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Recensione Hollowbody

di: Simone Cantini

Da fan inguaribile quale sono del più celebre survival horror di casa Konami, ho la presunzione di ritenere l’arrivo dei primi due capitoli di Silent Hill come lo spartiacque più importante del genere. Quel modo di mettere in scena la paura così originale e particolare, i cui semi gettati in occasione dei primi nebbiosi passi hanno finito per attecchire con straordinaria efficacia nell’avventura di James Sunderland. È stato questo l’inizio di una ricca discendenza di emuli, più o meno riusciti, che nel corso di quasi 3 decenni hanno affollato il panorama videoludico ci architetture distorte e malate, creature da incubo e sceneggiature sempre pronte a sorprendere. Non stupisce, quindi, che all’interno di questa fitta schiera si inserisca anche Hollowbody, che proprio alle atmosfere della cittadina sulle sponde del Lago Toluca non nega di ispirarsi con ferma convinzione. A stupire, infatti, è il constatare come questo horror sia il frutto del lavoro di una singola persona, Nathan Hamley, ovvero il deus ex machina di Headware Games.

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Oltre il muro

Il setting di Hollowbody è indubbiamente uno dei punti di forza della produzione, nonostante peschi a piene mani da una serie di produzioni precedenti (il che non è certo un male, anzi). Tutto si svolge nell’Inghilterra della seconda metà del 21° secolo, in cui una parte delle città dell’isola sono state tagliate fuori dal mondo civilizzato, in seguito ad un non meglio precisato attacco bioterroristico. Per evitare la diffusione di quello che sembrerebbe un virus, sono stati erette delle enormi mura di contenimento, che hanno condannato i cittadini meno abbienti a rimanere reclusi all’interno dei vari agglomerati urbani, condannandoli inesorabilmente a morte. Ed è proprio in una di queste decadenti tombe a cielo aperto che finirà per far perdere le sue tracce la giovane Sasha, un’attivista che si stata occupando dello smaltimento di alcuni cadaveri proprio al di fuori di una di queste tetre fortificazioni.

Sconvolta dalla notizia, la sua compagna Mica deciderà di raggiungere il luogo del misfatto a bordo della sua auto volante (il setting urbano ricalca in parte l’estetica di Blade Runner), che però finirà per schiantarsi rovinosamente al suolo in seguito ad un’avaria. Rimasta tagliata fuori dalla civiltà all’interno di una delle zone blindate, la ragazza dovrà farsi largo tra le consuete aberrazioni umanoidi, nel tentativo di raggiungere il luogo in cui Sasha pare intrappolata. In bilico tra Silent Hill e 28 Giorni Dopo e relativi sequel, Hollowbody mette in piedi un mondo che si basa su premesse affascinanti, per quanto abusate, capace di gettare le basi utili ad incuriosire il giocatore. Peccato, però, che a simili premesse si accompagni una sceneggiatura alquanto confusa, che a dispetto di documenti e finali multipli non riesce a dipanare a dovere il groviglio di misteri che ci accompagneranno lungo le circa 4 ore necessarie a giungere ad una delle conclusioni. La speranza, visti anche gli aspetti che restano da sviscerare, è che Nathan Hamley possa dare vita ad un benvenuto seguito, magari prestando maggiore cura alla fase di scrittura.

Stavolta niente nebbia

In apertura di recensione ho citato Silent Hill non a caso, dato che il gameplay di Hollowbody si ispira in modo marcato alla vecchia scuola dei survival horror: ad attenderci, una volta impugnato il pad, troveremo quindi un personaggio abbastanza ingessato nei movimenti, la necessità di amministrare le sparute risorse disponibili nei vari stage, oltre ad una spruzzata di puzzle non troppo banali e prevedibili. Il tutto sarà calato all’interno di contesti che saranno familiari agli amanti del genere, che spazieranno dalla più classica della città in rovina, passando per l’immancabile condominio, fogne, metropolitana e un cimitero. Sotto questo aspetto, al di là delle location alquanto canoniche, c’è da spezzare una lancia relativamente alla direzione artistica che, considerando il lavoro in solitaria ed il prezzo davvero contenuto a cui tutto è proposto (parliamo di 15,99 Euro), non possono che convincere senza riserve. L’atmosfera che si respira è coerente ed efficace, oltre che in grado di trasmettere la giusta tensione ed un senso di oppressione costante.

