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Recensione Dying Light: The Beast

di: Donato Marchisiello

Nel 2011 Techland ci regalò l’indimenticabile Dead Island, avventura zombie incentrata sul combattimento corpo a corpo e che all’epoca divise il pubblico in fan ed “hater”, ambientata sull’isola assolata (e devastata) di Banoi. Tre anni dopo, Kyle Crane ha fatto il suo debutto in Dying Light, precipitando letteralmente nella città di Harran mentre si scatenava l’inferno non morto. Ora, dopo aver salvato la città e i suoi (pochi) abitanti senzienti rimasti, Crane è tornato, in cerca di vendetta contro l’uomo che ha trascorso gli ultimi 13 anni a torturarlo. E’ questa sostanzialmente la premessa narrativa di Dying Light: The Beast, un gioco originariamente concepito come un’ampia espansione per poi divenire un titolo a sé stante. Ma varrà la pena ritornare a spaccar mascelle non morte? Ecco a voi la recensione della versione Series X!

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Dying Light: The Beast è un frenetico gioco d’azione in prima persona a tema zombie, con un ciclo ludico che alternerà brutali combattimenti a segmenti in pieno stile platform, con una (classica, per la serie) spruzzata di elementi ruolistici. Ambientato ancora una volta in un mondo devastato dall’infezione e dal collasso della società, il protagonista Kyle Crane si ritrova a esplorare una nuova regione di ispirazione europea, alla ricerca di vendetta. Per chi lo ignorasse, il nostro protagonista è in qualche modo immune all’infezione zombie e diviene, in questo modo, il non particolarmente felice destinatario di infiniti esperimenti. Tuttavia, una volta liberatosi dalle sue catene, Crane cercherà vendetta in quel di Castor Woods, trasformatosi ormai in un pericoloso ibrido metà uomo e metà bestia.

Con un mix di vaste ambientazioni naturali e città in rovina, Dying Light: The Beast offre un’esperienza che già dalle prime battute consente l’immersione in una atmosfera di primo livello, unendo violenza e cura estetica. Probabilmente, il punto dolente dell’intera produzione è proprio il comparto narrativo, non particolarmente brillante ed estremamente lineare. Detto ciò, la carenza evidente non va ad intaccare il complessivo gameplay che, tolta qualche piccola imperfezione, sembra aver ritrovato sé stesso dopo un secondo capitolo “sperimentale” che, nonostante un indubbio valore complessivo, non ha fatto breccia nel cuore dei fan del primo capitolo.

Ma com’è Dying Light: The Beast, pad alla mano? Sicuramente, il prodotto di Techland risulterà piuttosto familiare ai fan di lunga data. Il gameplay ruoterà attorno ai classici crismi della saga: combattimento, esplorazione e crafting sono tutte attività standard e consolidate. Mentre esploreremo il mondo, vasto, articolato e rigoglioso, e completeremo le missioni principali, il nostro eroe sarà chiamato a sconfiggere nemici di varia natura, tra cui degli zombi speciali chiamate Chimere. Abbattendoli otterremo un DNA speciale che migliorerà le abilità e le capacità di Crane. Inoltre, anche in The Beast torna prepotentemente il ciclo notte/giorno. Esplorare il mondo dopo il tramonto era ed è un’esperienza al cardiopalma, poiché tutti i nostri nemici diverranno più pericolosi e forti.

Una delle principali attrattive della saga è sicuramente l’estrema libertà di movimento e, in modo particolare, la possibilità di compiere acrobazie a destra e a manca. Il parkour, rispetto al passato, ha compiuto diversi step in avanti, risultando più preciso, pulito e reattivo. Ogni movimento si combina in un ciclo più ampio con un altro in modo continuo e naturale, probabilmente ad un livello di “spontaneità” mai raggiunto prima dalla saga. Dunque, com’è sempre capitato con la serie, sarà piuttosto facile dimenticare che in Dying Light il nostro compito sarà quello di massacrar zombie, grazie ad un segmento di platforming ben congegnato e coadiuvato da meccaniche parkour fluide e dinamiche. Probabilmente, da questo punto di vista, la vera novità della saga, è l’introduzione di segmenti tassativamente stealth: sulla carta, un’aggiunta interessante ma che, in concreto, risulta in una brusca “frenata” nel complessivo incedere dinamico del gioco, senza considerare una certa carenza di meccaniche ad hoc del genere (come coperture, possibilità di far sparire i corpi ecc.).

