Recensione di Darkstar One: Broken Alliance - Recensione

Recensione di Darkstar One: Broken Alliance di Console Tribe

“Io ne ho viste cose che voi players non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi-B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo salire a bordo

Leggendo la parafrasi iniziale, molti avranno pensato di leggere il preambolo di un titolo finalmente dedicato al capolavoro firmato Ridley Scott, Blade Runner, dopo l’avventura grafica rilasciata per PC ormai dodici anni or sono. Niente da fare, ci dispiace, si tratta di DarkStar One: Broken Alliance, simulazione spaziale targata Kalypso: la citazione del replicante Roy Batty calza al pennello con le avventure che ci attendono a bordo della DarkStar One e, del resto, non potevamo ancora aspettare un titolo dedicato al capolavoro cinematografico per utilizzarla.

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Rarità nello spazio profondo

Dando un’occhiata attenta al catalogo Xbox 360, ci si rende subito conto dell’enorme varietà di genere che la contraddistingue: qualunque giocatore, anche dai gusti personali più astrusi, può trovare un titolo che lo accontenti. Forse l’eccezione è rappresentata proprio dal genere delle avventure a bordo di astronavi spaziali, di cui DarkStar One: Broken Alliance è, oggi, l’unico esponente. Il titolo che ci troviamo ad analizzare ha come illustre predecessore, ovviamente su piattaforme Windows, un’eccellente avventura, sviluppata da Ascaron Software e pubblicata nel 2006, in grado di soddisfare i palati fini degli amanti della letteratura science fiction.
Il protagonista delle vicende narrate è Kayron Jarvis, un giovane pilota spaziale che, dall’oggi al domani, eredita dal padre, misteriosamente assassinato, la Darkstar One, una nave tecnologicamente avanzata e in grado di migliorarsi notevolmente grazie agli artefatti nascosti nello spazio profondo. Il buon Jarvis ha al suo fianco i carismatici Eona e Robert, ma protagonista assoluta, in tutto lo svolgimento del plot narrativo, rimane la Darkstar. Tutti gli intrecci, a dire la verità piuttosto scontati e retorici, hanno come leitmotiv stimolante, non tanto la ricerca del famigerato Jack Forrest, assassino di Jarvis Senior, quanto piuttosto l’upgrade continuo della navicella. Già geneticamente poco originale, il racconto è reso ancora più farraginoso dalle numerose side-quest, praticamente obbligate se si vuole perseguire l’unico obiettivo davvero “eccitante” del titolo, ovvero il raggiungimento della massima potenzialità della Darkstar One.
Purtroppo la varietà delle missioni non è un aspetto di cui il titolo può fregiarsi: scortare mercantili, inseguire e annientare navi interstellari, contrabbandare o trasportare merci tra i vari avamposti galattici, è in pratica tutto quello che dobbiamo fare per decine di volte. Come è facile intuire, si tratta sostanzialmente di spostamenti da posizione X a posizione Y in modo da portare a termine con successo la missione: ben presto le sensazioni di déjà vu imperversano nello spazio, nonostante gli elementi tipici dei giochi di ruolo che il team di sviluppo ha deciso di lasciare in questa trasposizione per console. E’ vero che anche in questo caso non si tratta di nulla di originale ma, il poter prendere delle decisioni contrarie al “regime legale” spaziale non può che portare effetti benefici al clima generale di ripetitività: attaccare pacifiche navi mercantili, se da un lato arricchirà i nostri crediti, dall’altra attirerà le forze di sorveglianza dei vari sistemi solari. Un appagamento per la libertà personale del giocatore contro una brutta reputazione spaziale, un giusto dazio da pagare per divertirsi almeno un po’.

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Dalle premesse sbandierate da Kalypso, ci si aspetterebbe che la varietà caratterizzi fortemente, per lo meno, la fase esplorativa dei circa trecento pianeti. Per la verità l’universo di DarkStar One: Broken Alliance è davvero enorme, in grado di appagare tutti gli amanti della pura esplorazione spaziale, per altro stimolata dalla continua ricerca dei diversi materiali e dalla loro conseguente “mercificazione”. Come accade per le missioni, anche in questo senso il divertimento scema repentinamente, a causa proprio della estrema ripetitività che Kalypso, evidentemente, voleva evitare proponendo centinaia di pianeti: il problema è che ben presto si ha la sensazione che siano tutti uguali, sia dal punto di vista strutturale che visivo. In questo caso sarebbe stato meglio un numero decisamente minore dei sistemi esplorabili ma, per lo meno, caratterizzati da una varietà di situazioni in grado di non annoiare o infastidire il giocatore.
Per finire, non esiste alcune tipo di modalità multi giocatore, né offline né online. Una campagna spaziale al fianco di amici, contro mercanti ribelli, magari controllati da altri player, avrebbe sicuramente elevato la giocabilità e la longevità del titolo a livelli che, la modalità campagna, non intravede neppure viaggiando alla velocità della luce. Un’altra occasione buttata al vento.

