Recensioni

Recensione Pixel Ripped 1978

di: Simone Cantini

C’è qualcosa di magico nel mondo dei videogiochi, una realtà priva di reali vincoli, in cui è letteralmente possibile dare vita a qualsiasi tipo di esperienza. A patto di avere la fantasia e l’abilità necessarie per concretizzarla. Doti che, come dimostrano i lavori che hanno preceduto Pixel Ripped 1978, non mancano certo ai ragazzi di Arvore, capaci di dare vita ad una particolarissima saga virtuale, in cui l’essenza stessa del nostro passatempo diviene metaludica, creando un bizzarro gioco di scatole cinesi in cui i confini sono assai labili ed evanescenti. Largo, quindi, alla nuova avventura di Dot, pronta ancora una volta a mandare in fumo i malvagi piani di Cyblin Lord che, stavolta, pare intenzionato a riscrivere addirittura la storia di una brand leggendario come Atari.

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Back to the future, again…

No, non c’è pace per la nostra Dot, l’eroina digitale ancora una volta al centro delle vicende narrate in Pixel Ripped 1978, che dopo aver sconfitto il verdastro Cyblin Lord ai tempi dei 16 bit, si ritrova ancora una volta costretta ad affrontare la propria nemesi. Che stavolta sembra intenzionata a fare le cose davvero in grande, al punto da tornare indietro nel tempo nel tentativo di riscrivere la storia del gaming stesso, partendo dai classici di casa Atari. Inutile dire come, per mezzo di un portale temporale, ci catapulteremo agli inizi degli anni ’80, unendo le nostre forze con Barbara (meglio conosciuta come Bug), una giovane programmatrice al soldo della leggendaria compagnia. Sarà grazie al suo aiuto, per mezzo di fasi attive di test e debugging effettuate su celeberrime produzioni della compagnia, che Dot riuscirà alla fine a rimettere la storia sui giusti binari, e scongiurare così la disfatta del nostro media preferito. Non certo sconvolgente in quanto a raffinatezza e complessità, la narrativa di Pixel Ripped 1978 brilla prevalentemente grazie all’impressionante mole di easter egg e spudorato fan service videoludico che la permea. Perennemente in bilico tra la virtualità del mondo in cui si muove Dot ed il reale quotidiano di Bug, la struttura autoriale ci permette di godere di un ricchissimo campionario di elementi, nomi e personalità che non potranno sfuggire all’occhio attento di chi, come il sottoscritto, ha vissuto gli anni ruggenti della nascita del videogioco. Insomma, rispondere al telefono mentre siamo impegnati nel debugging di Food Wars, e sentire all’altro capo Nolan Bushnell o Shuei Yoshida che ci chiedono un parere o ci invitano ad una riunione, non potrà che strappare più di un sorriso. A voler essere pignoli, considerando come Atari sia anche il publisher del gioco in questione, si potrebbe avere qualcosa da ridire sulla maniera in cui l’ambiente della compagnia viene presentato, forse un po’ troppo idealizzata: la storia ci ha raccontato, difatti, di turni di lavoro e mood non proprio worker friendly (l’iter produttivo di E.T. ne è la prova), pertanto il clima più vicino a The Office che non ad una realtà assai più spietata può risultare stridente. Ma in fondo parliamo pure sempre di un gioco, quindi ci sta che la fantasia possa distorcere in parte la realtà. Quello che rimane immutabile, invece, è la durata non certo stellare dell’esperienza, che in tre ore circa ci condurrà ai titoli di coda, con la rigiocabilità legata unicamente al recupero di alcuni collezionabili. In tal senso non si registrano passi avanti rispetto a Pixel Ripped 1995.

Io sono Dot!