Sul fronte puramente ludico, il volersi ispirare ai survival horror d’antan si traduce in una telecamera non troppo mobile, a cui si accompagnano momenti che lasciano spazio alle inquadrature fisse sdoganate da Alone in the Dark e rese immortali da Resident Evil. Anche i combattimenti, per quanto spesso opzionali tranne un paio di casi, sono un inno a questa legnosità d’altri tempi, sia che si ricorra alle armi corpo a corpo che a quelle da fuoco. Se è apprezzabile lo sforzo di proporre un’esperienza vintage, va comunque sottolineato come simili meccaniche siano decisamente scomode una volta in gioco: gli scontri all’arma bianca sono lenti e poco precisi, così come a tratti schizofrenica è la gestione della telecamera. Fortunatamente, per chi lo desidera, è possibile impostare settaggi più liberi e modelli nelle opzioni, per quanto la situazione non raggiunga mai vette ottimali.

Hollowbody, pertanto, riesce a tirare fuori il meglio di sé quando c’è da esplorare e costruire la giusta atmosfera e, almeno sotto questo punto di vista, non ci si può lamentare del lavoro firmato Headware Games. E buona parte di questo successo, come detto, è da imputare al design generale che, per quanto frutto del lavoro di un singolo sviluppatore, ha a tratti del miracoloso: le geometrie generali sono sempre su buonissimi livelli, grazie anche a texture convincenti ed una buona gestione dell’illuminazione. Colpisce nel segno anche il fronte sonoro, che si ispira in maniera marcata al solito Silent Hill, riuscendo a corroborare efficacemente il già palpabile senso di inquietudine. Delude, invece, il monster design, davvero anonimo e privo di guizzi (ci sono solo tre tipologie di nemici, a cui si aggiunge il boss finale). Mal messi anche i punti di salvataggio manuale, davvero sparuti e non accompagnati a dovere da un adeguato numero di checkpoint automatici. Spiace anche constatare come manchi la localizzazione testuale in italiano, che in casi come questi fa sempre piacere trovare.

Hollowbody è un progetto che vive di una duplice anima: da un lato l’omaggio appassionato ai maestri del passato, dall’altro la fragilità inevitabile di un’opera costruita in solitaria, che non sempre riesce a sostenere il peso delle proprie ambizioni. Quando si tratta di atmosfera, worldbuilding e direzione artistica, il lavoro di Nathan Hamley colpisce con una maturità sorprendente, restituendo un mondo sporco, opprimente e credibile, capace di evocare tanto Silent Hill quanto 28 Giorni Dopo senza mai scadere nella semplice imitazione. È nei momenti più strettamente ludici, però, che emergono i limiti di un design volutamente rétro ma non sempre funzionale, tra una telecamera capricciosa, combattimenti legnosi e una gestione dei checkpoint che rischia di frustrare più del dovuto. Resta comunque un’esperienza breve ma sincera, sorretta da un immaginario forte e da un’atmosfera che sa farsi ricordare, soprattutto se si è disposti ad accettarne le spigolosità. E forse è proprio qui che risiede il valore di Hollowbody: nel ricordarci che il survival horror può ancora essere un terreno fertile per visioni personali, imperfette ma coraggiose. Se Hamley deciderà di tornare su questo universo, magari con una scrittura più solida e un gameplay meno ancorato al passato, potremmo trovarci davanti a qualcosa di davvero speciale. Per ora, rimane un piccolo esperimento dal fascino ruvido, che merita attenzione da parte di chi ama esplorare gli angoli più inquieti e artigianali del genere.