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Recensione Recensione di Warriors: Legends of Troy

Recensione di Warriors: Legends of Troy di Console Tribe

di: Chris "matetrial" Calviello

La serie Dynasty Warriors si identifica come un hack and slash che nel corso degli anni non ha saputo apportare grandi cambiamenti. Ciò sicuramente non è da attribuirsi al classico motto “squadra che vince non si cambia”: semmai negli studi di Koei-Tecmo sarebbe potuto valere quando, poco meno di quindici anni fa, il brand era ancora molto apprezzato e riusciva a piazzarsi nelle zone alte delle classifiche. Contando che la serie riusciva a sfornare anche due titoli all’anno, non ci è voluto molto tempo per iniziare a lamentarsi di una trama che praticamente viene riciclata edizione dopo edizione. Complice anche l’ostinazione di cambiare o migliorare solo qualche breve tratto del gioco, negli ultimi anni il brand ha registrato i primi segni di cedimento. Dopo aver cercato una soluzione attraverso lo sviluppo di uno spin-off basato sull’universo di Gundam, Koei-Tecmo ci riprova offrendo come sfondo l’antica Grecia raccontata da Omero nell’Iliade. Abbandonando quindi i ripetuti scenari della Cina feudale, ci ritroveremo stavolta in mezzo ad uno scontro che non vede come fine la conquista del potere, bensì la conquista dell’amore di una donna. Da una parte i greci e dall’altra i troiani: il loro destino scorre sul filo del rasoio.
Sarà la solita zuppa? Scopriamolo insieme.

Cantami, o dea…

Un picchiaduro di massa ambientato nell’antica Grecia: un binomio che non suona male, anzi. I ragazzi di Koei-Tecmo hanno sicuramente scelto una buona base per poter infondere una componente narrativa più interessante, soprattutto per il fatto che non necessita di grandi stravolgimenti o adattamenti per rendersi consona ad un videogioco. L’idea infatti non è sicuramente malvagia, visto che dopo aver giocato così tanti Dynasty Warriors la sensazione data da un diverso contesto non può che essere piacevole. E così, grazie allo studio Koei Canada, che va a sostituire Omega Force, team responsabile della serie principale, avremo l’occasione di vivere l’epica battaglia nei panni di eroi quali Achille, dalla parte dei greci, o Paride, dalla parte di Troia.

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In Warriors: Legends of Troy vestiremo infatti i panni di otto personaggi diversi, quattro per ciascuna fazione, che si alterneranno missione dopo missione. Purtroppo il gioco non offre una storia ben diversificata per ognuna di esse ma si limita piuttosto a raggrupparle tutte sotto forma di un unico continuum-narrativo che si rivela piuttosto frammentato e privo di quella scorrevolezza che avrebbe reso più compatto ed interessante l’intero script. L’alternarsi di Ettore, Paride, Enea e Pentesilea da una sponda e di Achille, Ulisse, Aiace e Patroclo dall’altra, può essere sì piacevole per quanto concerne la variabilità delle azioni, fattore importante per un picchiaduro di massa, ma si rivela altresì mal gestito nel portare avanti la trama. Al termine di ogni missione le cut-scene mostreranno l’avanzare del conflitto ma spesso sembrerà di fare dei grossi passi in avanti e di lasciarsi dietro qualche interessante spezzone che avremmo fortemente gradito giocare. Non che le 21 missioni offerte non siano sufficienti, anzi, tuttavia la struttura del gameplay mostra vari difetti che ostacolano un comparto narrativo più maturo: dell’epica battaglia prevalgono nettamente duelli tra i personaggi chiave, avanzamenti di truppe verso un punto prestabilito o la conquista di punti strategici. Ma il vero fulcro dell’intera produzione è sicuramente rappresentato dagli innumerevoli scontri e, di conseguenza, dal gameplay. Ed è proprio questa la fonte di tutte quegli elementi che tappano le ali ad un’epica storia quale è l’Iliade.

