Rain - Recensione

La pioggia cade su chiunque, la stessa, vecchia pioggia. Ed io sto cercando di camminare al tuo fianco, tra gocce. Sembra quasi che gli Smashing Pumpkins avessero già capito tutto già tredici anni fa in quello che fu, in apparenza, il loro ultimo lavoro. Oppure è soltanto colpa dei ragazzi di Japan Studio se queste parole si sono oggi tramutate nella realtà onirica e a tratti straziante di Rain. Già la pioggia, sempre lei, protagonista di una storia delicata, dove si mescolano solitudine, paura e amicizia. Rain.

La pioggia cade su chiunque, la stessa, vecchia pioggia. Ed io sto cercando di camminare al tuo fianco, tra gocce. Sembra quasi che gli Smashing Pumpkins avessero già capito tutto già tredici anni fa in quello che fu, in apparenza, il loro ultimo lavoro. Oppure è soltanto colpa dei ragazzi di Japan Studio se queste parole si sono oggi tramutate nella realtà onirica e a tratti straziante di Rain. Già la pioggia, sempre lei, protagonista di una storia delicata, dove si mescolano solitudine, paura e amicizia. Rain.


I contorni si sfilacciano

La notte è da sempre il teatro perfetto per ogni favola che si rispetti, un luogo ideale per dar vita alle fantasie più ardite, cullati dalle ombre e dallo sguardo benevolo della luna. Era sdraiato nel letto, ammalato, quando la vide, i contorni sfumati tra le gocce di pioggia che inumidivano copiose il selciato. Non era sola: una figura sinistra attraversò per un fugace istante la cornice che lo separava dalle tenebre. Non poteva lasciarla sola, sentiva che doveva fare qualcosa per aiutarla. Dimentico della malattia si lanciò fuori dalla finestra e, senza esitare, attraverò quella porta che avrebbe cambiato tutto. Come lavato da quelle lacrime celesti, il suo corpo sembrò quasi scivolare via, lasciando soltanto una sagoma capace di riflettere le gocce di pioggia. Un rumore. Paura. Un tetto improvvisato lo nascose alla vista di quel feroce inseguitore. Un rumore. Passi. La caccia riprese: non poteva esitare oltre. La pioggia continuò a cadere senza tregua.

Giocare o sognare?

Parole quasi inutili quelle spese sino ad ora. Già, perchè risulta difficile inquadrare con semplicità Rain, quasi come se il suo essere videoludico fosse egli stesso più o meno visibile a seconda delle situazioni. Ad uno sguardo superficiale basterebbero, difatti, pochi istanti per bollare come fiasco il lavoro congiunto di Japan StudioPlayStation C.A.M.P. Acquire. Tutto si svolge in un lungo corridoio, le azioni da compiere sono poche e di una semplicità disarmante. Ogni cosa sembra già scritta, come nelle favole che si raccontano ai bambini prima di andare a dormire: pare quasi non esserci spazio per un coinvolgimento attivo, quasi come se la presenza del giocatore fosse solo una fastidio troppo ingombrante per essere rimosso.

Eppure, a meno di non essere oramai irrimediabilmente obnubilati dalle esplosioni poligonali, Rain appare molto più libero di tanti altri corridoi virtuali in cui le uniche pause tra un passo e l’altro sono costituite da proiettili o finte azioni rocambolesche. In fondo è comunque vero che il fulcro di tutta l’esperienza sia costituito dal nascondere il proprio corpo, grazie ai vari ripari di cui la città è costellata. Parimenti è giusto sottolineare come i vari enigmi ambientali non richiedano più di una manciata scarsa di secondi per essere brillantemente superati. Però… appunto, come in ogni favola che si rispetti c’è sempre un però capace di ribaltare le carte in tavola e trasformare il più sgraziato degli anatroccoli in un cigno meraviglioso. A patto di essere sufficientemente invogliati a farlo, è impossibile non rimanere rapiti dall’atmosfera che si respira ad ogni passo, dalle parole di questo racconto malinconico che si dispiegano sotto il ticchettio incessante della pioggia. Si gioca poco, nel senso più stretto del termine, anzi si finisce quasi con l’essere noi ad essere presi per mano dal ragazzo senza nome che controlliamo in Rain.

Questione di dettagli 

Sfilacciato come i ricordi evanescenti di un sogno, Rain rinuncia a colpire gli occhi dello spettatore con una messa in scena sfarzosa e barocca. La strada intrapresa dal titolo nipponico è ben più minimalista, fatta di piccoli particolari capaci di distinguere il mondo messo in piedi da Japan Studio dalle, talvolta, ipertrofiche produzioni tripla A. I passi invisibili che increspano le pozzanghere, un tavolo urtato distrattamente, le sagome che appaiono e scompaiono sotto le gocce, sono tutti piccoli dettagli capaci di trascendere la resa fotorealistica che spesso andiamo cercando, finendo con l’instillarsi con prepotenza nei nostri cuori.

E poi c’è lei, quella che (non ce ne voglia la pioggia del titolo) può essere a tutti gli effetti identificata come la vera protagonista di tutta l’avventura: la colonna sonora composta da Yogo Kanno è semplicemente sconvolgente. Bastano poche note malinconiche di piano per animare la scena di mille emozioni, sottolineando alla perfezione le emozioni dei nostri piccoli protagonisti. Al cospetto di un simile concentrato di poesia sembra quasi blasfemo parlare di un dettaglio (quasi) insignificante come il denaro: il viaggio del nostro eroe senza nome, proprio come il più bello dei sogni, ha il difetto di dissolversi al sole in poco più di 3 ore che, se confrontate al prezzo in cui il gioco è disponibile sul PSN, sembrano davvero molto risicate.

Difficile, come già scritto, inquadrare Rain: capolavoro assoluto o enorme bufala videoludica? Stavolta non saremo noi a dirvelo, o per lo meno non lo faremo in maniera assolutistica, pertanto prendete il voto che trovate più in basso come la più soggettiva delle valutazioni, frutto delle personali emozioni di chi lo ha provato. Possiamo solo dire che una produzione del genere ha tutto il diritto di convivere con altri esponenti che magari incarnano con maggiore perfezione il concetto più stretto di videogioco: Rain è una piacevole pausa tra le frenetiche corse in pista, i conflitti armati più sanguinosi e le estenuanti partite di pallone. Vedetelo come una sorta di bacio della buonanotte digitale, non certo indispensabile (come ogni bacio del resto), ma che fa sempre bene al cuore ricevere.