non inserire in questa versione il DLC Inheritance, sicuramente una mancanza inspiegabile visti gli anni che separano questa incursione VR dalla release originale.