Painkiller: Hell & Damnation - Recensione

Era l’anno 2004 quando i ragazzi di People Can Fly rilasciarono sul mercato l’originale Painkiller. A distanza di quasi dieci anni (e di espansioni dalla dubbia qualità), Nordic Games riprende in mano il progetto per offrire un remake sulle console di attuale generazione.

Era l’anno 2004 quando i ragazzi di People Can Fly rilasciarono sul mercato l’originale Painkiller. A distanza di quasi dieci anni (e di espansioni dalla dubbia qualità), Nordic Games riprende in mano il progetto per offrire un remake sulle console di attuale generazione.

A metà tra remake e sequel

La trama su cui poggia Painkiller: Hell & Damnation è simile a quella del titolo originale, non identica. Qui ritroviamo infatti il protagonista Daniel Garner rimasto intrappolato nel Purgatorio dopo aver subito una terribile morte. Per potersi ricongiungere all’amata Catherine nel Paradiso, la Morte richiede in cambio la consegna di 7000 anime. Imbracciando la Soul Catcher, nuova arma del gioco, andremo così a ripercorrere i gironi infernali già affrontati in passato. In realtà non li giocheremo tutti quanti: la produzioneFarm 51 non è infatti una copia fedele all’originale ma presenta bensì qualche livello in meno. Le novità sono quindi limitate e si fermano, oltre alla già citata Soul Catcher, ad un nuovo boss e alla possibilità di giocare la campagna in coop. Tutto il resto è rimasto intatto: spara, raccogli munizioni e continua a sparare a tutto ciò che si muove fino al checkpoint successivo. Tutto è sopra le righe, con un set di armi devastanti e un’agilità del personaggio fuori dal comune che ci permetterà di sparare, sparare e sparare, senza mai avere l’accortezza di ricaricare l’arma. Peccato che ci sia ben poco a supportare questa frenesia. Dopo neanche un’ora di gioco, si può dire che Painkiller: Hell & Damnation abbia già mostrato tutte le sue carte. Un titolo molto lineare che alterna vari stage da ripulire a boss di fine livello, fino ad arrivare allo scontro finale. L’intelligenza artificiale non aiuta affatto, anzi, sembra quasi essere del tutto assente. Tuttavia se si può salvare qualcosa, data anche la longevità piuttosto bassa (circa sei ore per completare il gioco), è da ricercare nell’ambientazione. Il level design, pur essendo poco ispirato, è comunque adatto al tipo di gioco che abbiamo tra le mani. Le ambientazioni sono varie e ben si sposano con i nemici che le “popolano”, andando a ricreare un’atmosfera gotica sulla base di campionature metal. Apprezzabile anche la presenza di un multiplayer competitivo, condito delle classiche modalità di gioco (DeathmatchDeathmatch a squadre, Cattura la Bandiera e Survival), e di una modalità cooperativa sia online che in locale per la trama principale.

Acquistarlo o no?

In sintesi, Painkiller: Hell & Damnation è uno dei tanti remake che il mercato sta ricevendo negli ultimi anni. Sarebbe stato gradito qualche contenuto inedito di valore, invece che premiare i fan con un’arma, un boss e un comparto multiplayer. 
La qualità visiva è sicuramente migliorata, tuttavia l’Unreal Engine 3 non può di certo fare miracoli con un prodotto che ha ormai quasi dieci anni. Per il resto, il titolo è come lo conoscevamo. Un FPS vecchio stile senza troppe pretese, con una trama a metà tra remake e sequel che poco conta ai fini della frenesia e del divertimento che il titolo può offrire. 
A chi consigliare questo titolo? Sicuramente a coloro che amato titoli come Doom e Serious Sam. Chi non li ha apprezzati deve sapere di andare incontro ad un FPS immediato, con un gameplay molto superficiale e senza eventi scriptati. Insomma, un FPS di un’altra generazione che quindi a tutti non può piacere.