Per gli amanti dell’orrore, The Beast offre un ancor più chirurgico grado di violenza: colpire una gamba vedrà il nostro nemico accasciarsi al suolo. Spaccare un braccio lo lascerà penzoloni. Colpire al centro del petto il nostro avversario lo vedrà reagire e barcollare in modo realistico. Techland ha profuso una cura maniacale nel rendere l’esperienza visiva ancor più sconvolgente, in senso positivo, rispetto al passato. In generale, l’esperienza di The Beast sarà solida ed una conferma generale della qualità della serie, unica nello specifico segmento horror.

Ovviamente, alla “metodica” chirurgia sanguinolenta, si può far seguire solo un commento sul comparto fighting, anch’esso evolutosi visibilmente rispetto al passato. Tolte le armi da fuoco, in buon numero e soddisfacenti da utilizzare, il centro del gameplay ruoterà principalmente attorno alle armi da mischia. Dicevamo, evoluzione: non si tratta solo, appunto, di realistica brutalità. Il combattimento è divenuto molto più strategico rispetto al passato. Il posizionamento è importante, tener d’occhio la stamina è cruciale così come la scelta delle armi a seconda della complessiva situazione. Come in passato, le armi non dureranno per sempre, dovranno quindi essere riparate e anche in questo modo, potranno esser rattoppate solo un numero limitato di volte. Ciò incoraggia la sperimentazione, oltre a contribuire nel tener sufficientemente alta la tensione.

In aggiunta, la nuova abilità di Kyle, la Beast Mode, offre un ulteriore livello di profondità al gameplay già di per sé avvincente. Questa si basa su un albero delle abilità in stile ruolistico specifico, oltre a quelli legati a combattimento, movimento ecc., con nuove skill sbloccabili man mano che Kyle avanzerà nel suo sanguinolento viaggio. Sebbene la modalità Beast consenta combattimenti divertenti e sanguinari, la sensazione, forte, è che lo skill tre specifico sia principalmente un orpello estetico .

Da un punto di vista specificatamente tecnico, non c’è molto da eccepire: Dying Light: The Beast è un prodotto di alta qualità, curato in (quasi) ogni aspetto, se si pensa alla sua dettagliata complessità. La mappa di gioco è piuttosto vasta e complessa, sia a livello estetico che di design. In generale, il mondo di gioco appare coerente e pieno grazie ad una certa cura ed organizzazione armonica dello scenario. Tolti qualche bug minore (in modo particolare, una certa tendenza alla compenetrazione poligonale degli elementi dello scenario ) qui e lì ed una “economizzazione” di alcuni oggetti e texture (talvolta, ripetute a iosa nella stessa area), Techland ha confezionato un’esperienza solida e divertente. Per quanto concerne la complessiva fluidità, anche qui nulla da eccepire: difficilmente The Beast zoppicherà su Series X, offrendo un’esperienza generalmente scorrevole.

Dying Light: The Beast non deluderà le aspettative dei fan della saga, offrendo un gameplay frenetico, brutale e divertente. Il gioco, a tutti gli effetti, si mostra come un upgrade a 360° dei classici crismi della saga, non andando però a rivoluzionare nulla di una formula che, da anni e tra alti e bassi, funziona alla grande. Il parkour è più fluido che mai, il corpo a corpo è ineguagliabile e l’attenzione ai dettagli nel mondo di gioco è sorprendente. Tolto qualche neo qui e lì e l’introduzione di un segmento stealth non particolarmente elaborato, ciò che resta è un’ esperienza di alto livello e, probabilmente, il miglior capitolo della saga.