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Mercante dello spazio

Come si può intuire, l’aspetto preponderante del gameplay è la ricerca di crediti per potenziare la portentosa Darkstar One comandata dal giovane Jarvis: si tratta di un processo evolutivo molto costoso, che porterà la nave a esplorare le più recondite profondità dell’universo alla ricerca di preziosissimi artefatti spaziali e a difficili trattative commerciali. I potenziamenti sono di diverso tipo e coinvolgono, ovviamente, il potenziale bellico (armi e sistemi di difesa) e soluzioni di comfort per l’equipaggio: tutte le modifiche, soprattutto quelle estetiche, sono visibili nelle fasi di volo. Trattandosi di quello che, a conti fatti, è l’aspetto più importante del titolo, sarebbe lecito aspettarsi un’ottima varietà degli upgrade: anche sotto quest’aspetto il titolo delude il giocatore, in quanto il numero a disposizione è davvero troppo esiguo, soprattutto se rapportato allo sforzo e al tempo necessario per accumulare crediti.
Passare da un controllo mouse e tastiera al joypad non è mai un problema di facile soluzione per i programmatori, soprattutto in un terreno praticamente inesplorato come il genere che Kalypso vuol far conoscere a players only console. In questo caso possiamo affermare che l’adattamento del sistema di controllo è uno degli aspetti più positivi del titolo rivelandosi come uno dei migliori in assoluto provati negli ultimi anni considerati anche gli altri generi più diffusi, RTS in primis.
Inizialmente è opportuno stabilire la mappatura dei pulsanti, soprattutto quello relativo allo stick demandato alla gestione della mira e quello relativo alla barra di comando e cabrata della nave: in questi due casi si possono invertire i sistemi in modo da ottenere la combinazione più consona alle abitudini del giocatore. Un esaustivo tutorial guida il giocatore appena seduto al comando della Darkstar, dai rudimenti più elementari fino ad arrivare ai salti nell’iperspazio; la curva di apprendimento è piuttosto rapida e costante e se durante le prime manovre sembra di essere al comando di un navicella del luna park a causa della sua goffaggine, ben presto si acquisisce un’ottima padronanza di tutti le sue funzionalità che, a dire il vero, non sono poi così complesse. L’azione si gestisce completamente da una visuale in soggettiva, del tutto analoga a quella vista in decine di simulatori di volo, con un HUD piuttosto completo sia per quanto riguarda le indicazione delle armi sia per le varie funzionalità della nave. La visuale esterna è utile, invece, solo per avere una veloce panoramica dello spazio circostante e per ammirare le modifiche riportate allo scafo della Darkstar One.

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Se state già pensando a manovre spaziali degne del capitano James Tiberius Kirk o di Ian Solo, è bene fugare subito ogni illusione. L’approccio scelto dal team di sviluppo, almeno per quanto riguarda le battaglie, è quello tipico degli arcade più spinti: l’unica tattica per avere la meglio è quella di mettersi dietro lo scafo da abbattere o sfogare su di esso le armi più potenti a disposizione. Potrebbe venirci in mente una fuga tattica in anelli asteroidali per mettere in difficoltà il nemico, punti deboli delle astronavi da colpire, elementi esterni da sfruttare a nostro vantaggio: come accennato, nulla di tutto questo sarà necessario per avere la meglio, neppure negli scontri con i boss. Come tutti gli altri aspetti del titolo, un occasione sprecata, dal momento che sarebbe bastato un lavoro più attento alla varietà e complessità delle situazioni per offrire al giocatore un gameplay divertente e appagante. Al contrario, siamo davanti a un titolo che, per molti aspetti, ricorda più uno shoot ‘em up che un simulatore.

Solo promesse

Anche dal punto di vista della realizzazione tecnica sembra confermato l’assioma che caratterizza tutti gli altri aspetti del titolo Kalypso: “vorrei ma non posso”. In realtà le premesse, almeno dal punto di vista grafico, sono di tutto rispetto: Darkstar One è infatti uno dei pochissimi titoli nativi a 1080p, se poi sfrutti a suo vantaggio questa caratteristica è un altro paio di maniche. L’effetto visivo della risoluzione massima è, infatti, inficiato da un design piuttosto anonimo delle diverse navi spaziali e delle varie stazioni orbitanti, oltretutto contraddistinte da texture di livello medio-basso; come se non bastasse, anche in questo caso la ripetitività fa da padrone. Durante i combattimenti, davvero numerosi, domina una sensazione di caos incontrollato, condito da un sensibile calo del framerate delle animazioni. Tra i pochi aspetti positivi possiamo segnalare i discreti effetti particellari delle esplosioni e un uso egregio della palette cromatica che, in molte fasi di esplorazione, esalta lo scenario spaziale e gratifica gli occhi del giocatore.

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Come il testo su schermo, anche il doppiaggio è completamente in lingua inglese: non si tratta di un lavoro che passerà agli annali dello storia videoludica ma si assesta su valori comunque buoni e non caratterizzato, come invece accade in tutti gli altri aspetti di Darkstar One, da una ripetitività apocalittica. Senza infamia e senza lodi i vari effetti sonori dell’avventura.

Una navicella per pochi intrepidi

E’ venuto il momento di approdare all’ultima stazione orbitante e voltare lo sguardo sulla nostra navicella, la Darkstar One. Il titolo Kalypso ha davvero poche frecce al suo arco che, per altro, spreca, sbagliando quasi sempre il bersaglio. Una trama scontata e piuttosto intricata, un gameplay ripetitivo all’inverosimile, l’assenza assoluta di una modalità multiplayer, una realizzazione tecnica che vanta più bassi che alti, allontanano quasi tutti i giocatori, anche i più sfrontati e temerari. Ci sentiamo di consigliare il titolo solo a chi da anni aspettava un’avventura sci-fi incentrata sull’esplorazione spaziale e a chi non si fa scoraggiare da terribili sensazioni di déjà vu.