Recensione di Phantasy Star Universe - Recensione

Recensione di Phantasy Star Universe di Console Tribe

Era il lontano 2000 quando Sega rilasciò Phantasy Star Online,
titolo per Dreamcast che proiettava i giocatori in uno scenario
fantascientifico nel quale aleggiavano atmosfere da film e dove
vivevano personaggi dai grossi occhioni e dalle capigliature assurde,
elementi tipici della cultura manga. A ben sei anni di distanza, la
storica software house nipponica rilascia Phantasy Star Universe
(d’ora in poi PSU), diretto seguito del predecessore, pubblicizzato con
la chiara promessa di rivoluzionare alcune delle peculiarità che hanno
reso famosa la precedente versione per Dreamcast. E’ bene precisare ai
più giovani e ai meno esperti, che parlando di PSU si mette in
discussione una delle più celebri saghe di RPG di tutti i tempi, nata
nel 1987 su console Mega Drive e partorita dalla geniale mente di Rieko
Kodama, ricordata tuttora come la “First-Lady” dell’RPG. Il ciclo di
Phantasy Star, composto da più di venti titoli tra giochi e relative
espansioni, è oggi ufficialmente riconosciuto come una delle più
celebri saghe RPG per console di tutti i tempi.
Senza ulteriori indugi, vediamo cos’hanno da offrire i ragazzi di Sega all’esigente pubblico di Xbox 360.

PSU regala due distinte, benché strettamente correlate, esperienze di
gioco: la “Modalità Storia” per giocatore singolo, che introduce le
novità di questo nuovo capitolo della saga, e la modalità MMORPG “Xbox
Live”, gigantesco mondo persistente nel quale far vivere il proprio
alter-ego virtuale, in interazione con migliaia di altri giocatori.

UN RAGAZZO CONTRO I SEED.

Gli eventi di PSU hanno luogo a Gurhal, sistema stellare del tutto
simile al nostro ma composto da tre grandi pianeti; Parum, principale
colonia umana e centro nevralgico del sistema, Neudaiz, pianeta dalla
rigogliosa vegetazione e dalle vaste distese oceaniche, e infine
Moatoob, desertico e arido pianeta reso inospitale in conseguenza ad
una ferocissima guerra durata centinaia di anni.
Gli umani, tipicamente posti al centro dell’azione, sono il fulcro
della vita in Gurhal, creatori delle altre razze e forza numerica del
sistema planetario. Come ogni gioco di ruolo che si rispetti sono le
creature più versatili e semplici da utilizzare. Nonostante la loro
notevole influenza non sono tenute particolarmente in considerazione
dalle altre razze, in particolar modo dai bionici “Cast”. Questi ultimi
sono robot dalle umane sembianze inizialmente adibiti a muscolo della
società e ad uso bellico, ma successivamente staccatisi dal guinzaglio
dei loro padroni. Hanno qualità fisiche fuori dalla norma a scapito di
un notevole scompenso psichico.
Questi androidi non sono le uniche creature antropomorfe create
dall’uomo: i Newmans infatti, sono esseri umani potenziati da
un’alterazione genetica ricreata in laboratorio e possono essere
fisicamente paragonati agli elfi della più tradizionale concezione
fantasy. I Beast invece sono creature dalle fattezze e abilità
animalesche, incredibilmente forti e resistenti, generalmente impegnati
in lavori pesanti o addestrati nelle arti del combattimento.

L’avventura in single player ha inizio sulla Guardian Colony, una
maestosa stazione spaziale orbitante che con la sua forma rievoca
alcuni tra i più grandi classici della fantascienza come Star Trek e 2001: Space Odissey
(il citazionismo si spreca sempre nell’operato giapponese n.d.a.). A
cent’anni dal trattato di pace fra i pianeti del sistema di Gurhal, una
misteriosa entità aliena denominata Seed entra in scena sconvolgendo
l’equilibrio instaurato dal trattato stesso. Queste creature del tutto
simili a grosse piante carnivore, giungono dalle profondità siderali
trasportate da un nugolo di meteore, che sciama nel sistema stellare
investendo tutto al passaggio. Tocca ad Ethan Waber, diciassettenne
risoluto e coraggioso, affrontare la nuova e imprevista minaccia.

Per quanto solida (seppur non originale) possa essere la base narrativa
sulla quale PSU lavora, la modalità in single player è veramente lenta
e tediosa, per un gioco che si propone essere un action RPG frenetico
ed eccitante. Dall’avvio del gioco passa più di mezzora prima che il
giocatore possa impugnare un’arma e menar fendenti. Il tutorial tiene
impegnato il giocatore per circa un’ora, spiegando dettagliatamente
come compiere i primi passi, gestire il personaggio e il relativo
inventario. La modalità storia risulta essere molto confusa nella sua
globalità e in alcuni momenti, per lo più passivi, non è molto chiaro
cosa si debba fare o quale strada sia meglio imboccare. Il fattore
“esplorazione” è decisamente poco stimolante mentre la linearità di
gioco a tratti sconfortante. Pur immergendosi nei meandri della trama e
proseguendo con il gioco le cose cambiano poco.

