Mad Max - Recensione

"Il mio nome è Max, il mio mondo è fuoco e sangue. Un tempo ero un poliziotto, un guerriero di strada in cerca di una giusta causa. Mentre il mondo crollava, ognuno di noi a modo suo era a pezzi. Difficile capire chi fosse più folle: io... o gli altri. Eccoli che tornano, si insinuano scavando nella materia nera del mio cervello. Ripeto a me stesso che non possono toccarmi: sono morti e da tempo. Sono colui che fugge sia dai vivi che dai morti, inseguito da saprofagi, perseguitato da coloro che non ho saputo proteggere. Esisto così, in questa terra devastata: un uomo, ridotto a un unico istinto... sopravvivere."

Il mio nome è Max, il mio mondo è fuoco e sangue. Un tempo ero un poliziotto, un guerriero di strada in cerca di una giusta causa. Mentre il mondo crollava, ognuno di noi a modo suo era a pezzi. Difficile capire chi fosse più folle: io… o gli altri. Eccoli che tornano, si insinuano scavando nella materia nera del mio cervello. Ripeto a me stesso che non possono toccarmi: sono morti e da tempo. Sono colui che fugge sia dai vivi che dai morti, inseguito da saprofagi, perseguitato da coloro che non ho saputo proteggere. Esisto così, in questa terra devastata: un uomo, ridotto a un unico istinto… sopravvivere.” (Max)

Premessa necessaria:
per poter godere appieno del gioco è necessario aver visto (e ovviamente apprezzato) l’intera antologia dedicata al Guerriero della strada, compreso l’ultimo fantastico film che fa da rilancio al personaggio.
Non solo. Un buon consiglio, inoltre, per seguire con il giusto ritmo e il corretto mood la recensione è preparare una playlist da ascoltare in loop mentre leggete, composta da Fire Woman dei The Cult, Fuel dei Metallica e Stay Alone degli Iced Earth. Dopo un paio di giri accompagnati da un headbanging furioso iniziate a leggere.

Il mio nome è Max

Ho dovuto attendere quasi 30 anni per poter vestire dignitosamente i panni di Max Rockatansky.
30 anni passati a leggere fumetti, vedere film, ma soprattutto giocare videogiochi che prendevano a mani piene da quel mondo fantastico imbastito da George Miller nel lontano 1979 ed espanso fino al 1985, per poi consacrarlo e rilanciarlo pochi mesi fa con l’ultimo capitolo di Mad Max, che funge da reboot o semplice rilettura. Per fare un esempio illustre: lo stesso Kenshiro deve tantissimo alla creatura di Miller, dall’ambientazione allo stesso vestiario.
Nel 2013 Avalanche, autori di uno dei giochi più spassosi della scorsa generazione, Just Cause 2, annuncia di essere al lavoro su un gioco open world sul Guerriero della Strada. Tripudio e gioia. Scompaiono per quasi un anno e ricompaiono a inizio 2015 con un gioco che trasudava le ambientazioni dell’ultimo film di Miller. Nonostante le premesse iniziali il gioco si era trasformato in una sorta di tie in. Questo nella maggior parte dei casi sarebbe stato motivo di pianti disperati e tavoli ribaltati. Fortuna per le nostre lacrime e per i nostri mobili non è questo il caso. Non lo è per niente.
In un futuro molto prossimo la terra è devastata da conflitti atomici, le città sono diventate rovine in mezzo a grandissimi e desolanti deserti. Le risorse per sopravvivere sono al minimo e la follia dilagante degli uomini sopravvissuti ha portato alla nascita di tribù di guerriglieri motorizzati che lottano per il territorio.
In questo scenario distopico si colloca la storia di Max Rockatansky, un ex poliziotto della Main Force Patrol.
In seguito alla brutale uccisione della famiglia, in preda ad una follia vendicativa, Max vaga per il deserto in cerca di risorse e di come sopravvivere, venendo a contatto con la straordinaria e pittoresca nuova società che si è formata in questa ambientazione così devastata.

