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Recensione Recensione di Mirror’s Edge

Recensione di Mirror's Edge di Console Tribe

di: Redazione
Ci sono momenti nella mia giornata in cui mi fermo. Il respiro è
come un fuoco in fondo alla gola, mentre ansante mi guardo intorno alla
ricerca della giusta via di fuga, dell’appiglio migliore. Delle domande
mi sorgono in mente, ma il tempo incalza e non posso dar loro una
risposta. Devo rimettermi a correre.


Tutto ritorna, però, nel cuore della notte, mentre sono sdraiata a
letto, i muscoli indolenziti; fuori le sirene urlano come al solito, e
mentre guardo le luci danzare sul soffitto penso: e se tutto fosse
sbagliato? E se io fossi sbagliata? E se conducessi un’altra vita?
Magari se fossi una poliziotta, con la mia divisa, il mio distintivo e
la mia pistola d’ordinanza? Sarebbe meglio? Non so. So solo che quella
vita la lascio a qualcun altro, non fa per me. E come sempre, poco
prima di chiudere gli occhi, quando il mondo sta per scivolare da
un’altra parte, un sorriso mi fiorisce sul volto. La risposta è sempre
la stessa: non potrei fare nient’altro nella vita. Io sono nata per
fare una cosa sola: correre, correre e correre. Sono una Runner, e lo
sarò per sempre.




Finalmente è giunto nei negozi il nuovo lavoro targato EA in
collaborazione con lo studio DICE: Mirror’s Edge. Fin dai primi screen
e video presentati durante le varie vetrine mondiali come GC e E3, il
gioco è apparso fuori dai canoni e molto particolare. Indubbiamente ha
sempre lasciato ben sperare soprattutto grazie al curriculum della casa
di sviluppo. DICE infatti è la mamma dei vari Battlefield, titolo di
certo conosciuto e riconosciuto in tutto il mondo. Oltre al background
culturale, il gioco vantava anche una protagonista, Faith, atletica e
avvenente, dallo sguardo enigmatico che ha fatto strage di cuori tra
gli addetti ai lavori. Sulla carta il gioco aveva tutte le carte in
regola per fare a spintoni tra i migliaia di giochi in prima persona
presenti sul mercato e farsi trovare in prima fila pronto a regalare
ore di divertimento ai suoi fan. E’ venuto il momento di scoprire se EA
ha centrato il bersaglio oppure ha mosso un passo nel vuoto cadendo
rovinosamente.




Messaggeri sotterranei


L’ambientazione in cui si svolge Mirror’s Edge è frutto di una
interpretazione sociale votata al cyberpunk. Secondo la migliore
tradizione inaugurata da William Gibson e soci negli anni 90, viene
descritta una società governata dalle Multinazionali, in cui nessuno ha
voce in capitolo se non color che sono nel giro. In questo futuro
alternativo e grigio, il bene più importante è l’informazione, la
conoscenza di cose che altri non sanno. Infatti, è prioritario per il
‘Governo’ controllare tutti i mezzi di diffusione delle notizie, in
modo da poter travisare i fatti e poter agire senza che nessuno sappia
mai da che parti si trovi la verità. Il risultato è che tutti coloro
che vogliono rovesciare lo status quo sono costretti a servirsi di
canali di diffusione alternativi e sotterranei.

In questo frangente entra il gruppo di Runner: pony express
spericolati, atletici e senza scrupoli che si prodigano a portare
documenti da una parte all’altra della città. Data la natura illegale
del loro mestiere, è consuetudine per loro scegliere strade alternative
e poco battute per non farsi cogliere in flagrante. E per questo non
c’è niente di meglio di una bella corsa tra i tetti dei grattacieli
scintillanti che sorgono imponenti per tutta la città.

Faith, l’eroina che impersonerete per tutta l’avventura, è senza dubbio
la migliore tra questi Runner. Nei primi momenti della storia,
comprenderemo che la sorella di Faith, una poliziotta, è stata
incastrata per un omicidio che non ha commesso. Sarà nostro compito
quindi smascherare il complotto e far venire a galla la verità, costi
quel che costi.

Da questo punto in avanti, il racconto si dipana da un livello
all’altro, con alcuni colpi di scena abbastanza telefonati e con
l’introduzione di personaggi non giocanti e non giocabili
(principalmente) dal carisma altalenante, conducendoci verso il finale.




