Recensione di Afro Samurai - Recensione

Recensione di Afro Samurai di Console Tribe

Immaginate la vostra vita in famiglia. Immaginate la tranquillità della vostra vita stroncata da un momento all’altro.

Come si reagisce in situazioni simili? Come si riesce ad andare avanti?

Io ancora devo capirlo, ancora devo preoccuparmene ma sono troppo occupato a vendicarmi…





L’Afro, la vendetta e due bandane



Dietro grandi avvenimenti ci sono spesso emozioni semplici, piccole ma
allo stesso tempo incredibilmente umane. Quando si racconta una storia,
invece, spesso per descrivere gli avvenimenti ci si dimentica proprio
di queste emozioni, le si trascura per rendere le vicende più
drammatiche, più eroiche e spettacolari ma incredibilmente finte.

In Afro Samurai
invece si è cercato di rendere quanto più umani i
protagonisti e di trasmettere tutti quei sentimenti che ci
accompagnano, seppure in parte, nella vita di tutti i giorni. Basta
poco per cogliere i sottili paragoni tra l’epoca in cui si svolge
la vicenda ed i giorni nostri. Al centro della struttura narrativa ci
sono due fascette, chiamate semplicemente Numero Uno e Numero Due.
Queste bandane rappresentano il potere e allo stesso tempo la ricerca
dello stesso. Il proprietario della Numero Uno è, infatti,
considerato un essere quasi imbattibile, capace anche di dominare il
mondo. Antagonista naturale del Numero Uno è il Numero Due,
unico ad avere la possibilità di sfidarlo e quindi ottenerne il
potere. Il Numero Due è tuttavia una posizione difficile in
quanto il proprietario si ritrova ad essere sia preda che cacciatore.
Doversi fare strada per uccidere il Numero Uno deve difendersi da
quanti vogliono conquistare la bandana indispensabile per avvicinarsi
al potere più grande.
Sulla base di questo gioco di potere
si svolgono le avventure di Afro Samurai, il quale è alla
ricerca delle due fascette. A guidare il nostro eroe non è la
voglia di potere o la gloria, bensì la vendetta. Quando era poco
più di un bambino ha visto eliminare il padre(all’epoca
detentore della numero uno), e decide così di intraprendere la
strada del vendicatore.

Diversamente da altre produzioni il lavoro Namco Bandai non delude i
fan dell’anime ma regala loro un’ottima trasposizione. Il
ritmo narrativo si integra a perfezione con la storia originale
riuscendo a coinvolgere sia il fan più sfegatato sia chi si
avvicina al brand per la prima volta.

Ottima è la caratterizzazione dei personaggi, i quali appaiono
notevolmente umani riuscendo a distaccarsi dagli stereotipi visti e
rivisti in produzioni simili. Particolarmente curata è
l’introspezione psicologica degli stessi, che trova in Ninja
Ninja (alter-ego di Afro) l’esempio più lampante. Questo
personaggio è una sorta di guida per il protagonista e allo
stesso tempo rappresenta una parte del suo carattere celata, nascosta,
sintomo di una sofferenza interiore che poco a poco avremo modo di
conoscere meglio. Tutti elementi indispensabili per dare alla trama
quella maturità che contraddistingue le grandi produzioni.

Il clima che si respira vivendo l’avventura è
affascinante, vuoi per la narrazione vuoi per la mescolanza di elementi
come la contrapposizione tra cultura occidentale e orientale.

Nel complesso gli elementi narrativi riescono a coinvolgere il
giocatore, soprattutto grazie a scelte che si avvicinano più ad
opere cinematografiche che videoludiche.




Affiliamo la spada…ma senza esagerare


Quando si immagina una persona assetata di vendetta la mente
associa questo sentimento ad una strada fatta di sangue e morte. Afro
Samurai in questo non fa eccezione.

Da questa semplice descrizione è facile intuire come il gameplay
possa essere ricco di azione, di combattimenti ma soprattutto di tanto
tanto sangue. Gli scenari di gioco ci vedranno impegnati in scontri
all’arma bianca con una grande quantità di nemici. I quali
hanno come unico obiettivo quello di eliminarci ed ovviamente noi
venderemo a caro prezzo la pelle.

Il giocatore, per compiere la sua vendetta, dispone di una grande
quantità di combo, infatti combinando i classici attacco veloce
e attacco forte riusciremo a creare spettacolari sequenze di colpi. Se
da un lato l’enorme quantità di attacchi può far
felice anche il giocatore più hardcore, dall’altro lato
riesce a deludere per la poca profondità. Ingaggiare duelli con
gli avversari che si dipaneranno davanti non rappresenta mai una vera e
propria sfida nè tantomeno invoglia il giocatore a studiare con
attenzione le meccaniche di gioco. Il risultato di questa
“semplicità” sono combattimenti scontati e
ripetitivi nei quali difficilmente si segue una tattica ma ci si
abbandona invece a premere forsennatamente i tasti. Perfino i boss di
fine livello non offriranno un livello di sfida tale da far impegnare a
sufficienza il giocatore: il più delle volte basta tenersi a
distanza e usare il tasto per difendersi nel momento giusto.
Difficilmente dovrete impegnarvi più di tanto, solo di rado
infatti smetterete di comportarvi come un “rapid fire” ed
inizierete ad usare anche il cervello per abbattere gli avversari.