Ad inizio gioco vediamo il nostro eroe confrontarsi con Scabrous Scrotus, figlio di Immortan Joe, cattivone principale del quarto film. Questo dovrebbe collocare le vicende del gioco successivamente a quelle del film ma ci sono alcune inesattezze che non tornano e fanno pensare invece ad eventi precedenti. La soluzione che consiglio è considerare il gioco come a sé stante e ispirato ai film. Il confronto con Scabrous porta l’eroe a perdere la macchina e quasi la vita. A riportare in strada Max è Chumbucket (Spongebob??), un uomo deforme senza tutte le rotelle a posto, che si scopre essere anche un Dito Nero, i provetti meccanici di questo nuovo mondo. Chumbucket vede in Max il salvatore e il portatore di luce e si prodiga per fornire al nostro eroe un nuovo mezzo: la possente Magnus Opus, purtroppo inizialmente solo V6 e non V8 come la nostra cara Interceptor. Grazie a questo insperato aiuto il protagonista dovrà potenziare la macchina a disposizione e venire a contatto con le tribù locali per poter rimettere le mani sul proprio mezzo e vendicarsi di Scabrous Scrotus.
I fan dei film non credo si aspettassero una trama complessa o grandi dialoghi tra i personaggi, per i nuovi arrivati dico solamente che Max già nelle prime ore di gioco parla più che nei 4 film sommati, per rendere l’idea.

Il mio mondo è fuoco… e sangue

Mad Max rientra nei classici open world che sembrano aver trovato nuova linfa vitale in questa generazione. Il protagonista inquadrato in terza persona può utilizzare i mezzi che trova per esplorare e spostarsi nella grande mappa a disposizione. Ciò che però rende diverso questo videogioco sono due caratteristiche fondamentali.
L’ambientazione in primis. Gli scenari desertici che fanno da fondale alle nostre scorrerie assumono una propria personalità e seppur molto simili tra loro (siamo nel deserto del resto) riescono a differenziarsi grazie a piccoli accorgimenti come rilievi montuosi, rovine dell’epoca precedente, ad esempio tubidotti, ma soprattutto regalano allo stesso tempo quella sensazione di desolazione insita in un ambiente postatomico privo di civiltà e quel brivido di libertà feroce che ci porta a premere l’acceleratore a tavoletta e sfrecciare tra le rocce incuranti della nostra salute, con un ghigno maligno stampato nel viso.
L’altra caratteristica è quella che io chiamo la “cura Avalanche”. Questo approccio al videogioco sembra essere ereditato direttamente da Just Cause 2, dove le missioni di per sé ripetitive diventavano ogni volta diverse grazie alla completa libertà data al giocatore. Ma non solo. Nel gioco è evidente uno sbilanciamento a favore di una più che completa libertà rispetto ad un approccio story driven. La storia c’è, ed è necessario seguirla per avanzare nel gioco e per sbloccare parti necessarie per potenziare la macchina, ma come potrete notare spesso la missione successiva è molto lontana da quella appena conclusa. Questo porta il giocatore a dover percorrere lunghi tragitti e forza l’esplorazione stimolando quella voglia di sperimentazione ormai sedata da anni di giochi filoguidati.
Abbiamo una macchina potente, ma quanto potente? Proviamo su quella rampa!
Questo tipo di approccio è sintomatico di una concezione di gioco ben diversa dallo standard e più orientata al puro divertimento senza badare troppo ad imbastire una storia che traini il giocatore verso la fine. Mad Max infatti non brilla per trama o per dialoghi, del resto come precedentemente detto, la fonte di ispirazione è addirittura meno curata sotto quell’aspetto, ma cerca di regalare al giocatore le stesse emozioni, la stessa dose di azione che trasudava dall’ambientazione dei film.

