Recensione di BlackSite: Area 51 - Recensione

Recensione di BlackSite: Area 51 di Console Tribe

Ho sempre pensato agli alieni come nostri amici. Un ponte sospeso
sull’eternità sembra separarci tra noi e loro. Che esistano gli
universi paralleli è ormai teoria condivisa da tutta la scienza
ufficiale. Dunque…così vicini…eppure così lontani.

Ma se un giorno ci dovessimo incontrare?

Potrebbe benissimo essere un incontro positivo e i nostri desideri
vederli trasformati in pura realtà. Ed esplorare insieme, noi e Loro,
le profondità dell’universo.

Ma, pensateci un attimo, se invece non ci fosse niente di amichevole in
questi esseri? Se fossero a noi ostili? Se fossero determinati a tutto,
pur di vederci distrutti, annientati, annullati, annichiliti, ridotti a
macerie fumanti e niente più?

Personalmente credo che sarebbe davvero un gran brutto giorno per l’umanità intera. E allora la scelta sarebbe: noi o Loro?



GIOCHIAMO A FARE LA GUERRA?




Blacksite è il seguito di Area 51 uscito per Xbox, un buon sparatutto
in prima persona alquanto sottovalutato. Entrambi i titoli scelgono di
intraprendere la seconda possibilità (il che porta come conseguenza
all’equazione alieno=nemico), e di calare così il giocatore in una
situazione al limite, dal cui esito dipenderanno le sorti del pianeta
Terra.

In realtà in Blacksite i rimandi, le citazioni e i richiami sono
davvero molteplici: la primissima parte è ambientata in Iraq alla
ricerca delle famose armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, e
strizza chiaramente l’occhio al filone dei videogames da guerra
classici, costituito dai vari Medal of honor, Call of duty, Hidden and
Dangerous, Ghost Recon, Conflict Desert Storm, etc.

Irrompe subito però, al momento dello spostamento dell’ambiente di
gioco in Nevada, il vero tema centrale della struttura narrativa,
appunto lo scontro senza sosta tra noi e Loro per il quale passeremo a
respirare un’atmosfera  da Guerra dei mondi, o videoludicamente
parlando, noteremo qua e là un po’  di Gears of War (la sceneggiatrice
infatti è la stessa, Susan O’Connor), un po’ di Halo (accennato in
particolare nelle mutazioni genetiche che ricordano i tanto famosi
Flood), un po’ di Prey (forse il gioco al quale in fin dei conti sembra
più rifarsi nei ritmi e nelle impostazioni sceniche), e per finire
finanche un po’ di Black (per il concept di action game).



La trama ci vede assumere le vesti di Aeran Pierce, capitano della
squadra Eco statunitense, il quale, nel corso degli eventi si troverà
costretto, volente o nolente, a salvarci tutti dall’attacco alieno e
dalla diffusione di rovinose “spore” in grado di spargere la minaccia
in ogni dove. Non vi diciamo di più, ovviamente, per non rovinarvi la
sorpresa.

A parte l’introduzione ambientata in Iraq, il resto del gioco si svolge
in Nevada, trascinando Pierce e compagnia bella da una sparatoria
al’altra, senza tregua nè vera soluzione di continuità (gli episodi
servono in realtà a dare respiro e quel minimo di schematizzazione
all’impianto narrativo)

Man mano che comunque proseguirete nel corso del gioco, vi accorgerete
in realtà come la storia, tutto sommato con degli spunti tematici assai
interessanti (come la pericolosità insita nel detenere un potere, in
cosa consiste il vero senso del dovere, il rapporto Governo-popolo), in
realtà venga poi a costituire invece un mero pretesto per l’ennesimo
FPS alla Doom (capostipite però onestamente con bel altro spessore). Un
vero peccato e un occasione mancata.

La stessa Midway sul punto si è sbilanciata rilasciando la seguente
dichiarazione: “con Blacksite volevamo creare un FPS puro. Se ci sarà
un seguito, ci dedicheremo di più all’aspetto esplorativo”. Forse una
frase di troppo?



SARANNO GIOIE O DOLORI?




Questo gioco cerca senza dubbio di darsi uno stile. Non appena
inseriamo il dvd nella nostra fidata 360, la prima immagine che
colpisce è proprio il menù introduttivo. Uno sporco ricercato, un
trasluccichio soffuso nella grafica e nei testi rivelano una gustosa
cura, la giusta dose di attenzione anche per dettagli che a prima vista
potrebbero apparire insignificanti.

Non premendo alcun tasto per un poco di tempo, si autoavvierà un
trailer breve, ma intenso, rivelatorio di alcune delle caratteristiche
salienti del titolo quali le grandi esplosioni, le situazioni di
guerriglia al limite, i nemici giganteschi e un senso di distruzione e
morte diffuso un po’ ovunque. Un ottimo biglietto da visita, non c’è
che dire.



