Recensione di Dragon Age: Origins - Recensione

Recensione di Dragon Age: Origins di Console Tribe

C’era una volta una software house chiamata Black Isle, vera plasmatrice di sogni in un’era in cui nascevano i primi motori grafici in 3D. C’erano una volta i giochi di ruolo cartacei, che venivano riprodotti su PC oramai preistorici con fedeltà maniacale e passione altrettanto insana. C’erano Baldur’s Gate, Planescape: Torment, Icewind Dale… pionieri di un genere mai dimenticato.
La crisi economica, purtroppo, non è una realtà solamente dei nostri anni: il baratro nelle finanze di Interplay era troppo profondo per essere colmato e la chiusura della compagnia era l’unica via d’uscita da una situazione insostenibile. La fine dell’avventura di Fergus Urquhart e soci segnò la fine di un’era, ma anche l’inizio del viaggio di Ray Muzyka, Greg Zeschuk e Augustine Yip e la loro Bioware, oramai libera della pesante ombra dei loro tutor.
Dopo il successo di pubblico e critica della serie di Baldur’s Gate e Neverwinter Nights, gli sviluppatori canadesi hanno avuto il coraggio di portare nel mondo delle console l’eredità di un genere nato e cresciuto in un ambiente di sviluppo completamente differente, come quello del personal computer.
Star Wars: Knights of the Old Republic non è stato solamente un capolavoro, ma anche un’opera sperimentale capace di mostrare al mondo videoludico che il binomio GdR/console non era solo un’utopia.
Dragon Age: Origins rappresenta la tappa successiva del cammino intrapreso dalla software house: KotOR era stato sviluppato per sfruttare al meglio l’hardware della prima Xbox, mentre il porting di DAO sulle piattaforme della settima generazione è stato deciso solo dopo l’annuncio del suo sviluppo nel lontano 2004. Le stesse regole cartacee del d20 system e l’ambientazione di Dungeons and Dragons, da sempre la base del gameplay nei vari titoli realizzati da Bioware sin dal lontano 1998, sono state abbandonate. Si ricomincia praticamente da zero.
È veramente l’inizio di una nuova era?

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A dark heroic fantasy story

La buona letteratura fantasy ci insegna che anche il più tranquillo ed idilliaco regno prima o poi cade inevitabilmente vittima di una catastrofica ondata di male che pochi “eletti” hanno il compito di fermare, ma nella tolkeniana terra del Farelden questi apocalittici “Flagelli” si susseguono con sadico tempismo. Ogni 4/5 secoli dalle viscere dalla terra fuoriescono orde di atroci mostri (chiamati “Prole Oscura”) che seminano morte e distruzione in tutto il continente, fino a quando non viene ucciso il loro demoniaco condottiero e la tenebrosa armata si ritira nuovamente nel sottosuolo in attesa di un nuovo perfido leader. Per fronteggiare tale minaccia, era stato istituito un corpo di eroici combattenti (i guardiani grigi) che aveva l’arduo compito di vigilare sulle attività della progenie del male e fronteggiarla in caso di attacco. Ma la memoria e la riconoscenza degli uomini è alquanto fragile ed i secoli hanno sepolto nell’oblio le gesta dei nobili campioni; ora il “Flagello” è tornato e voi, giovani reclute dei guardiani grigi, siete soli contro il male (come al solito): riuscirete a riunire le razze del Farelden sotto la vostra bandiera per affrontare l’Arcidemone?
Per quanto l’incipit della sceneggiatura possa sembrare prevedibile e scontato, non bisogna sottovalutare l’incredibile capacità dei cantastorie della software house canadese. La storia dark heroic fantasy (citando il project director Dan Tudge) è incredibilmente appassionante, ben scritta e piena di carismatici personaggi che rimarranno a lungo scolpiti nella vostra memoria. Se la scenografia e la fauna del Farelden possono sembrare di chiara matrice tolkeniana, lo sviluppo della trama e la caratterizzazione delle varie razze sembra più riconducibile alle opere di George Raymond Richard Martin e alle Cronache del ghiaccio e del fuoco con un occhio di riguardo ai giochi di potere che contraddistinguono ogni ceto dominante, con attentati, omicidi, votazioni truccate, guerre civili e sete di potere. Un affresco non troppo lontano dai nostri tempi…
Come nel 90% delle produzioni Bioware, è stata concessa ai videogiocatori la possibilità di creare da zero il proprio avatar modellando a piacimento il volto del nostro eroe e scegliendo tra ben tre razze differenti (umani, elfi e nani) e tre classi (guerriero, ladro e mago), ognuna avente quattro specializzazioni da sbloccare nel corso del gioco. A seconda delle nostre scelte avremo accesso ad incipit differenti, per un totale di 6 diversi prologhi associati al background del nostro custode grigio che non influenzerà solamente le prime ore di gioco ma anche molte righe di dialogo ed eventi primari e secondari della trama.
L’incredibile livello di partecipazione emotiva alle vicissitudini del nostro alter-ego digitale è esaltato dall’impatto che le nostre decisioni avranno nel susseguirsi degli eventi. Mai prima d’ora le nostre scelte hanno avuto conseguenze così radicali nello svolgersi della trama: i vostri alleati, i vostri nemici, i vostri amori e il vostro epilogo saranno il frutto di ciò che avrete seminato nelle oltre 60 ore necessarie a raggiungere i titoli di coda.
Nessun gioco su console era mai riuscito a riprodurre così fedelmente lo spirito interpretativo dei GdR cartacei.

