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Recensione Priest Simulator: Vampire Show

di: Francesco Pellizzari

I videogiochi ci permettono di vivere vite impossibili, esplorare mondi irraggiungibili e diventare ciò che nella realtà possiamo solo immaginare. Possiamo essere eroi, esploratori, piloti, guerrieri o semplicemente persone totalmente differenti da ciò che siamo nella vita reale, vivendo emozioni ed esperienze che superano i limiti della quotidianità. È questa libertà di immedesimazione a rendere il videogioco qualcosa di unico. Mai però nella mia “carriera” di videogiocatore avrei pensato di trovarmi un giorno ad indossare l’abito talare, anche se solo virtualmente. Ci ha pensato lo studio Asmodev con il suo Priest Simulator: Vampire Show a rendere tutto ciò possibile.

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Reality trash religioso

In un villaggio polacco maledetto chiamato San de Ville, il male sembra avere la meglio, gli “shatanisti” regnano in strada e l’oscurità possiede le anime. Al centro di questo teatro dell’assurdo si trova il Vaticano, che decide di reagire con un piano degno di un film di serie B: inviare un vampiro‑prete a salvare tutto. Il protagonista è Orlok, ex Lord dei Vampiri, che si ritrova a causa di una maledizione e fatalità nelle mani della Chiesa. Rinominato “Padre Stanislav”, il Vaticano gli assegna un compito apparentemente semplice: liberare Anka, una giovane donna posseduta da Satana, e al tempo stesso ripulire il villaggio da fanatici demoniaci, riti perversi e una generale deriva infernale. Il risultato è un’ibridazione tra FPS, mockumentary, esplorazione del villaggio e una gestione quasi comica della sua piccola chiesa, tutto infiocchettato da un’atmosfera metallica e blasfema che non chiede mai permesso a nessuno.

Assurdo ma coerente

Il primo impatto con Priest Simulator: Vampire Show è quello di un programma televisivo disturbante: il gioco alterna fasi di prima persona armata a tagli “documentaristici”, con la telecamera che si muove come in un reality show, e dialoghi che sfiorano continuamente il nonsense e la blasfemia. La colonna sonora è un’accozzaglia di heavy metal sfrenato, mentre la regia globale sembra godere di infarcire il tutto con simboli religiosi, far esplodere santini e costruire un’immagine del fanatismo più orientata alla spettacolarizzazione in stile carnevalesco che da quello della devozione estremistica. L’estetica è volutamente grezza, con modelli semplici, texture non perfette e animazioni che non si nascondono dietro finte sofisticazioni. Solo che, in questo caso, la rozzezza quasi diventa un punto di forza: il gioco non finge di essere qualcosa che non è, e questo lo rende più autentico nel suo essere un prodotto eccentrico piuttosto che un FPS serio. Non è il titolo da mostrare quando si vuol fare colpo sulla possanza tecnica, ma la dimostrazione di cosa significhi creare un gioco fuori dagli schemi senza troppi fronzoli.

Un esorcista, presto!

Tutto inizia con un’idea apparentemente seria: il Vaticano decide di commissionare un film‑documentario per mostrare come il Dio cristiano sia superiore a Dracula e alla sua leggenda. Il cardinale Stanislaw Gąsior diventa la stella del progetto, ma il set finisce in un’escalation di maldestri incidenti e rituali fuori budget. In gioco, però, la vicenda è ancora più distorta: il guanto che il cardinale brandisce apparteneva a un vampiro, è maledetto e, quando viene usato, trasforma tutto in un piccolo inferno. Da lì, il Vaticano decide di usare proprio il vampiro‑prete come arma contro Satana: se Orlok sarà in grado di liberare il corpo di Anka, potranno negoziare il suo perdono. Il gioco trasporta il protagonista nel villaggio polacco di San de Ville, ormai in balìa dei demoni, con riti notturni, possessioni, ronde di fedeli fanatici e una serie di missioni che si alternano tra combattimenti diretti, esorcismi, rituali e momenti di pura follia. Parallelamente, il giocatore deve gestire la chiesetta di Orlok, vendere santini, confessare i fedeli in un minigioco assurdo, raccogliere soldi, potenziare la sua auto demoniaca e preparare veri e propri spettacoli per “salvare” le anime dei paesani, sempre con un tono tra il comico e il blasfemo.

Basilare e ibrido quanto basta

Il gameplay è più semplice di quanto sembri a prima vista. Priest Simulator: Vampire Show alterna combattimenti in prima persona, esplorazione del villaggio, missioni secondarie, esorcismi e piccole attività gestionali. In battaglia, il giocatore può usare una mano per impugnare armi tradizionali (fucili, pistole, lanciagranate, coltelli) e l’altra per attivare poteri legati al guanto maledetto: teletrasporti, pugni devastanti, stordimenti, spostamenti rapidi e altre abilità che danno un tocco da supereroe demoniaco alla situazione. Le missioni si susseguono in forma abbastanza lineare: accettiamo il compito assegnatoci, ci si reca verso il punto di interesse, eliminiamo il nemico o i nemici di turno, verrà eseguito un rito o un’azione specifica e, una volta portata a termine la quest, si ottiene la ricompensa. Non mancano alcune attività secondarie, piccole esplorazioni, e qualche elemento sandbox che dà l’impressione di un mondo più grande di quanto non sia realmente. Il risultato è un’esperienza che funziona meglio se la si accetta per quello che è: un viaggio bizzarro, un po’ ruvido, ma pieno di idee e trovate che cercano più di divertire che di impressionare.

Considerazioni finali

Priest Simulator: Vampire Show è un gioco che non prova minimamente a piacere a tutti, e proprio questa è la sua qualità principale. È sgangherato, rumoroso, sfrontato e spesso ridicolo nel modo giusto, ma sotto il caos ha abbastanza personalità da farsi ricordare. Se vi piacciono i titoli eccentrici, ironici e un po’ disturbati, qui troverete un piccolo culto in salsa metal‑demoniaca; se invece cercate un action curato, rifinito e profondo, allora meglio che vi rivolgiate altrove, qui troverete solo esorcismi finiti male.