CHI NON RISICA, NON ROSICA




Intendendo iniziare una campagna in singleplayer, ci troveremo prima di
tutto davanti alla scelta tra 3 livelli di difficoltà (giallo=facile;
arancione=normale; rosso=difficile). Consiglio, a meno di essere dei
masochisti patentati, di optare per “arancione”, poichè a livello rosso
saremo costretti a dover ripetere la stessa scena più e più volte.  A
questo proposito senza dubbio sarebbe stato preferibile un quarto
livello, intermedio tra arancione e rosso ( che sta per
normale-difficile), poichè a livello standard nella maggior parte delle
occasioni, avendo un poco di esperienza nel campo degli sparatutto in
prima persona, sarete dei piccoli Terminator inarrestabili.

I controlli rientrano nei canoni standard del genere, e pertanto su
questi non mi dilungherò, se non per sottolineare una leggera viscosità
nel girare lo sguardo del nostro personaggio. Viene ripreso, per
l’ennesima volta, il sistema di energia di Halo: quando il nostro eroe
verrà colpito lo schermo tenderà a arrossire, fino all’apparire di
venature rossiccie lungo l’hud: momento in cui sarà sufficiente un
colpo per mandare ko Pierce, a meno di riuscire a ripararsi dal fuoco
nemico per qualche secondo al fine di ripristinare lo stato di salute
al livello usuale.

Nel corso dell’avventura per la maggior parte del tempo agiremo di
concerto a 1 o 2 compagni, in teoria messi apposta lì per aiutarci e
proteggerci.Certo, in teoria, perchè poi nella pratica passeranno la
maggior parte del loro tempo ad andare giù per terra, abbattuti dal
nemico, e a rialzarsi poco dopo come per magia, per essere quindi di
nuovo abbattuti senza pietà…Il tutto risultando oltremodo ridicolo e
surreale. Soprattutto vi sarà chiaro cosa intedo se sceglierete di
giocare a livello rosso.

Le possibilità di interazione con i vostri alleati si limiteranno a
dare loro degli ordini quali aprire una porta, sparare a un nemico o
andare su un determinato punto del territorio circostante. Per cercare
di dare un po’ di spessore a questa caratteristica è stato introdotto
l’elemento “morale della squadra”, il quale influenza le prestazioni
dei vostri compagni in relazione al progredire della battaglia. Di
fatto si rivela elemento di pochissimo peso, ininfluente sia in
positivo che in negativo.

Per concludere un’ultima noticina negativa: il numero delle armi
davvero esiguo. Potremo utilizzare la pistola, la mitragliatrice, il
fucile a pompa, il fucile da cecchino, il lanciarazzi umano e alieno,
una mitraglietta aliena (che in realtà spara una volta sola 6 colpi
circa), e le granate. Appena appena sufficiente.



Per quel che riguarda la modalità multiplayer, questa si è rivelata una
sorpresa discretamente positiva. Vi è la possibilità di sfidare online
fino ad altri 9 avversari, vi sono i classici deathmatch tutti contro
tutti o a squadre, ruba la bandiera, e una curiosa modalità che vede
fronteggiati “infettati” contro umani (il cui scopo è quello, per i
primi, di trasmettere il virus agli avversari e rimpolpare così le
proprie fila, mentre, per i secondi, è invece evitare il contagio ed
eliminare  gli avversari  (il tutto ricordandoci assai la modalità
“infection” su Halo 3 ). Sono inoltre da evindenziare un comparto
tecnico di buon livello e una buona gestione del lag e del net code in
generale. Assolutamente pollice verso piuttosto per l’impossibilità di
giocare in cooperativa assieme ad un amico sia online che offline la
storia principale.



UN BUON PIATTO SERVITO FREDDO




Graficamente parlando, Blacksite si presenta di tutto rispetto:
l’Unreal Engine 3.0, tra l’altro opportunamente modificato, conferisce
un ottimo aspetto generale a tutto il gioco, con texture di buona
qualità, animazioni generalmente (salvo le eccezioni presenti nel
gioco) fluide, modelli poligonali corposi e ben sviluppati, ombre
dinamiche ben realizzate. A tutto questo si aggiunga l’uso ormai quasi
onnipresente in ogni FPS del motore fisico Havok che conferisce un
pizzico di realismo in più.

Certo non è tutto oro quel che luccica. In verità Havok alla fin fine
non è così integrato nel gioco: l’interattività con l’ambiente
circostante è davvero limitata. I nostri colpi avranno effetto sulle
solite cose: barili o casse o automobili (qualcuno ha detto“Gears of
war?”) e al massimo contro qualche muro (non tutti ovviamente quindi,
ma solo quelli di un certo tipo). E’ desolante vedere come i nostri
proiettili, sparati contro una parete, non lasciano alcun segno, quando
tale feature è presente sin dai tempi di Duke Nukem, must by per ogni
videogiocare “professionista”.

i livelli di gioco si presentano interessanti e curati davvero nei
minimi particolari. Certo, non si è ricercato primariamente il
fotorealismo, quanto piuttosto di dare vita a un ambiente evocativo,
affascinante, intrigante in cui immergere il giocatore. Un esempio: il
primo episodio, quello ambientato in Iraq. Lo spettacolo offerto dai
palazzi di Bagdad è qualcosa di unico. Qualcosa che vorremmo non
limitarci a vedere ma che vorremmo toccare, esplorare, sperimentare al
posto di Pierce.