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Console Age: Origins

La sfida più difficile per gli sviluppatori di Edmonton era riuscire a riprodurre sul ristretto ambiente delle console un gameplay schiavo del binomio mouse/tastiera. Missione impossibile?
Nonostante le terrificanti premesse e i disastri compiuti da altre software house nell’impresa, Bioware è stata capace di implementare un sistema di controllo efficace ed intuitivo, seppur penalizzato da alcuni difetti tecnici e progettuali. Mentre un tasto del nostro pad è assegnato alle azioni di default (aprire casse, selezionare obiettivo, interagire, aprire porte etc…), i tre rimanenti possono essere configurati per eseguire le azioni più disparate (bere pozione, attivare abilità, assumere posizione) mentre il d-pad è stato utilizzato per selezionare i vari nemici sullo schermo, lo stick sinistro per il movimento e il destro per la telecamera. Per quanto le macro assegnabili diventino 6 tramite la pressione del grilletto destro, con il progredire del nostro personaggio non basteranno neanche per metà delle abilità acquisite (problema che aumenta esponenzialmente se siete dei maghi), costringendoci a ricorrere al classico menù radiale richiamabile tramite il grilletto sinistro che, fortunatamente, ha anche la funzione di mettere in pausa il gioco. Per quanto il problema non influenzi negativamente la governabilità degli scontri, ha il demerito di abbassare ulteriormente il ritmo dei suddetti: la possibilità di collegare un mouse ed una tastiera USB (come in Unreal Tournament 3) o l’implementazione di altri tasti di scelta rapida (sacrificando uno dei pulsanti dorsali per esempio) avrebbe sicuramente risolto ogni mancanza.
L’elevata difficoltà del titolo, soprattutto a Difficile ed Incubo (consigliati vivamente ai più esperti vista la mancanza di un potenziamento dei nemici proporzionale al vostro livello) richiede un buon grado di acume tattico ma soprattutto un sapiente sfruttamento delle potenzialità di ogni personaggio. Poiché potrete portarvi solamente 3 compagni con voi, dovrete sempre bilanciare le caratteristiche di quest’ultimi scegliendo quelli più adatti alla missione che dovete intraprendere. L’I.A. dei combattenti nemici migliora di pari passo con la difficoltà ma fortunatamente i vostri alleati sono tutt’altro che inermi: oltre ad alcuni script comportamentali predefiniti avrete la possibilità di creare dal nulla le tattiche del vostro gruppo tramite un sistema di routine predeterminato molto simile al Gambit di Final Fantasy XII ed altrettanto efficace, opportunità che farà sicuramente la felicità dei maniaci del micro-management. Permangono purtroppo alcuni difetti di pathfinding e comportamentali (i vostri colleghi cammineranno allegramente sulle trappole anche se le avete già individuate, per esempio), ma complessivamente non si può che lodare la decisione dei programmatori di includere tre differenti approcci alla battaglia, permettendoci di dosare il dinamismo dei combattimenti in tempo reale con la pianificazione meticolosa delle routine tattiche e con il comodo menu radiale.
Nonostante l’abbandono delle ferree regole di Dungeons and Dragons, la loro eredità e coerenza è ancora ben visibile nel sistema di talenti, abilità e caratteristiche che richiama alcuni elementi del d20 system, rinnovato per adeguarsi meglio alle necessità della nuova ambientazione. È stato inoltre ampliato il sistema di crafting degli oggetti (limitato a pozioni, veleni e trappole) che si dimostra un’arma versatile ed interessante nelle mani dei veterani del genere, che sapranno sicuramente sfruttare le inedite possibilità offerte da tali capacità e, al tempo stesso, rimarranno sconcertati dall’inspiegabile mancanza di una cassa comune in cui depositare l’equipaggiamento raccolto durante le nostre avventure. Per quanto l’inventario sia espandibile fino alla ragguardevole cifra di 110 slot, i più esperti e perfezionisti saranno costretti a rinunciare a molte delle loro armi ed armature preferite, visto che anche gli elementi legati alla trama occuperanno spazio nella borsa.
La cieca fiducia dei molti fan nelle capacità degli sviluppatori di Bioware fortunatamente non è stata tradita: nonostante le difficoltà intrinseche nel porting su console di un titolo del genere, DAO è veramente l’inizio di una nuova era per i GdR occidentali nel panorama della settima generazione.
Missione riuscita Bioware!