Cambiamenti, invece, li ha fatti registrare il gameplay che, pur non abbandonando l’idea di giocare ad un videogioco nel videogioco, adesso accompagnerà queste fasi più old school ed arcare a sezioni in prima persona, in cui controlleremo direttamente Dot. Anzi, diventeremo Dot. Tali sezioni si svolgono in maniera analoga ai classici FPS, con la nostra eroina digitale che avrà a disposizione un blaster sull’avambraccio destro, mentre con il sinistro potrà interagire con alcuni elementi presenti nella mappa, a patto di aver assorbito il potere del colore corrispondente (ce ne sono 3, uno per ogni atto). Si tratta di momenti decisamente easy sia come mood che come struttura, che scorrono via senza pensieri, ma il cui ruolo sarà di importanza fondamentale in ottica sinergia reale/virtuale, come vuole la tradizione della serie. Quando saremo nei panni di Bug, difatti, ci troveremo a testare i titoli Atari all’interno del nostro cubicolo presente nell’ufficio della compagnia, e la progressione sarà influenzata dalle azioni che compiremo nei panni di Dot: potrà capitare, ad esempio, di trovarci di fronte ad una pozza di lava, che potremo superare soltanto se distruggeremo una struttura nelle fasi in prima persona. Questo gioco di alternanza, unito anche alla spassosa routine quotidiana di Bug, che dovrà nel mentre anche interagire con colleghi assai loquaci e con un insistente telefono, contribuiscono a rendere unica l’atmosfera che si respira in Pixel Ripped 1978. E sempre per rimanere in ottica citazionistica, di tanto in tanto saremo chiamati ed eliminare i bug da alcuni giochi in sviluppo, che richiamano palesemente classici del publisher: giocando dovremo stordire gli errori di codice, che dovremo far uscire dallo schermo colpendolo effettivamente con la mano, per poi scacciarli come moscerini fastidiosi. Questo sarà anche utile per potenziare il parco mosse di Dot, dato che in alcune situazioni ci sarà chiesto di danzare per superare fastidiose telecamere, oppure avremo la necessità di invertire la gravità. Le idee, in tal senso, non mancano e nonostante l’essenzialità giocosa di questo aspetto metaludico (visto il periodo ed il software di riferimento), si rimane sempre stupiti dall’inventiva dimostrata dal team brasiliano, sublimata dalle divertentissime boss battle, capaci di bucare letteralmente lo schermo in quanto a stile e struttura. E poi c’è quella particolare partita alla versione made in Arvore di Dungeons and Dragons che meriterebbe un paragrafo a parte, ma che vi lascio il piacere di scoprire in autonomia.

Mamma guarda, gli anni ’80!

Inutile sottolineare, come già fatto per il capitolo ambientato nel 1995, come la cifra stilistica di Pixel Ripped 1978 sia di assoluto spessore, in grado di riprodurre in maniera puntuale ed efficace il feeling del periodo storico in cui il gioco ci catapulterà. Il tutto a partire dal software con cui interagiremo nei panni di Bug, fedele riproduzione di quanto era possibile giocare sul leggendario Atari 2600. Lo stesso ufficio della ragazza, poi, sarà letteralmente ricolmo di elementi e citazioni in grado di calarci effettivamente all’interno di tale contesto e, come già detto, chi ha vissuto quegli anni non potrà che sentir scendere più di una lacrimuccia dagli occhi. Nostalgia o vecchiaia galoppante? Più canonico, per certo versi, il mondo in cui agirà Dot, che data la sua natura cubettosa non può che richiamare alla mente lo stile visivo di Minecraft. Molto buon anche il comparto audio che, oltre a comprendere i cameo citati in precedenza, può vantare un convincente doppiaggio dei vari personaggi (in inglese sottotitolato non sempre puntualmente in italiano), così come fedele al periodo resta l’effettistica generale. 

 

Pur non stravolgendo la propria identità, Pixel Ripped 1978 porta in scena alcune piccole modifiche alla sua già rodata e spassosa struttura, calandoci per la prima volta nei panni dell’eroica Dot. Ancora una volta il binomio reale/virtuale, con tutte le sue commistioni reciproche, funziona in maniera egregia, dando così vita a quella sorta di Inception videoludico che già aveva saputo stupire e divertire nelle iterazioni precedenti. Ovviamente un bel boost viene anche dal peculiare setting utilizzato stavolta, che grazie all’effetto nostalgia garantito dalla presenza di Atari e di alcune delle sue icone, contribuisce a rendere ancor più spassoso il tutto. Peccato che la longevità si attesti ancora una volta sul minimo sindacale, difetto già riscontrato anche in passato, elemento che viene in parte lenito dalla corposa mole di idee e situazioni messe sul piatto nel corso delle circa 3 ore che trascorreremo assieme alla produzione firmata Arvore.