Comic Recensione

Shin Zero 1

di: Simone Cantini

Il Giappone è un luogo strano se si osserva con gli occhi di un occidentale, vista la mole di passioni assurde che spopolano lungo l’arcipelago. Il primo impatto con questo fitto sottobosco di peculiari interessi è quanto mai devastante quando si mette piede per la prima volta sul suolo nipponico, ma basta davvero pochissimo per lasciarsi rapire da questo bizzarro ciclone. Da treni antropomorfi utilizzati come sponsor, mascotte kawaii che reclamizzano la qualunque, passando per cafè in cui è possibile coccolare gli animali più disparati (sì, ci sono pure i capibara!), è davvero difficile non lasciarsi travolgere da un manto di normalità. E il mondo del cinema e della TV non poteva certo rimanere immune ad una tale influenza, come dimostra la diffusione capillare del peculiare genere del tokusatsu. Se la parola in sé non vi dice nulla, magari pensare ai leggendari film di Godzilla diretti da Ishirō Honda saprà smuovere un immaginario fatto di modellini e voluminosi costumi in gommapiuma. E Shin Zero, scritto e disegnato da Mathieu Bablet e Guillaume Singelin, si insinua in uno dei sottosettori del genere, riproponendo in chiave fumettistica il mondo dei super sentai, gli eroi in costume resi celebri alle nostre latitudini dai Power Ranger.

Un eroe per ogni occasione

Non tutti gli eroi indossano un mantello, recita una celebre citazione, ma di sicuro in Shin Zero a non mancare sono maschere e costumi variopinti, in grado di identificare con precisione dei semplici eroi metropolitani. In questa versione alternativa del Giappone, difatti, esiste una compagnia che assume giovani ragazzi in cerca di impiego, per trasformarli in variopinti vigilantes. Simili ai rider nostrani, questi improvvisati paladini della giustizia si destreggiano tra banali compiti di vigilanza, servizi di scorta ma anche soppressione di veri e propri crimini, nel tentativo di accumulare sempre più recensioni positive e risalire le classifiche. Non siamo dalle parti di The Boys, con tutti gli annessi e connessi del caso, visto che Bablet e Singelin scelgono di mantenere il tutto all’interno di confini decisamente più umani.

A tenere banco all’interno del gruppo composto da 5 coinquilini, è la più semplice e poco appariscente quotidianità, fatta di tentativi di impressionare la persona amata, il desiderio di dare un futuro migliore ai propri figli, oppure assecondare vere e proprie ossessioni giovanili. Il cast che anima questo primo volume di Shin Zero appare in certi aspetti un po’ stereotipato e desideroso di assecondare il modo di narrare prettamente contemporaneo, ma non mancano spunti di riflessione e approfondimenti comunque interessanti. La speranza è che le buone premesse messe sul piatto nelle prime 216 pagine di quella che dovrebbe essere una trilogia, trovino una degna continuazione nei prossimi albi. Anche perché dietro alle sfide quotidiane che i nostri eroi in costume si troveranno ad affrontare, si fa subdolamente strada un misterioso passato a base di esperimenti scientifici e giganteschi kaiju. Quello che resta, alla fine della lettura, è pertanto il desiderio di vedere gli sviluppi di queste vicende, che si sono dimostrate in grado di stuzzicare al punto giusto la nostra curiosità.

Siamo eroi, ma restiamo umili

Il Giappone tratteggiato in Shin Zero, pur non tradendo assolutamente le origini del suo immaginario, appare perennemente in bilico tra una rappresentazione strettamente occidentale ed una più vicina ai canoni che sarebbe lecito aspettarsi. Questa sorta di scollamento ideale deriva, in primis, dalla natura del gruppo di protagonisti, che ad eccezione di un Satoshi esplicitamente nipponico, comprende elementi che tradiscono origini differenti. Questo desiderio di occidentalizzare il setting stona un po’ con le tematiche narrate, al punto che sono necessarie un po’ di pagine prima di sentirsi perfettamente a proprio agio con il mondo descritto da Bablet e Singelin, soprattutto se si è fan di ciò che viene tratteggiato nelle tavole (come il sottoscritto).

Fatta la pace con questa distonia, la lettura prosegue scorrevole ed efficace, grazie proprio alla natura così atipica dell’improvvisato gruppo di eroi chiamato a sorreggere l’impalcatura narrativa: il mix di quotidianità che snatura in modo piacevole il senso del dovere, a tratti anche stucchevole, tipico degli eroi giapponesi, rende alquanto credibile il tutto, a dispetto dei richiami improbabili che la sottotrama citata in precedenza si porta appresso. Inutile sottolineare come anche la pura resa visiva riesca ad accompagnare in modo azzeccato la lettura, grazie ad uno stile ricco e dettagliato, ma che trasuda un senso di latente (e voluta) sciatteria, che pare quasi sbeffeggiare idealmente la condizione precaria in cui vive il gruppo. L’atmosfera è sdrucita e stanca, quasi pesante come un’umida giornata estiva giapponese, al punto che pare quasi di sentire addosso il sudore degli abiti resi appiccicosi dal caldo infernale. Lo stile di Singelin, in tal senso, è alquanto efficace e non si risparmia anche di omaggiare maestri mangaka del calibro di Masamune Shirow, che emerge in occasione di alcuni scorci cittadini che, per quanto prettamente contemporanei, tradiscono elementi che non possono che richiamare la Tokyo teatro delle avventure della Sezione 9. Così come forti sono anche alcune atmosfere che ricordano a grandi linee lo stile essenziale di Mohiro Kitō.

Shin Zero si rivela un’opera che gioca con i codici del tokusatsu e dei super sentai senza mai prendersi troppo sul serio, preferendo concentrarsi su un’umanità fragile, buffa e quotidiana che finisce per risultare sorprendentemente autentica. Pur con qualche incertezza legata alla scelta di occidentalizzare parte del cast e dell’ambientazione, il lavoro di Bablet e Singelin dimostra una chiara volontà di reinterpretare un immaginario iconico senza scadere nella parodia, trovando invece un equilibrio curioso tra omaggio e rielaborazione personale. La combinazione di una narrazione che cresce pagina dopo pagina e di un comparto visivo volutamente imperfetto ma ricco di personalità contribuisce a dare forma a un primo volume che, pur non privo di spigolosità, riesce a catturare l’attenzione e a far desiderare di proseguire il viaggio. Se le premesse verranno mantenute, Shin Zero potrebbe davvero rivelarsi una piccola sorpresa capace di parlare tanto agli appassionati del genere quanto a chi cerca una storia di eroi più umani che straordinari.