Buona parte del gioco la passiamo in macchina, con la possibilità di guidare in prima persona, cosa che suggerisco assolutamente, vista la scarica di adrenalina che porta controllare la Magnus Opus dall’interno mentre fuggiamo da un’orda fuori dalla nostra portata o tentiamo un assalto ad un convoglio. Con l’analogico destro possiamo controllare la visuale del giocatore, mentre con il sinistro il veicolo. Un’emozione da provare.
Parlando del sistema di guida, posso confermarne l’ottima realizzazione. Inizialmente i mezzi sembrano aver vita propria e non seguire precisamente i nostri comandi, ma è solo questione di tempo prima di riuscire a padroneggiare dignitosamente ogni veicolo che incontriamo. Inoltre i potenziamenti della Magnus Opus possono essere diretti proprio verso il miglioramento della stabilità per avere un mezzo sempre più facile da guidare.
Quando non siamo in macchina, Mad Max offre un classico gioco di azione in terza persona, con un sistema di combattimento ereditato dalla serie Arkham, ma meno prolisso di combo, come giusto che sia per il personaggio. Un’icona sopra i nemici ci avvertirà del pulsante da premere per effettuare una parata che se effettuata con dovizia ci permetterà di pestare l’aggressore con una serie di colpi in sequenza. Ho notato che a differenza di Batman il sistema è meno dinamico, spiegando meglio:
se il nostro personaggio sta effettuando un attacco, nonostante il pulsante di parata sia premuto al momento giusto, lui concluderà comunque l’animazione di attacco facendoci incassare il colpo.
Questo è un passo indietro rispetto all’ottimo sistema della serie dedicata al cavaliere oscuro. Un consiglio in questo senso è effettuare solo i colpi sicuri e attendere una parata prima di effettuarne di altri.
Il gioco vanta inoltre un buon sistema di crescita su più fronti.
Possiamo potenziare il nostro mezzo tramite i Rottami (la valuta corrente) che troviamo sparsi per il mondo, e utilizzando parti di altre auto rubate agli avversari. Installare un potenziamento non porta solo benefici ma cambia leggermente l’assetto dell’auto, rendendola più aggressiva o più veloce a scapito di una resistenza o di una maneggevolezza minore, e viceversa.
Il nostro eroe può sbloccare nuove mosse, spendendo Rottami e crescendo di livello di esperienza, per il combattimento corpo a corpo, senza mai sfociare però in combo eccessivamente lunghe che mal si sposerebbero con il protagonista.
Terzo fronte di crescita è rappresentato da Griffa. Questo misterioso personaggio sembra conoscere molto bene Max e riconosce in lui un grande potenziale inespresso. Portando a termine le sfide proposte accumuliamo i Punti Griffa da poter poi spendere per sbloccare buff permanenti che vanno da una maggior resistenza alle ferite, ad un maggior risparmio di carburante durante le guide, ad una maggior raccolta di risorse e così via.

L’ambientazione della desolazione postatomica è resa perfettamente anche a livello di gameplay quasi sfociando nel survival. I mezzi consumano carburante che va poi cercato nei vari appostamenti, la salute si recupera solo bevendo o mangiando e non torna automaticamente (suonino le campane a festa!) e l’acqua va trovata e conservata nella nostra fida borraccia.
Gli sviluppatori hanno cercato di rendere varia la nostra esperienza nelle Wasteland inserendo una serie di missioni secondarie piuttosto diversificate. Possiamo ad esempio assaltare gli accampamenti per recuperare risorse a far abbassare il valore di minaccia di Scrotus che incombe sulla zona, una sorta di livello di controllo sul territorio. Questi accampamenti offrono un approccio sempre diverso per il giocatore che lo sa cercare. Scrutando da un’altura vicina con il nostro cannocchiale possiamo segnalare le varie postazioni difensive del forte. Queste vanno da torrette di cecchinaggio, urlatori che potenziano i nemici se ci scoprono, bocche di fuoco per impedire l’ingresso e così via. Sta al giocatore decidere come entrare e spesso c’è più di un modo. Certo se dotati di poca fantasia possiamo limitarci a sfondare l’ingresso principale con il mezzo e buttarci nella mischia, ma perdiamo buona parte del gioco e magari poi ci lamentiamo della ripetitività. Terminando con buon esito un assalto, lasciamo il forte in mano al popolo libero che si contrappone a Scrotus e ci assicuriamo un introito di Rottami giornaliero.
Un’altra esperienza secondaria è rappresentata dalle corse, dove possiamo cimentarci in gare folli attraverso le Wasteland.
Abbiamo poi le missioni secondarie richieste dai personaggi che spesso ci permettono di mettere mano su accessori per l’auto altrimenti inaccessibili.
Come possiamo vedere il gioco cerca di scrollarsi di dosso quella maledizione insita in ogni singolo open world che abbia visto la luce: la ripetitività. Purtroppo complice anche l’ambientazione che non aiuta, ci troviamo a fare spesso le stesse cose e se non siamo noi in prima persona a cercare di variare l’approccio, il gioco non ci porta di certo a farlo. Questo è un difetto comune a tutti gli open world purtroppo e Mad Max non fa esclusione seppur provandoci.