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Un dipinto d’epoca

La vera grande delusione di Dragon Age: Origins è senza dubbio rappresentata dal comparto grafico. Se si pensa che alla Bioware sono riusciti a sviluppare un titolo esteticamente eccelso ben più di un anno fa (Mass Effect) è quasi impressionante constatare la pochezza grafica di questo nuovo gioco. I modelli poligonali dei personaggi, seppur realizzati con discreta cura, sono tutti decisamente troppo simili tra loro. Lo stesso discorso si può fare per i Darkspawn: spesso sarà addirittura impossibile distinguerli se non per il nome che compare sopra le loro teste, e non è difficile ritrovarsi in brutte situazioni a causa di un nemico di cui non siete riusciti a giudicare le potenzialità dall’aspetto. In alcuni casi vi capiterà di dover sconfiggere gruppi di banditi esattamente identici a dei pacifici contadini che avete incontrato nel villaggio precedente.
Anche la maggior parte delle texture sono piuttosto sbiadite e sfocate (soprattutto nella versione per Xbox 360) e questo difetto non è presente solo negli elementi di “secondo piano”, ma addirittura sui personaggi principali, rendendo l’esperienza visiva non troppo gradevole perfino nei filmati. In compenso, durante le scene di intermezzo, i movimenti labiali sono riprodotti alla perfezione, contribuendo a rendere più realistici i frequenti dialoghi. Purtroppo lo stesso non si può dire per quanto riguarda le animazioni che, oltre ad essere decisamente macchinose, diventeranno ben presto anche ripetitive. Se dalla Bioware vi aspettavate la stessa qualità espressiva facciale e gestuale vista in Mass Effect, rimarrete inevitabilmente delusi.
Ovviamente non tutto ciò che riguarda la grafica di Dragon Age: Origins è deludente: gli effetti di luce causati dalle magie sono realizzati in maniera eccelsa con esplosioni colorate degne dei migliori film fantasy. Sempre durante i combattimenti sono anche apprezzabili i copiosi schizzi di sangue che andranno letteralmente ad imbrattare i vostri personaggi, che rimarranno per un discreto lasso di tempo coperti di fluido rosso, perfino durante le scene di intermezzo. Un’altra nota positiva è data dai “boss” di fine missione, spesso di dimensioni importanti e soprattutto quasi mai dall’aspetto scontato.
Il motore di gioco regge abbastanza bene anche durante le scene di combattimento più concitate e i rallentamenti non sono poi così frequenti, oltre a essere in un certo senso “mascherati” dalla natura del gioco che vi permette frequenti pause per impartire i comandi ai vostri alleati.
Un altro aspetto in cui vi è stato un notevole miglioramento riguarda i caricamenti: chi non si ricorda gli eterni spostamenti in ascensore di Mass Effect o le altrettanto lunghe schermate nere di caricamento? In Dragon Age: Origins, invece, quest’ultime sono state sostituite da preziose informazioni come un breve resoconto delle vostre ultime azioni e gli sviluppi della storia, statistiche sui vostri combattimenti e perfino descrizioni delle varie abilità e magie che i vostri personaggi potranno imparare. Visto che queste sono davvero numerose, l’idea risulta brillante, dal momento che non vi farà perdere tempo a vagare tra i menù quando salirete di livello per decidere le nuove abilità da imparare, in quanto avrete già una buona idea delle opzioni disponibili.

