Recensione di Dynasty Warriors 7 - Recensione

Recensione di Dynasty Warriors 7 di Console Tribe

Con l’avanzare delle varie generazioni videoludiche, quanti giochi sono oramai diventati appuntamenti fissi e sempre più spesso tutt’altro che immancabili?
Alcune saghe, ad ogni nuova uscita, cercano apparentemente di rinnovarsi, altre riprendono la storia da dove il loro predecessore l’aveva lasciata. Quasi sempre, ad ogni modo, vi sono differenze visibili ad ogni capitolo. Abbiamo usato la parola “quasi” in modo volontario, in quanto il proverbiale titolo che sbugiarda le nostre convinzioni esce immancabilmente ad intervalli regolari. La saga di Dynasty Warriors rappresenta questa sorta di idolo all’immutabilità, capace, negli anni, di raccontare sempre la medesima storia (per quanto denso di eventi sia il periodo dei tre regni della Cina feudale). Come se non bastasse anche il gameplay è rimasto pressoché immutato. Proprio per questo motivo DW è arrivato a rappresentare un vero e proprio genere, anche grazie agli innumerevoli spin-off dedicati a samurai e Gundam, che, pur poggiando ovviamente su trame differenti, (vi immaginate dei robottoni nella Cina del 200?), si affidano al medesimo approccio giocato.
Nonostante tutti questi difetti, ad ogni nuova uscita la saga vende un discreto numero di copie nei mercati orientali, portando ovviamente a chiedersi il motivo di questo “successo”.

Alcune gocce nel mare

Se per il Giappone e gli altri mercati asiatici (spesso lontanissimi come gusti dai nostri) la trama può indubbiamente essere un punto di interesse innegabile, per tutti gli altri il periodo trattato risulta oscuro o per niente interessante. Alcune software house, come Capcom, hanno infatti deciso di creare serie simili ma dedicate alla storia giapponese, sicuramente più conosciuta e gradita dalla maggioranza degli appassionati di videogame, talvolta facendo un buon lavoro, come con Sengoku Basara. Koei, ad ogni modo, pur avendo vari spin-off dedicati ai guerrieri con la katana (Samurai Warriors), ha sempre riservato la cura maggiore alla saga principale: Dynasty Warriors.
Con l’uscita del settimo capitolo (ma come detto i giochi sono ben di più), l’interrogativo che attanaglia noi recensori è forse quello di scoprire se, per l’ennesima volta, le differenze saranno semplici orpelli visivi o se gli sviluppatori hanno osato un po’ di più. Pur essendo una convinzione carica di pregiudizi, è innegabile come le attese dei giocatori fossero probabilmente volte all’ennesima riproposizione in carta copiativa del gioco.

