Recensione A.I.L.A.
di: Simone CantiniGiusto qualche settimana fa, durante la chiacchierata avuta con Keichiiro Toyama, era emersa una domanda riguardante la possibilità di avere a disposizione una IA adattiva in ambito gaming, in grado di modificare in tempo reale le esperienze vissute dal giocatore. Un concetto che mi sono trovato a sperimentare in prima persona, per quanto in maniera traslata, giocando ad A.I.L.A., un survival horror che proprio attorno a questo concetto costruisce la sua infrastruttura ludica e narrativa. Una premessa indubbiamente affascinante e molto meno remota lontana di quanto potremmo pensare: ma sarà tutto oro quello che luccica? Ecco, se la nostra assistente virtuale si lascia prendere un po’ troppo la mano, forse qualche dubbio non può fare a meno di emergere.
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Leggere la mente
Cosa può mai andare storto quando sei un tester e programmatore videoludico? In fondo non parliamo di una delle professioni simbolo dell’universo nerd, da sempre visto come un’oasi di innocua sedentarietà? Diciamo che simili affermazioni potrebbero anche andare bene, peccato che Samuel si trovi ad interagire con A.I.L.A., un sistema IA di intrattenimento digitale che promettere di apportare una rivoluzione epocale al mondo dell’intrattenimento: il suo sofisticato software, difatti, è in grado di plasmare esperienze horror attorno alle caratteristiche uniche di ciascun giocatore, così da rendere ogni sessione un’esperienza disturbantemente indimenticabile.
Un concetto che non può che stuzzicare la mente creativa di Samuel, il cui passato ha più di qualche scheletro ben celato nell’armadio, che la nostra innocente (forse) A.I.L.A. vedrà bene di sfruttare per dare vita alle sue diaboliche realtà illusorie. A metà strada tra Skynet e M3GAN, l’intelligenza artificiale al centro della produzione firmata Pulsatrix Studios finirà per mettere in dubbio la percezione della realtà di Samuel, che finirà per ritrovarsi prigioniero di un incubo digitale in cui il confine tra reale e fittizio si andrà facendo via via sempre più flebile. Il plot è molto ben costruito e la stessa sceneggiatura, complice anche una messa in scena azzeccata, riesce sempre a tenere ben salda l’attenzione del giocatore, che non potrà che attendere incuriosito l’evolversi degli eventi (e delle creazioni di A.I.L.A.). Ricco di citazioni che spaziano da Resident Evil (presente in dosi massicce), Alan Wake, Outlast e molti altri esponenti dell’universo horror, il gioco del team brasiliano stupisce per coerenza e costruzione, permettendosi il lusso di entrare di diritto nella cerchia delle produzioni più riuscite e centrate degli ultimi anni. Certo, qualche scricchiolio non manca durante le circa 10 ore necessarie a giungere a uno dei finali disponibili, ma se consideriamo l’estensione tutto sommato ridotta dello studio, non ci possiamo davvero lamentare.
Armi o non armi?
Lo dico subito, senza timore di essere smentito: le battute iniziali di A.I.L.A. sono indubbiamente le più riuscite ed originali dell’esperienza, visto il modo in cui il gioco si diverte a costruire poco alla volta la sua iniziale visione della paura. Un orrore più sussurrato e meno manifesto, in cui gli enigmi e la tensione la fanno da padroni, riuscendo a costruire uno scenario disturbato e disturbante. Peccato che tutto finisca per assumere connotati più canonici, tradendo in parte le parole dello stesso Samuel, che ritiene i survival horror a base di armi dei semplici action con meno luce. Il che non è poi così distante dalla realtà, vedendo quello che il quarto Resident Evil ha fatto per il genere, A.I.L.A. compreso.
Superata la prima porzione un pizzico più cervellotica, il mondo della produzione Pulsatrix Studios vira con forza verso dinamiche più movimentate, ibridando comunque con efficacia le meccaniche più recenti della serie Capcom: si spara e si risolvono sporadici puzzle, tenendo però sempre bene sottocchio le nostre risorse, non risparmiandoci di tanto in tanto qualche piccola sequenza in odor di Outlast. A queste sezioni più giocose se ne alternano altre di stampo maggiormente narrativo, in cui Samuel si troverà ad interagire con la sua quotidianità, resa comunque in maniera convincente grazie a delle piccole chicche interattive convincenti e riuscite. Diciamo che, dopo un avvio più potente, A.I.L.A. scelga di percorrere sentieri ludicamente più canonici, pur mantenendo un livello generale decisamente interessante.
Vivere l’orrore
Gran parte del merito relativo alla riuscita del tutto è da ritrovare nell’ottimo comparto tecnico della produzione Pulsatrix Studios, che sfrutta in modo efficace le potenzialità della quinta iterazione dell’Unreal Engime: gestione della luce interessante, buonissima realizzazione dei character digitali ed un’effettistica generale di spessore non fanno che rendere tangibile e visivamente appagante il mondo di gioco, sia che ci si trovi a girovagare per un futuristico appartamento, sia che il teatro delle nostre azioni sia un vascello fantasma. La stessa direzione artistica generale si prende la scena, visto il modo in cui riesce a tratteggiare ambientazioni molto differenti tra di loro, che comunque mantengono una coerenza strutturale da non sottovalutare, pur tradendo palesi fonti di ispirazione (con Resident Evil ancora sugli scudi). Convince anche l’aspetto sonoro di A.I.L.A., che può vantare un ispirato doppiaggio in lingua inglese (niente italiano, purtroppo, nemmeno per quanto riguarda la localizzazione testuale), oltre a degli effetti sonori sempre puntuali. E non posso che domandarmi cosa avrebbe potuto garantire la compatibilità con la realtà virtuale, visto che il setting pare proprio spingere in quella direzione.
In definitiva, A.I.L.A. riesce a dimostrarsi un progetto ambizioso e sorprendentemente maturo, capace di fondere suggestioni narrative e tensione ludica in un’esperienza che, pur con qualche inevitabile caduta di ritmo, lascia il segno. Pulsatrix Studios ha saputo osare, mettendo al centro un’idea forte, quella di un’IA adattiva che piega la paura alle fragilità del giocatore, e costruendo attorno ad essa un survival horror che non si limita a citare i grandi del genere, ma prova a dialogare con loro. Non tutto è oro, certo, ma il risultato è un titolo che merita di essere vissuto, soprattutto da chi cerca un horror che sappia alternare inquietudine sottile e momenti più canonici senza mai perdere coerenza.