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I am the One

Per quanto riguarda il sonoro siamo purtroppo costretti ad iniziare con una nota negativa: i dialoghi, parte fondamentale in giochi di questo genere, non sono stati doppiati in italiano. Anche in questo caso salta subito alla mente Mass Effect, in cui ogni singolo dialogo aveva subito un eccellente opera di doppiaggio e di sincronizzazione labiale.
Questa situazione si rivela fastidiosa soprattutto parlando con gli NPC (personaggi non giocanti) meno importanti, per intenderci quelli con cui non potrete veramente interagire ma soltanto ascoltare ciò che hanno da dirvi. In questo caso infatti l’intero dialogo, spesso anche di discreta lunghezza, comparirà soltanto brevemente sopra la testa dei personaggi, rendendo la lettura alquanto scomoda.
In compenso, nel caso siate pratici della lingua inglese, il doppiaggio originale è stato realizzato con estrema perizia, tanto che la qualità sorprendente di quest’ultimo andrà spesso a stonare con la semplicità di alcune delle animazioni. In ogni caso, le voci e gli accenti sono molto vari e sembra davvero di trovarsi in uno scenario fantasy, cosa che forse non sarebbe stata possibile con un doppiaggio in italiano.
Le musiche sono un altro pezzo forte di questo fantastico gioco di ruolo: immaginatevi la trilogia de Il Signore Degli Anelli e trasportatela a un titolo fantasy finalmente degno di questo nome. Nonostante non siano poi tantissime, le tracce audio sono talmente ben realizzate che spesso non ci farete caso. Durante i combattimenti la musica aumenterà sia di volume che di ritmo, rendendo gli scontri ancora più epici e avvisandovi con largo anticipo della presenza di nemici nelle vicinanze.

La storia infinita

La Bioware è diventata famosa 11 anni fa con Baldur’s Gate, un epico gioco di ruolo basato sulle regole di Dungeon & Dragons che necessitava addirittura di 5 CD-ROM, un’enormità per i tempi. Non siamo quindi sorpresi di notare che anche questo nuovo titolo abbia una longevità di primissimo livello. Le storie che potrete affrontare sono ben sei, tutte con degli elementi unici e una durata della main quest superiore alle 20 ore. Inoltre, come in quasi tutti i giochi di ruolo, sono presenti centinaia di missioni secondarie, rendendo di fatto questo titolo uno dei più longevi mai creati. Gli obiettivi (oppure i trofei nella versione PS3) sono molto vari e alcuni richiedono di giocare il titolo più di una volta, mentre per altri basta svolgere determinate missioni secondarie, ma nel complesso riuscire a conquistarli tutti non sarà affatto un gioco da ragazzi.
Insomma se non siete dei fan del gioco online e stavate da tempo aspettando un titolo che potesse tenervi impegnati potenzialmente per diverse centinaia di ore, ora potete tranquillamente smettere di cercare.

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La settima era dei giochi di ruolo

Dopo 60 ore spese coperti di sangue a decapitare mostri orripilanti e a (tentare di) uccidere draghi immensi, cosa rimane?
Sicuramente un’avventura epica, narrata come solo Bioware, vero menestrello del regno videoludico, sa fare, un vero e proprio tripudio di emozioni che vi accompagnerà dal canonico tutorial al leggendario epilogo che vi attende.
Certamente il degno erede di una delle più antiche ed aristocratiche famiglie del mondo digitale, meno longevo dei suoi avi e forse ancora schiavo della sua natura primigenia e del computer che lo ha tenuto in grembo così a lungo, ma senza dubbio dotato di una personalità ed un carisma che altri giochi di ruolo successivi alla catastrofe di Black Isle Studios possono solo sognare di possedere.
Indubbiamente l’origine di una saga che si preannuncia longeva e dalle incredibili potenzialità, esaltate dai numerosi (e forse eccessivamente onerosi) DLC già disponibili (senza contare vari spin-off come romanzi, flash game e giochi da tavolo) e dal coraggio di abbandonare le vetuste regole di Dungeons and Dragons per cercare da soli la propria strada verso la gloria.
Forse il miglior gioco di ruolo “occidentale” che le nostre console avranno il piacere di provare, Mass Effect permettendo…