La cantonata più grande presa dai programmatori della Midway viene da
un frame rate a tratti davvero impietoso. Prendiamo ad esemio la scena
del drive in fra tutte. Saranno per voi dai 5 ai 15 minuti di panico,
intenti come sarete a capire se trattasi di un problema della 360,
pronta ad esplodere in mille pezzettini, oppure di un misterioso
sortilegio videoludico.

In realtà tale evenienza non sarà addebitabile nè ad una moltitudine
impressionante di nemici da gestire, nè ad alcuna difficoltà a leggere
il disco, ma semplicemente ad una cattiva implementazione del codice,
che evidentemente andava ancora un po’ testato.

A questo si aggiunga la presenza di diversi bug grafici sparsi qua e
là, quali compenetrazione di oggetti, pop up, animazioni legnose o
assenti, routine di movimento in loop continuo. Per fortuna vi è da
dire che sono le eccezioni e non la regola.

Per concludere questa sezione occupiamoci brevemente della IA.
Nonostante le critiche piovute da più parti, in realtà svolge
sufficientemente il suo compito, anche se con degli opportuni distinguo:

i nemici sembrano all’apparenza dotati di una pur minima intelligenza,
attenti come sono a ripararsi dietro un muro, a non buttarsi senza
senso in una mischia, a lanciare granate in corrispondenza di
determinati assetti di battaglia; con riferimento invece ai nostri
compagni, la IA non va come dovrebbe. Come detto poco sopra, appaiono
stupidi, pronti solo a fare da carne da macello per i nostri nemici.



ECHI DI SPARI LONTANI E VICINI




Il comparto audio fa la sua parte mostrando un campionario di effetti
sonori di ottima qualità, invece delle musiche carine, ma niente di
più, cercano di enfatizzare l’azione, senza troppi risultati di sorta.

Una nota di merito: i testi e il parlato sono completamente in lingua
italiana e il doppiaggio si conferma di buon livello, con voci adatte
alla parte e testi recitati in maniera professionale.



UNA SINTESI CHE SA DI CONDANNA




Il creative director di Blacksite, Harvey Smith (System Shock, Deus Ex,
Thief: Deadly Shadows), ha rilasciato un’intervista nella quale
ammetteva che il videogame non è riuscito come sarebbe dovuto, in
quanto “il tempo concesso per terminare il gioco e rifinirlo è stato
pochissimo”. Conseguentemente Smith ha lasciato la Midway.

Purtroppo però dobbiamo dargli ragione. Blacksite è un prodotto che
raggiunge una piena sufficienza, ma molto molto distante da capolavori
quali Halo e Gears of War.

Inoltre è venuto fuori, qualche giorno fa, che sarebbe in cantiere
Blacksite 2. L’unico augurio è che si faccia tesoro degli errori
commessi nel primo e che stavolta si facciano le cose con calma. Le
premesse per realizzare un must ci starebbero tutte.



CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE




La domanda che resta è quindi sempre la solita: acquistare o no,
comprare Blacksite, un nuovo standard degli FPS,oppure bollarlo come un
esperimento riuscito male e lasciarlo stare a prendere polvere sugli
scaffali in attesa del casual gamer di turno?

Considerando che:

  • l’aspetto grafico è più che soddisfacente grazie al binomio
    Havok-Unreal Engine 3.0 (a parte il framerate disastroso in certe
    occasioni e qualche bugghettino);
  • gli effetti sonori fanno il loro dovere in maniera più che dignitosa,
    e la soundtrack è vagamente ispirativa, anche se incide davvero poco;
  • il gameplay è semplice ed immediato. Blacksite vuole essere uno
    sparatutto puro e semplice, divertente, gasante, eccitante. Il tutto
    unito a un po’ di idee sviluppate alquanto grossolanamente;
  • la trama in fondo è la solita americanata in salsa lievemente
    politically scorrect. Cosa forse ancora più irritante. Perchè le mezze
    misure, i dico e non dico scontentano sempre tutti;

Ve lo consiglio? Beh, se vi piacciono gli sparatutto, sicuramente. Se
invece odiate Halo e company, vi consiglio di provarne la demo.



Pro

  • Solido gameplay di matrice classica
  • Sonoro d’impatto e articolato
  • Sufficiente longevità
  • Grafica corposa grazie all’unreal engine 3.0
  • Interessante modalità multiplayer online



Contro

  • Bug grafici sparsi qua e là
  • Framerate in certi punti imbarazzante
  • Colonna sonora poco incisiva
  • Trama poco sviluppata sia dal punto narrativo che psicologico dei personaggi
  • Limitato numero di armi
  • Gioco di squadra appena abbozzato
  • Mancanza della cooperativa sia online che offline