Se vogliamo fare una critica all’impianto narrativo di Mirror’s Edge,
possiamo dire che non si spinge mai oltre la sfera del consentito.
Nonostante la chiara ispirazione cyberpunk, molte delle tematiche del
genere vengono accantonate per rendere il gioco molto edulcorato e
politicamente corretto. Il tipo di società immaginata da EA e DICE
somiglia molto a quella descritta da Gibson in Johnny Mnemonic, con
tanto di messaggero fuorilegge. Purtroppo laddove il celebre romanziere
canadese vede bassifondi degradati, il dilagare della medicina nera e
la diffusione di droghe neurodestruenti, i realizzatori del gioco non
pongono l’accento su queste caratteristiche che avrebbero arricchito
enormemente il valore sociale del titolo. L’aspetto su cui è stata
focalizzata l’intera storia si limita alla censura castrante e allo
strapotere delle forze di polizia. Crediamo fermamente che si poteva
fare qualcosa di più per rendere appassionante una trama che aveva le
carte in regola per incollare il giocatore al monitor per ore.





First Person Parkour



Il gameplay di Mirror’e Edge è la vera scommessa di EA. Ci troviamo di
fronte a un gioco in soggettiva atipico, in cui sparare non è la
priorità. Il nostro arduo compito è quello di cercare sempre la giusta
via di fuga, sfruttando l’ambiente circostante. Infatti come da
ammissione degli stessi programmatori, il gioco si ispira palesemente
alle evoluzioni di uno degli sport che vanno tanto di moda in questo
periodo in Francia: il parkour. Misto di acrobazie, free climbing e
sprezzo del pericolo, questa disciplina impone a chi la pratica duri
allenamenti per riuscire a scalare edifici, torri e ogni luogo urbano
su cui è possibile trovare un appiglio. In realtà quella del parkour
ormai è una vera e propria filosofia, con tanto di manifesto
programmatico e specifiche regole da seguire. Non basta lanciarsi come
petauri da un balcone a un altro per fare parkour, ma bisogna
analizzare l’ambiente circostante con attenzione, ascoltare il proprio
corpo e il proprio istinto per poter superare tutti gli ostacoli che si
presentano con una lunga concatenazione di movimenti fluidi e quasi
naturali.

Un’altra caratteristica del parkour è il suo quasi sinonimo di via di
fuga: lo stesso David Belle (colui che ha sistematizzato questa
disciplina) ha affermato che ‘parkour è tutto ciò che può aiutare a fuggire in una situazione di pericolo’.



Tutte queste idee che fanno da core in questo strano sport trovano
posto nel gioco di EA, in un mix più o meno riuscito. Infatti la nostra
eroina è una esperta di parkour, e non ha timore a lanciarsi da un
cornicione a un altro a cinquanta metri di altezza. Dato il mestiere
che fa (la messaggera illegale) si trova sempre a fuggire e quindi
incarna alla perfezione gli ideali di Belle. Ma è davvero così
divertente guardare il mondo dagli occhi di Faith?

Purtroppo, la resa finale del gameplay di Mirror’s Edge è un po’ troppo
inconsueta per essere apprezzata al massimo. La scelta di realizzare un
gioco del genere, in cui salti, evoluzioni e capriole sono all’ordine
del giorno, in soggettiva ha i suoi pro e i suoi contro. Tra i pro,
ovviamente c’è la sensazione di trovarsi coinvolto in prima persona
nelle vicende di Faith, la bellezza di osservare la città da altezze
incommensurabili e tutte le caratteristiche che rendono questo tipo di
giochi coinvolgenti. Dall’altro canto, giocare in prima persona può
diventare macchinoso, proprio per le ristrettezza a cui questa
prospettiva ci limita. L’angolo di visuale che si può realizzare su un
monitor non ha nulla a che vedere con quello naturale di un qualsiasi
essere umano, lasciando in questo modo parecchi punti ciechi e
castrando un gameplay fatto di sprint e salti.

Entrando più in dettaglio, il compito del giocatore è portare Faith da
una parte all’altra del livello facendole superare gli ostacoli che via
via si presentano, come nella migliore tradizione platform. L’ambiente
circostante ci offre sempre una via sicura (e qualche volta più d’una,
ma molto raramente) in cui lanciarci. Dove sta allora il problema?
Sulla carta tutto sembra funzionare alla grande e la stessa concezione
del gioco ci aiuta, illuminando di un rosso primario gli oggetti che
possiamo usare come punti di lancio e trampolini. La realtà dei fatti è
ben diversa. Molto spesso affrontare i salti non è per niente intuitivo
e non riuscire a vedere dove mettiamo i piedi non aiuta per niente a
scegliere il giusto attimo per spiccare il volo. Il risultato è che ci
ritroveremo a precipitare spessissimo, rendendo l’esperienza di gioco
singhiozzante e frustrante.

La scelta di trattare Mirror’s Edge alla stregua di un FPS è troppo fuori dalle righe per essere pienamente apprezzata.

