Detroit: Become Human - Recensione

Quando parliamo di videogiochi come Detroit: Become Human, spesso il web è pronto a catalogarli nel genere dei ‘non-giochi’ e di come gli sviluppatori dovrebbero concentrarsi su vere e proprie esperienze videoludiche invece di continuare a proporre prodotti di questo tipo. Eppure quello delle avventure cinematografiche è un genere più vivo che mai come dimostrano i numerosi titoli che Telltale Games ci propone ogni anno, o il grande successo di Life is Strange. Ma prima di tutto ciò c’era una software house che ci ha creduto fortemente in questa tipologia di giochi facendone il suo cavallo di battaglia. Stiamo ovviamente parlando di Quantic Dream, la software house francese fondata da David Cage che nel 2005 catturò il pubblico con Fahrenheit, titolo molto controverso e spesso accusato di partire per la tangente a un certo punto, ma che è comunque riuscito a restare impresso nella mente dei giocatori. Poi arrivò Sony che sta dimostrando con forza negli ultimi anni che il singleplayer è più vivo che mai e con cui Quantic Dream inizia una fruttuosa collaborazione, prima con Heavy Rain e poi con Beyond: Two Souls in esclusiva PS3 che sono stati accolti calorosamente dal pubblico. Una collaborazione che non poteva non continuare anche con PS4 che domani vedrà l’arrivo di Detroit: Become Human. Per parlare di questa nuova opera di Quantic Dream non si può non citare Kara, la tech demo da cui tutto è nato che in sei minuti dimostrò di possedere una forza emotiva che pochi possono vantare parlando della vita e della morte. Kara era un’androide che provava emozioni, un’anomalia inaccettabile per un robot concepito semplicemente per servire gli esseri umani. Proprio da qui nasce il concept di Detroit: Become Human. E se in futuro le macchine costruite dall’uomo cominciassero a comportarsi come un essere umano? Meriterebbero queste macchine di essere trattate con gli stessi diritti? Meriterebbero di essere liberi? Ecco cos’è Detroit: Become Human, un viaggio alla scoperta dell’umanità e alla ricerca della libertà. Una libertà che però ha un costo e in suo nome quanto siete disposti a sacrificare?

Le macchine ribelli

Detroit, anno 2038. Sono passati 20 anni da quando un giovani di nome Elijah Kamski ha fondato la CyberLife e ha creato il primo androide domestico intelligente. Con gli anni la tecnologia si è raffinata sempre di più portando la CyberLife a mettere in vendita nel 2024 il primo androide. Il successo di questo prodotto, nonostante i prezzi decisamente elevati nei primi anni, porta CyberLife a divenire la compagnia di maggior valore al mondo. Il Congresso redige anche l’Atto Androide con cui stabilire le condizioni d’uso, i doveri e le responsabilità dei produttori e dei proprietari di androidi. Ormai gli androidi fanno parte della vita di tutti i giorni, ce ne sono di tutti i tipi specializzati in diversi settori: abbiamo quindi l’androide domestico, quello di supporto alle forze militari, il giardiniere, lo spazzino, il commesso e perfino l’androide del sesso con tanto di locali ad hoc. Una così grande diffusione di queste macchine non è però vista di buon occhio da tutti, ad esempio nei primi momenti del gioco ci è capitato di scontrarci con dei dissidenti che accusano gli androidi di rubare il lavoro agli umani generando di conseguenza povertà e disperazione in alcuni ranghi della società.

La storia di Detroit: Become Human inizia nell’Agosto del 2038 quando un androide di nome Connor specializzato nel supportare la polizia nelle indagini, viene chiamato per negoziare con un altro della sua specie che sta mostrando un comportamento anomalo. Quest’ultimo è infatti impazzito uccidendo prima i suoi proprietari e prendendo poi in ostaggio una bambina. Uno scenario questo che abbiamo già visto nella demo del gioco e che si è rivelato utile per farsi un’idea delle grandi potenzialità della sceneggiatura imbastita da David Cage: già in questa occasione infatti le possibili soluzioni sono molteplici e come concludere la missione dipende esclusivamente dalle scelte del giocatore.