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Koei, invece, quasi a volerci stupire, ha presentato forse il DW maggiormente modificato, se paragonate alle prime uscite. Sotto l’aspetto narrativo, l’ambientazione temporale è stata spostata leggermente in avanti, permettendo l’inserimento di una nuova fazione, i Jin, che va ad affiancare le classiche Shu, Wei e Wu (le “famiglie” del periodo in lotta per il potere). Nella modalità storia, dopo aver scelto un condottiero appartenente ad uno dei sopracitati gruppi, saremo chiamati a portarlo in battaglia, affrontando svariati scontri che tenderanno a seguire il corso storico degli eventi (anche se spezzettati da innumerevoli intermezzi che strizzeranno l’occhio ad una sorta di finzione cinematografica).
Selezionando invece “Conquista” avremo accesso ad una differente esperienza giocata, in cui un tabellone in stile gioco da tavolo rappresenterà l’impero cinese, e ad ogni casella corrisponderà una differente battaglia che potremo affrontare, talvolta anche cambiando il condottiero selezionato; in questo caso lo sviluppo della trama non seguirà più una cronologia realistica degli avvenimenti. Da segnalare la presenza di elementi simil-RPG, come gli avamposti dove spendere denaro per migliorare l’equipaggiamento dei nostri combattenti e un sistema di punti assegnabili mirato a sbloccare nuovi potenziamenti ed abilità per ogni personaggio. Pur trattandosi di piccole novità, a conti fatti poco significative, è indubbia l’intenzione degli sviluppatori di mitigare, almeno in parte, la ripetitività da sempre tallone d’Achille della serie. Ulteriori passi in questa direzione sono stati fatti nella fase giocata vera e propria che, pur rimanendo ancorata ai classici stilemi dell’Hack and Slash “uno contro molti”, cerca di inserire alcune variabili inedite. Accanto alle caratteristiche comuni a tutti i DW – come le combo, gli attacchi EX e Musou (attacchi speciali legati a condizioni specifiche come il raggiungimento di catene di attacchi elevate o il riempimento di una apposita barra) – fanno la loro comparsa due novità: il cambio delle armi e i “mezzi”. La prima “innovazione” si spiega praticamente da sola: ogni personaggio potrà disporre di due differenti armamenti e sarà possibile alternarli con la semplice pressione di un tasto, andando ad aumentare ulteriormente il conteggio totale degli attacchi; nonostante questo, però, l’azione di gioco rimane purtroppo legata al più ossessivo dei button mashing, sia che si impugni una spada o una lancia. Ciò che avrebbe potuto effettivamente stemperare la noia, almeno in parte, sarebbe stata l’implementazione di una I.A. più valida e basata su routine comportamentali in grado di far cambiare tattica agli avversari a seconda dell’arma impugnata dal giocatore. Anche i comportamenti di base, come rimanere lontani fronteggiando una spada, o chiudere la distanza nel caso di un avversario armato di lance o armi dalla grande portata, sarebbero stati di facile implementazione e di sicuro effetto. Ma niente di tutto ciò è stato tentato e l’incedere degli avversari sarà sempre il medesimo, senza che i massacri da noi perpetrati modifichino in alcun modo l’avanzare delle orde nemiche, simili ad eserciti di marionette senza cervello alcuno. Il secondo tentativo di introdurre variazioni sul tema è, come già anticipato, quello dei “mezzi”, perlopiù noti negli FPS. Nel caso di DW, ovviamente, non si parla di carri armati, fuoristrada o altro, ma di tigri e altri animali, che potranno essere cavalcati dandoci una maggiore libertà di esplorazione e provvedendo a fornire un’ulteriore possibilità di eliminare gli avversari, che rimarranno ugualmente inermi anche in questo caso, smontando dopo poche decine di minuti anche questa “novità”.

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Un aspetto che è sempre stato positivo, ma anche controverso, nei vari Dynasty Warriors è la longevità: la trama varia a seconda del personaggio utilizzato e questo settimo capitolo ne vanta oltre 60, garantendo pertanto un notevole numero di ore di gioco. Il contraltare è che difficilmente un non appassionato del periodo storico, o un giocatore “normale”, troverà la voglia di ripetere i noiosi combattimenti per più di due, tre volte, di fatto non sfruttando che una piccola parte di ciò che offre il gioco.
Sicuramente meglio realizzato e in grado di accontentare tutti risulta il comparto multiplayer, che si sviluppa nella già analizzata modalità Conquista, affrontabile in cooperativa sia in locale che attraverso i servizi online di PS3 e Xbox 360. La coop per due giocatori scorre senza particolari intoppi, strappando alcune volte qualche risata, specie se giocata sulla stessa console, complice la presenza di qualcuno con cui stemperare la ripetitività, ma in ogni caso non va minimamente a variare il grado di sfida offerto dal gioco, che rimane sempre molto basso, anche negli scontri più impegnativi, superabili con la pressione ripetuta di pochi tasti.