Ammiratelo!

Tecnicamente Mad Max è un bel vedere. La natura a mondo aperto non permette di sfoggiare complessità poligonali da strapparsi i capelli, né di utilizzare texture a risoluzioni folli, ma nel complesso ha un colpo d’occhio decisamente ben fatto. La fluidità aiuta in questo senso. La mia esperienza su Xbox One ha portato a saggiare un frame rate quasi sempre ancorato a 30 frame per secondo con una risoluzione nativa a 1080p. Un bel risultato visti i tempi che corrono.
Le caratteristiche che però più mi hanno colpito sono il ciclo giorno-notte che offre giochi d’ombre decisamente convincenti. A tal proposito potete vedere il video con il timelapse che trovate qui intorno.
L’altra caratteristica è la tempesta di sabbia. Posso tranquillamente affermare che Mad Max abbia riscritto le regole per le avversità naturali devastanti. La tempesta è cattiva come quella del film e nell’affrontarla è una goduria esserci all’interno. Fino a che non rischi la vita ovvio.
L’avventura nelle Wasteland si aggira attorno alle 20/30 ore se non consideriamo tutte le secondarie e teniamo un approccio più orientato a seguire la storia. Le ore salgono vertiginosamente se passiamo la giornata a fare i salti nei canyon (non c’è da ridere, io in Just Cause 2 passavo il tempo a legare i mezzi tra loro) o vogliamo completare al 100% ogni accampamento o punto di sciacallaggio.
Mad Max è un must buy per i fan della serie cinematografica e un buon prodotto per chiunque cerchi un’avventura divertente, leggera e ben confezionata.
Difatti il voto che ho voluto dare è esattamente tra la votazione che darebbe un fan di Mad Max (90) e un giocatore nuovo di questo mondo (80).

Il mio nome è Max, qui fuori non ci sono eroi, né dei, né salvatori. C’è solo chi vive, chi muore e chi intralcia la mia strada” (Max)

  • È Mad Max

  • Libertà concessa al giocatore palpabile

  • Ambientazione molto ben realizzata

  • Personaggi curati e attinenti alla serie cinematografica

  • La Magnus Opus e gli scontri con i convogli

  • Tecnicamente curato…

  • …ma non eccelso

  • Storia poco incisiva

  • Ripetitività insita negli open world

  • La libertà concessa potrebbe disorientare chi è abituato ad essere accompagnato mano nella mano

  • Sistema di combattimento meno curato della serie Arkham

 

3 Commenti a “Mad Max”

  1. Stepet82 on

    Non sono d'accordo solo su due cose: l'opinione sulla realizzazione tecnica e il ritener negativo il fatto che il combat system sia preso dalla serie Arkham. Per il resto sono perfettamente d'accordo con la recensione: malgrado la ripetitività è un gioco che da assuefazione.

    Sul fatto di dover conoscere a fondo l'universo di Max per apprezzarlo io vi dico che se i è anche solo piaciuto il film non dovete assolutamente saltare questo gioco.

  2. Macchiaiolo on

    Non sono d'accordo solo su due cose: l'opinione sulla realizzazione tecnica e il ritener negativo il fatto che il combat system sia preso dalla serie Arkham. Per il resto sono perfettamente d'accordo con la recensione: malgrado la ripetitività è un gioco che da assuefazione.

    Sul fatto di dover conoscere a fondo l'universo di Max per apprezzarlo io vi dico che se i è anche solo piaciuto il film non dovete assolutamente saltare questo gioco.

    No aspe' non è negativo aver preso quel sistema. Facevo notare che non è fatto bene come quello. Per me il Combat System della serie Arkham è il migliore da usare nei giochi di azione esplorativi.

  3. Stepet82 on

    No aspe' non è negativo aver preso quel sistema. Facevo notare che non è fatto bene come quello. Per me il Combat System della serie Arkham è il migliore da usare nei giochi di azione esplorativi.

    Perfettamente d'accordo allora.

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