Combattere, combattere e… combattere

Perché il gameplay dovrebbe essere un ostacolo al comparto narrativo? Nei titoli di questo genere è ovvio che sia il primo a dominare sul secondo: stiamo parlando di un gameplay che permette ai personaggi di radere al suolo interi gruppi di eserciti, dove neanche l’eroe Achille avrebbe potuto osare tanto. Tralasciando queste sottigliezze, tipiche della serie Koei, si fanno comunque avanti altri problemi che purtroppo si mettono in luce già dopo le prime sessioni di gioco. Tutto nasce dall’eccessiva linearità che implica un forzato quanto spropositato uso di fasi combattive a scapito di quelle esplorative: ogni missione è scandita da un susseguirsi di scontri inframezzati, di tanto in tanto, da qualche breve cut-scene. Tuttavia gli scontri tra mini-boss, che si terranno all’interno di un piccolo spazio delimitato da una cerchia di soldati e con alcuni mostri colossali come Ciclope, Apollo e altri, risultano decisamente divertenti: vuoi perché godono di un I.A. più attiva dei classici soldati, vuoi perché questi tipi di combattimenti risultano più spettacolari. E anche se alla fine questi finiscono per assomigliarsi tutti, grazie all’implementazione di alcuni Quick Time Event riescono a spezzare quella noiosa ripetitività data dal trascinarsi di continue ondate di nemici. C’è da dire però che anche questi scontri, che dovrebbero essere i più epici, risultano semplici e poco appaganti.

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Si rivelano comunque interessanti gli espedienti escogitati dagli sviluppatori per cercare di ovviare ai suddetti problemi. Anzitutto, avendo diminuito il numero dei personaggi controllabili rispetto ai classici Dynasty Warriors, gli otto disponibili riescono ad offrire una certa varietà nei combattimenti, viste le diverse caratteristiche distintive: se Ettore ed Achille sono più propensi alla distruzione più totale, Ulisse e Patroclo si distinguono per una maggiore versatilità, mentre i guerrieri di peso Aiace e Pentesilea, prediligono attacchi più pesanti ma decisamente più lenti. Insomma, in questi termini la variabilità certamente non manca ma il timore del fattore ripetibilità non è di certo scomparso. I personaggi, pur variando in alcuni tipi di attacco, non si differenziano troppo tra di loro. I combattimenti sono sempre più o meno identici, salvo appunto il diverso approccio. Warriors: Legends of Troy si affida ciecamente al classico stile della serie Dynasty Warriors: ogni personaggio dispone di un attacco rapido e di uno potente, oltre alla possibilità di poter sferrare un colpo con lo scudo per fare breccia nelle difese nemiche. Visto l’elevato numero di avversari su schermo, i tasti adibiti alla capriola e alla difesa (sì, manca il salto) saranno sicuramente quelli meno consumati dopo un frenetico button mashing che metterà a dura prova i nostri polpastrelli. Si può quindi intuire come il gioco non si avvicini a produzioni quali God of War o, ancora meglio, a Dante’s Inferno, con il quale si potrebbe fare un paragone più diretto. Se in questi titoli si può godere di maggiori possibilità, grazie sia a nemici più vari che al numero di armi, nel titolo Koei-Tecmo troveremo solo quattro o cinque tipi di antagonisti e un’unica arma diversa per ogni personaggio. Sarà sì possibile raccogliere quelle nemiche da terra (vedere Achille che lancia il giavellotto come nel film Troy non ha paragoni) ma il ferro che ci porteremo dall’inizio dell’avventura rimarrà tale fino alla fine. Non è infatti presente quella piccola componente ruolistica che appagava il numero elevato di scontri nei precedenti episodi di Dynasy Warriors. L’unica retribuzione, per così dire, è costituita da un determinato punteggio che verrà assegnato alla fine di ogni missione e che potrà essere utilizzato per acquistare amuleti in grado di conferire benefici di vario tipo: sono infatti a disposizione combo aggiuntive, oppure semplici potenziamenti per l’attacco o la difesa. Di tutti quelli che verremo in possesso dovremo farne una selezione accurata, dato che non potremo equipaggiarli tutti. Viene quindi in soccorso un’interessante sistema per porre un limite al numero massimo di potenziamenti, ossia una griglia costituita da un certo numero di quadranti. Questi saranno occupati dai vari gadget, ognuno con la propria forma e dimensione, che andrà a riempire lo spazio prescelto. Dovremo quindi trovare una giusta combinazione per poter riuscire a “incastrare” tutto quanto il necessario, e talvolta dovremo pure rinunciare a qualcosa: tanto più utile sarà il potenziamento, tante più celle occuperà sulla griglia.