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Un passo indietro

Un altro aspetto della “immobilità” di Dynasty Warriors è il comparto visivo, ancorato ad un motore grafico oramai vetusto.
Se i ragazzi di Omega Force in quest’ultimo capitolo hanno osato un po’ di più per quanto riguarda la modellazione dei volti e delle espressioni (solamente nelle cutscene), le ambientazioni e le textures applicate al terreno risultano essere imbarazzanti, leggermente migliori rispetto a quanto poteva offrire la PS2 parecchi anni fa ma ben lontane da titoli anche non di prima fascia usciti su console “next gen”. Nemmeno le animazioni riescono a salvarsi, risultando poco fluide e talvolta assolutamente forzate e prive di qualsivoglia realismo.
Koei pare inoltre non aver preso ad esempio l’ottimo lavoro svolto da Capcom con la serie gemella, sfornando un gioco afflitto in modo pesantissimo da pop-up (tipico di questi giochi) e anche da alcuni cali di framerate, presenti non solo al centro dell’azione ma talvolta anche durante le fasi meno concitate. A differenza della concorrenza, che pare avere in parte imparato dai propri errori, Koei è quindi andata dritta per la propria strada, senza che niente sia stato apparentemente fatto per mitigare questi difetti che, a conti fatti, incidono anche sull’esperienza giocata, risultando fastidiosi ed invadenti.
Gli unici aspetti in parte positivi riguardano l’illuminazione e gli effetti di esplosioni e colpi: colorati ed evocativi (durante le special), sono in grado, almeno per un piccolo lasso di tempo, di stupire il giocatore e distrarlo da quello che lo ha afflitto fino a poco prima.
Per quanto riguarda il comparto sonoro sonoro, la tracklist risulta tutt’altro che memorabile: non disturba ma nemmeno rimane in testa, limitandosi a fare da sottofondo e a riempire lo spazio fra un colpo di spada e lo scoccare di una freccia. Ad elevarsi da questo pantano ci riesce forse l’ottimo doppiaggio in lingua inglese, sufficientemente sincronizzato e con una buona espressività per quasi tutti i personaggi, accompagnato da sottotitoli in italiano (stranamente) comprensibili, anche se forse troppo numerosi e tendenti a sparire velocemente, rendendo la lettura a tratti difficoltosa.

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Appassionati: for your eyes only

Omega Force e Koei hanno cercato di rinnovare in parte il loro brand più famoso ma hanno scelto i metodi sbagliati, quasi ignorando le soluzioni più semplici ed ovvie. L’impressione dominante è che abbiano cercato di coprire i difetti ponendogli sopra un leggero lenzuolo di contenuti extra. Peccato che lo stesso lenzuolo viene spazzato via come un leggero strato di sabbia dopo pochi minuti di gioco.
L’idiozia degli avversari non può infatti essere mitigata dalla possibilità di ucciderli in due o tre modi diversi e la scarsa sfida offerta porta irrimediabilmente al continuo pigiare sui tasti senza alcuna cognizione di causa, nutrendo una noia sempre crescente.
Se tutto ciò non bastasse, in preda al delirio di onnipotenza che divora oramai alcune famosissime case di sviluppo (senza esserlo a loro volta), nulla è stato cambiato per quando riguarda il comparto tecnico, in balia di un motore grafico problematico e incapace di rendere giustizia a questa generazione di console. Tutto questo senso di inappropriatezza si fonde con una storia potenzialmente interessantissima ma narrata tramite noiosi monologhi incapaci di catturare la curiosità del giocatore non abituato agli avvenimenti raccontati. Se consideriamo che la storia della Cina è un qualcosa che difficilmente viene studiato approfonditamente nei paesi occidentali, capiremo come mai la stragrande maggioranza delle vendite si registri in determinati mercati. Un vero peccato, perché il gioco contiene una sorta di enciclopedia completabile terminando parti di gioco e in grado di illustrare un importante spaccato della storia del popolo cinese, spesso sconosciuto ai più ma sicuramente affascinante. Ad ogni modo, se è giocare ciò che vi interessa e amate il genere degli Hack and Slash, la cosa migliore da fare è guardare altrove, magari a quel Sengoku Basara 3 di Capcom, sicuramente meglio realizzato e curato; se invece siete dei fan dei tre regni, procedete pure all’acquisto ma siate consapevoli che tutto quello che avrete sarà un libro da sfogliare, un libro con molte parte inutili o noiose.