Un’altra peculiarità che altera la freschezza del gameplay è la
convulsività del gioco stesso: in molte sezioni ci troveremo con la
polizia alle calcagna, che ci spara addosso da un elicottero o dai
tetti dei palazzi vicini. In questo frangente, dove pensare velocemente
è d’obbligo, saremo costretti a delle ‘pause di riflessione’ per
guardarci intorno e trovare una via di fuga. Il risultato: morte
prematura e restart dal checkpoint. E questa purtroppo è la regola in
Mirror’s Edge, non l’eccezione.



Il sistema di comandi è stato impostato per poter far fronte alle mille
mosse che Faith può eseguire, preservando la possibilità di continuare
a ruotare la visuale. Infatti, se le levette di comportano come in ogni
FPS, la priorità dell’uso dei tasti è diventata dorso-centrica.
Infatti, per saltare, accovacciarci e scivolare si utilizzano i
pulsanti dorsali del pad. In questo modo non togliamo mai i pollici
dalle levette analogiche riuscendo a tenere sotto controllo l’intero
ambiente di gioco. La risposta dei comandi è buona, una volta fatta
l’abitudine alla mappatura un po’ sui generis.



Durante il corso dell’avventura ci troveremo a fronteggiare alcuni
nemici (poliziotti o militari) armati fino ai denti. Le alternative
sono due: fuggire o combattere. Se scegliamo la seconda opzione,
Mirror’s Edge ci mette a disposizione alcune mosse corpo a corpo
combinabili con scivolate e salti e soprattutto ci permette di
disarmare i nostri avversari. Infatti quando ci avviciniamo al
poliziotto che ci punta l’arma da fuoco in faccia, lui invece di
premere il grilletto per farci saltare la testa, si lancerà in un
attacco con il calcio dell’arma. A questo punto premendo il tasto
apposito con il giusto tempismo riusciremo a tramortirlo e rubargli la
sua sputafuoco. In questi frangenti traspare l’anima shooter di
Mirror’s Edge, anche se bisogna dire che questa modalità di gioco è
poco incisiva oltre che mal realizzata, con le collisioni tra colpi e
corpi approssimative: sparare alla testa di un poliziotto senza casco
protettivo è la medesima cosa che spararlo a un braccio o a una gamba.
Inoltre affrontare le sparatorie a viso aperto è un suicidio, vista
l’eccessiva debolezza di Faith, che va a tappeto con due pugni. Il
gameplay stesso, con queste pesanti limitazioni (volute?) ci impone di
essere pacifisti e limitarci a disarmare o fuggire dai nostri avversari.





Lezioni di stile



La realizzazione tecnica di Mirror’s Edge è altalenante, un calderone
in cui si mischiano trovate stilistiche geniali e d’impatto con rese
grafiche sporche e poco convincenti.

La città a nostra disposizione è mastodontica, irta di grattacieli
svettanti e piena di schermi pubblicitari e specchi scintillanti in cui
si riversa la luce del giorno. Per scelta, il colore dominante è il
bianco, e non stiamo parlando solo delle pareti e delle strutture, ma
anche gli alberi sono neutri. E’ tutto frutto di una rappresentazione
simbolica dell’ambiente neutro e asettico, quasi indifferente. Per
contrasto spiccheranno i colori saturi che caratterizzano alcuni
edifici di interesse, veri pugni in un occhio nel panorama
monocromatico.

Purtroppo queste idee cozzano con una rappresentazione finale quasi
pressappochista. Un tremendo effetto aliasing si nota fin dai menu
introduttivi senza lasciare scampo: seghettature su ogni bordo dei
poligoni, modelli di alcuni oggetti approssimativi e piatti, texture
poverissime al di là della semplice colorazione ambientale. Questa è
una cosa inspiegabile, considerando che il motore grafico non deve
gestire una enorme mole di informazioni. In altre parole ci saremmo
aspettati di più considerando anche il curriculum di tutto rispetto di
DICE.



Il level design è ben strutturato, anche se un po’ cervellotico. Quello
che manca spesso è una sorta di immediatezza, il far capire al
giocatore subito cosa deve fare, permettendogli di lanciarsi
velocemente verso il salto successivo, senza costringerlo a vagare in
cerca della piattaforma giusta.

Un’altra caratteristica non implementata nel gioco e che sarebbe stata
molto gradita è il free roaming. Sarebbe stato fantastico poter vagare
per la città scoprendo nuove location, imparando strade alternative e
raggiungendo punti inesplorati. Purtroppo, Mirror’s Edge è inscatolato
nella sua struttura a livelli, talvolta un po’ soffocante nonostante il
senso di gigantezza che la città ispira.