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La noncuranza nei particolari

Discorso simile per quanto riguarda l’aspetto tecnico che riesce a salvarsi per la sua fluidità e per la discreta realizzazione dei personaggi. Che siano protagonisti o attori secondari si evincono da ambedue le parti la pesantezza di un reale guerriero, oltre a movenze e fattezze sempre credibili. Buona la realizzazione delle cut-scene, soprattutto quelle all’inizio di ogni capitolo che, guidate da una voce narrante rigorosamente in inglese, illustrano tempestivamente e con stile l’evolversi delle vicende. Ultima nota positiva per il framerate di gioco che, nonostante i tanti nemici su schermo, raramente soffre di rallentamenti. Note dolenti invece per quanto riguarda la qualità grafica: giocare a Warriors: Legends of Troy, anche considerando il tipo di contesto in cui ci troviamo, dà l’impressione di essere tornati indietro di una generazione. Inoltre gli scenari risultano scarsamente abbelliti, privi di qualsivoglia elemento di interazione o di particolari di decorazione. Sembra infatti che gli sviluppatori si siano concentrati essenzialmente sulla parte “calpestabile” dello scenario, applicando un poverissimo sfondo che mai e poi mai riuscirà a catturare l’attenzione del giocatore.
Per quanto riguarda il comparto sonoro si segnala l’assenza del doppiaggio in italiano (c’era da aspettarselo), anche se quello in inglese si attesta tutto sommato su buoni livelli. Discreta anche la colonna sonora che per un titolo simile avrebbe meritato qualche brano più incalzante e concitato. A tratti sembra infatti di aver disabilitato erroneamente la musica dal menù delle opzioni: forse il martellare della nostra arma la sovrasta?

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Conclusioni

In molti avevano criticato Dante’s Inferno per aver “rovinato” la Divina Commedia e, in parte, anche il poeta toscano. Non sarà sicuramente Warriors: Legends of Troy a fare il bis: forse in pochi si ricorderanno di questo gioco che sicuramente non possiede le giuste carte per poter lasciare un’impronta più o meno visibile sul mercato. Tra l’altro, si discosta poco da quanto già visto con la serie Dynasty Warriors, eccezion fatta per un’ambientazione sicuramente affascinante ma che tuttavia non fa gridare al capolavoro portandosi dietro tutti i difetti della serie Koei-Tecmo. Di conseguenza la ripetitività torna a investire l’intera produzione, nonostante i buoni tentativi di apportare qualche modifica e un comparto tecnico di discreto livello.
A chi consigliamo l’acquisto? A pochi, a coloro che cercano 8-10 ore di button-mashing da passare devastando centinaia di soldati nemici. Ma poi si incappa nel classico “tallone d’Achille” e il divertimento comincia a venire meno. Neanche la presenza di un comparto multiplayer, sia di tipo cooperativo che competitivo fino a quattro giocatori, riesce a cambiare le sorti di un titolo appena sotto la sufficienza.
Chissà quale sarà la strana strategia adottata negli studi Koei-Tecmo.