Nonostante tutto sconfiggere i nemici risulta essere piacevole, vuoi
per la soddisfazione di vedere arti e membra tagliati di netto, vuoi
per la facilità degli scontri che fa sentire il giocatore
soddisfatto e appagato.

Per impreziosire il gameplay gli sviluppatori hanno pensato di inserire
due distinte modalità di concentrazione, che per certi versi
ricordano il classico “Bullet Time”. Premendo i tasti
dorsali saremo in grado di rallentare il tempo ed effettuare attacchi
veloci e decisamente potenti. Adoperando a dovere questa tecnica
potremo eliminare una grande quantità di avversari in pochissimi
secondi. I combattimenti saranno veloci, divertenti e frenetici, ma
alla lunga ripetitivi; proprio per questo si è deciso di
spezzare la monotonia inserendo elementi platform.

Nel perlustrare le location spesso per proseguire è richiesta
l’attivazione di leve, o di trovare il percorso giusto saltando
da una piattaforma all’altra . In poche parole elementi classici che
ormai hanno fatto storia e che quindi non offrono nulla di innovativo.

Tecnicamente parlando le meccaniche di gioco sono ben studiate, ma
decisamente non fanno gridare al miracolo. Se a questo aggiungiamo una
decisa ripetitività d’azione capirete come il gameplay sia
studiato unicamente per divertire senza troppe pretese. Piacevole nel
complesso ma davvero privo di una profondità tale da far
innamorare il giocatore.




Quando il rap incontra i fiori di ciliegio...



Per rendere giustizia ad anime o film, agli sviluppatori è
essenzialmente richiesto di ricreare l’atmosfera e le
ambientazioni viste nell’opera originale. Sotto questo aspetto il
lavoro svolto da Namco-Bandai è davvero encomiabile, Afro Samurai
videoludicamente parlando ha poco da invidiare alla controparte
animata. La trasposizione è davvero ben riuscita, sia per quanto
riguarda le ambientazioni che per la cura riservata al character design.

Sia gli ambienti che i personaggi sono creati utilizzando l’ormai famosa tecnica del cel-shading.
Questa scelta si è dimostrata perfetta ed adatta alle
peculiarità del gioco. Altra particolarità del titolo
è la palette di colori che riesce a conquistare
l’immaginario del giocatore, grazie a sfumature e tinte accese
che si integrano bene con la tipologia di gioco e di narrazione. Ottime
anche le animazioni del protagonista, ogni movimento è curato
alla perfezione e il risultato è una fluidità di ottimo
livello. Leggermente sottotono sono i nemici, sia per quanto riguarda i
movimenti che per il look. Gli avversari spesso si lanceranno in
movimenti insensati e poco realistici, mentre per la componente
estetica anche in questo caso imperversa la ripetitività. Ogni
nemico incontrato, escluse le poche varianti, sarà del tutto
identico a quello precedente.
Gli scenari che fanno da sfondo
alla vicenda sono vari e ben curati, soprattutto dal punto di vista
artistico, aspetto dove l’influenza dell’anime si fa
sentire parecchio.

Deludente è il lavoro svolto per ricreare la fisica, la gestione
degli oggetti su schermo è piuttosto approssimativa con
frequenti collisioni, che spesso renderanno il proseguimento
dell’avventura frustante.

Con
un samurai Afro non si poteva che avere dell’ottima musica rap a
fare da sottofondo. Il comparto audio è sicuramente
l’aspetto meglio riuscito del gioco, grazie alla colonna sonora
di RZA (ex membro Wu-Tang). Le musiche del rapper accompagneranno molte
sequenze di gioco, rendendo l’esperienza ancora più
adrenalinica. A stupire non sono solo i brani della cultura hip hop ma
l’estrema varietà dei suoni presenti.

Afro Samurai dispone anche di campionamenti che ricordano l’epoca
feudale o comunque la cultura orientale, quindi è facile passare
da un rap forsennato a musiche ben più tranquille.

Ottimo anche il doppiaggio il cui cast è capeggiato da Samuel L.
Jackson; le voci che danno vita ai personaggi si amalgamano con
perfezione allo storia grazie anche al perfetto lip-sinch messo a punto
dagli sviluppatori. Il lavoro svolto in questa fase di realizzazione
è completo sotto ogni punto di vista e riesce a ricreare con
estrema naturalità l’innaturale mescolanza di suoni che
contraddistingue il brand.





L’ultimo (Afro)Samurai?



Il titolo sviluppato da Namco Bandai si mostra come un prodotto
tecnicamente solido e ben sviluppato. Il comparto audiovisivo è
di pregevole fattura e nonostante qualche difetto contribuisce in ampia
misura a ricreare il clima apprezzato nel celebre anime. La
trasposizione fatta è di buon livello e sicuramente i fan non
saranno delusi dal lavoro svolto dagli sviluppatori nel ricreare lo
stesso pathos. Riuscendo inoltre integrare perfettamente la storia del
gioco a quella dell’opera originale.


Il gameplay è piuttosto semplice: tante combo e combattimenti
frenetici, peccato forse per la poca varietà d’azione e la poca
profondità di gioco.
Difficilmente i giocatori rimarranno
entusiasti dalle meccaniche di gioco, che pur non presentando
particolari limiti finiscono per stancare in fretta sia per la
monotonia che per il basso livello di sfida.

Il samurai ha colpito nel segno, ma non in un punto vitale.