La visuale dal punto di vista di Faith è stata ben realizzata,
implementando nei movimenti della telecamera tutti gli scossoni e le
vibrazioni a cui siamo sottoposti durante una dura corsa a perdifiato.
Quando raggiungeremo velocità spropositate (scivolando lungo una parete
di vetro, per esempio) un effetto blur sfumerà i contorni
dell’immagine, aggiungendo pathos alla nostra discesa. Il rovescio
della medaglia è che purtroppo può insorgere un certo senso di nausea
dopo qualche ora di gioco, costringendoci a delle pause per riposare
gli occhi, più spesso di qualsiasi altro gioco.



Un discorso a parte meritano le scene di intermezzo che ci introducono
nei vari capitoli. Per rappresentare l’avanzare della storia, DICE ha
scelto di realizzare dei cortometraggi in cell shading, con uno stile
molto accattivante. Lo spirito dark del cyberpunk anche in questo caso
non è particolarmente rappresentato, ma la resa tecnica è assai
coinvolgente.




L’ultimo respiro


Il sound che permea l’intero gioco è fratello della realizzazione
grafica, concettualmente parlando. Nelle fasi calme dei livelli, le
musiche sono molto scarne, soft, come una leggera brezza che viene dal
mare. Quando la situazione diventa spinosa e bollente, la
sottolineatura melodica segue di pari passo l’azione sullo schermo
diventando sempre più incalzante e ricca, aggiungendo grinta a sequenze
già molto spettacolari.

Gli effetti sonori si attestano su un livello più che buono: il respiro
affannato di Faith ci accompagnerà per tutto il gioco, donandoci prova
di quanto il parkour porti ai limiti lo sforzo fisico. Le detonazioni
delle armi e l’impatto dei proiettili contro i muri o le superfici
metalliche sono anch’essi abbastanza convincenti, così come il tappeto
sonoro che fa da sfondo alla vita cittadina: sirene, stridii di freni
di automobili e altri rumori ambientali.

Una nota di disappunto va purtroppo (e come spesso accade) al
doppiaggio in italiano, come sempre altalenante e talvolta
completamente fuori luogo nell’interpretazione e nella recitazione.
Come sta diventando una cattiva moda, anche in questo caso il
personaggio principale è stato affidato alla splendida Asia Argento,
con risultati molto poco plausibili, facendo perdere a Faith metà del
suo carisma.





Viaggio solitario



Mirror’s Edge vanta una campagna in single player discretamente lunga,
annacquata da una serie di elementi del gameplay che impongono al
videogiocatore frequenti restart. Senza dubbio, rigiocare un livello
con una buona conoscenza dello stesso, ringiovanisce il divertimento,
dando al titolo quella freschezza che manca al primo sguardo. Purtroppo
la scelta se reiniziare la storia sta tutta a voi, considerando che la
ripetitività del gioco stesso potrebbe fermarvi.

Ad aumentare, anche se di poco, la longevità, è presente una modalità
di Sfida contro il tempo. Semplicemente bisogna completare alcuni
percorsi, estratti dai livelli giocati, nel minor tempo possibile,
cercando di raggiungere il giudizio migliore. Anche in questo caso, lo
studio dell’ambiente è fondamentale e le scelte di tempismo sono
all’ordine del giorno: la vittoria sopraggiunge solo se saremo in grado
di concatenare una serie di salti e scivolate in maniera fluida e senza
intoppi.



Il comparto online è inesistente, limitandosi a una serie di
classifiche per quel che riguarda il time trial senza nemmeno la
possibilità di confrontarsi con il ‘fantasma’ del miglior tempo di un
amico, cosa possibile da fare solo con i propri record. Sarebbe stato
bello poter gareggiare in tempo reale contro un altro avversario umano,
o implementare una sfida guardie e ladri tra Runner e Poliziotti. Ma a
quanto pare i ragazzi di DICE hanno pensato bene di soprassedere a
queste scelte.





Un salto nel buio



Per concludere, Mirror’s Edge è un gioco dall’alto potenziale, ma che
purtroppo non è stato realizzato nel migliore dei modi, gravato da
alcune falle nel gameplay che lo rendono frustrante e ripetitivo. Forte
di uno stile grafico duale, non è suffragato da una realizzazione
tecnica all’altezza delle sue idee geniali. Indubbiamente ci troviamo
di fronte a un progetto che produrrà seguiti e proseliti, che sarà in
grado di migliorarsi in futuro, ma che oggi non è di certo un titolo di
punta degno di essere preso al volo.

PRO

  • Formula di gioco fuori dai canoni;
  • personaggio azzeccato per carisma e avvenenza;
  • interessante ambientazione cyberpunk…

CONTRO

  • … purtroppo poco approfondita e scarna;
  • poche modalità di gioco;
  • assenza grave del comparto online;
  • frustrante e ripetitivo;
  • era davvero necessario realizzarlo in soggettiva?