Il gameplay di PSU, semplice ed intuitivo, recupera dal tipico stile
arcade che ha sempre reso apprezzabili i titoli di Sega, fattore
indubbiamente positivo per un pubblico giovane e nuovo del genere.
D’altro canto si può affermare che lo stile di gioco risulti
profondamente scarno nella sua essenzialità, elemento che potrebbe
altresì allontanare il giocatore un po’ più esigente ed esperto,
escludendo e comunque limitando la più grossa fetta della torta.
I controlli e il pad non sono gestiti diversamente rispetto ad un
qualsiasi jrpg. Con i tasti superiori del pad si seleziona
l’equipaggiamento e si eseguono le basilari azioni di combattimento,
generalmente riassunte in colpo normale e colpo speciale o potenziato,
i tasti dorsali sono adibiti a funzioni secondarie, come la camminata
laterale, mentre il pulsante start permette di accedere ai vari menù di
gioco tra i quali quello d’equipaggiamento. Gli stick analogici
controllano il movimento e la visuale.

TRE PIANETI, UN INTERO UNIVERSO.

La modalità “Xbox live” è certamente il punto di forza di questo
titolo, in tutti i casi superiore rispetto al poco interessante single
player. E’ bene precisare però quanto il multiplayer sia strettamente
correlato alla “Modalità Storia”, in quanto è proprio quest’ultima ad
aprire le porte ad alcune aree e quest altrimenti inaccessibili ad un
primo approccio.
Il mondo persistente di PSU permette d’interpretare le quattro razze
del gioco precedentemente citate, e d’intraprendere tre differenti
carriere: Hunter, Ranger e Force.
L’Hunter, tipico guerriero da mischia prestante e fisicamente dotato, è
il combattente per antonomasia. E’ esperto nell’utilizzo di armi da
taglio quali spade, lance o daghe e non esita a lanciarsi nella più
feroce delle battaglie.
Il Ranger è il combattente a distanza che sfrutta precisione e agilità
sul campo di battaglia. Efficiente conoscitore di pistole, fucili e
mitragliatori, preferisce restare in seconda linea come supporto al
combattimento.
Il Force è una sorta di mago che utilizza il suo mistico potere in
combattimento e in aiuto al gruppo. E’ l’unica classe in grado di
utilizzare le Technics o Arti Magiche, e pur restando inferiore in
quanto a resistenza e difesa rispetto alle due precedenti è
potenzialmente molto pericolosa.
Una volta soddisfatti alcuni semplici requisiti di crescita del
personaggio, è possibile accedere a nuove classi (comunemente chiamate
classi avanzate), che amplificano l’esperienza di gioco e
contribuiscono a rendere il proprio beniamino il più personalizzato
possibile.

PSU mette a disposizione dei giocatori una modesta quantità di aree
esplorabili, che potranno essere visitate in party di massimo sei
giocatori. Il database dei mostri e dei nemici è piuttosto vario, così
come quello degli oggetti e dei collezionabili. Lo stile e il gameplay,
che certamente si addicono poco alla modalità storia, si riconfermano
in qualità poco più che decente per il gioco multiplayer.

GRAFICA e AUDIO.

Il comparto visivo è la nota dolente di PSU. Già dai primi minuti di
gioco balza immediatamente all’occhio la qualità infima e retrograda
del settore grafico, e pur proseguendo nel gioco le cose non cambiano
affatto: bassa risoluzione per gioco e filmati, effetti di luce di
scarsa qualità, filtri grafici inesistenti e texture insipide in quello
che di fatto è un gioco retro-gen. E’ bene precisare che in ambito
MMORPG la grafica viene generamente alleggerita per ovviare a problemi
come velocità di connessione o trasferimento dati; non è però il caso
di PSU, che vede una modalità single player graficamente identica a
quella in multi.
Se il protagonista accusa un’eccessiva semplicità e una pochezza di
dettagli, mob e png sono ancora peggio. Le animazioni non sono certo
eccezionali, ma vantano comunque di una certa godibilità.
La parte scenico-rappresentativa inneggia ad una semplicità disarmante:
salvo rari casi infatti, scenografie e ambientazioni presentano un
design anonimo, così come i personaggi e il relativo abbigliamento.

L’audio non presenta caratteristiche degne di note particolari. La
colonna sonora e le musiche, perennemente presenti in sottofondo, sono
godibili ma ridondanti e aiutano tutto sommato a caratterizzare i
momenti salienti del gioco come i combattimenti o le scene. Gli effetti
audio e il suono sono anch’essi gradevoli ma purtroppo appiattiscono il
tutto con una scarsa partecipazione.

CONCLUSIONI.

Nonostante tutte le promesse fatte da Sega, PSU non presenta
innovazioni di sorta rispetto al predecessore Phantasy Star Online,
cosa certamente deludente per una serie che ha fatto la storia del
videogame e dell’RPG. La modalità storia in giocatore singolo,
raffazzonata e insignificante, è inserita con la pretesa di ricoprire
un ruolo fondamentale nella controparte multiplayer, mentre l’intero
comparto tecnico fa acqua da tutte le parti. E’ bene ribadire che, per
quanto PSU vanti di un gioco MMORPG valido, i punti a suo sfavore
restano troppi, motivo per il quale non raggiunge la sufficenza.

Se state cercando un action-RPG di poche pretese, non prendete in
considerazione questo titolo, che potrebbe far storcere il naso anche
ai più accaniti fan della serie o agli appassionati del genere.

 

Pro 

  • Multiplayer vasto e longevo
  • Gameplay semplice ed intuitivo…

Contro

  • ..ma al tempo stesso striminzito e superficiale
  • Grafica ai minimi storici
  • Audio di scarsa partecipazione
  • La modalità storia è noiosa
  • Nessuna innovazione sostanziale rispetto al predecessore