Quanto visto in Heavy Rain e Beyond: Two Souls era niente a confronto di Detroit: Become Human visto che nella nuova opera di Quantic Dream ci sono così tanti bivi e strade alternative da far impallidire qualsiasi avventura cinematografica vista finora. Per farvi un’idea vi basta guardare il diagramma che spunta alla fine di ogni capitolo che fa un resoconto delle azioni che abbiamo intrapreso e delle conseguenze che quelle azioni comportano. In questo diagramma sono presenti anche le scelte che non abbiamo preso, ovviamente coperte per non rovinare al giocatore il piacere della scoperta. Una soluzione semplice che si rivela assolutamente fondamentale per i completisti: essendoci nel gioco un così ampio ventaglio di possibilità, può essere utile andare a consultare nei successivi walkthrough questo diagramma per cercare di sbloccare scene mai viste nella prima run. Una sola run ci ha tenuto impegnati per circa dieci ore, una longevità nella norma per produzioni di questo tipo a cui però bisogna aggiungere altre decine di ore per sbloccare tutti i vari bivi morali.

Per non fare spoiler abbiamo preso il diagramma del primo capitolo, ma credeteci se più avanti ne troverete alcuni da ‘manicomio’ tanto che sono intricati

Con una sola partita insomma avrete soltanto scalfito la sceneggiatura del gioco visto che in determinati momenti potrete addirittura sbloccare sezioni inedite di un capitolo che magari prima non avete affrontato. Ogni azione che sia un semplice dialogo, un gesto, un Quick Time Event corretto o sbagliato, una scelta morale può stravolgere lo sviluppo della trama modificando non solo gli eventi ma anche il rapporto con gli altri comprimari con tanto di interfaccia su schermo che indica lo sblocco di opzioni aggiuntive o la fiducia con i vari personaggi che possono passare da amici a traditori in un istante.

Superato il primo livello che possiamo considerare un tutorial, faremo un salto in avanti di qualche mese, siamo ad inizio novembre e conosceremo gli altri due protagonisti: Kara e Markus. La prima è un androide domestico che lavora per un ex-tassista senza lavoro (ritornando al discorso dei robot che rubano il lavoro) che ha una figlia di nome Alice. Ben presto scopriremo che l’uomo è un violento sfoga tutta la sua rabbia sulla bambina, un episodio che fa scattare qualcosa in Kara portandola a rivoltarsi contro il suo padrone per salvare Alice. Markus invece assiste un uomo anziano di nome Carl colpito da una paralisi alle gambe. L’uomo comincia a sviluppare una sorta di affetto paterno nei confronti dell’androide insegnandogli le meraviglie dell’arte. Un evento in particolare fa scattare Markus che passa da semplice badante a leader della rivoluzione degli androidi. Infine il già citato Connor dovrà indagare sui devianti, un fenomeno in crescita che porta gli androidi a ribellarsi contro gli umani e a provare sentimenti come rabbia, amore e paura.

Quella di Detroit: Become Human non è solo una storia di macchine ribelli, il gioco racconta infatti le vicende personali di ogni personaggio, ognuno con il proprio percorso di crescita: Connor dovrà guadagnarsi il rispetto del suo collega umano Hank e scoprire la verità dietro i devianti; Markus come leader della rivoluzione scriverà la storia della sua razza cercando di guadagnarsi il rispetto della sua gente e dell’opinione pubblica, il come dipenderà esclusivamente da voi visto che il gioco vi permetterà di scegliere tra un approccio violento o pacifista degno del successore di Gandhi; infine Kara imparerà cosa significa essere una madre.

Mai come questa volta a David Cage bisogna fare un plauso per il suo lavoro di sceneggiatura, non solo per il gran numero di bivi capaci di far impallidire i suoi precedenti lavori, ma anche per le tematiche che Detroit: Become Human riesce a trattare con una maturità che non si vede tutti i giorni nel media videoludico. Il merito è anche di un’ambientazione così familiare e credibile nonostante il gioco sia ambientato 20 anni nel futuro. Il progresso tecnologico, il rapporto uomo/macchina, il razzismo, la libertà sono tutte tematiche che troviamo in Detroit: Become Human e che sentiamo mai come di questi tempi così vicine a noi. E allora poco importa se nella prima parte del racconto il gioco fatichi a proporre un ritmo più incessante, in fondo questi momenti servono a caratterizzare i protagonisti, a immedesimarsi nei loro panni e a costruirli a propria immagine e somiglianza. Superate queste prima fasi il ritmo decolla, la storia subisce un’accelerazione improvvisa (il tutto si svolge in pochi giorni) regalando anche colpi di scena inaspettati e altri un po’ più prevedibili.

Il tutto è poi accompagnato da una regia e una recitazione di primissimo livello con i personaggi in grado di trasmettere emozioni anche con un semplice sguardo. Non crediamo di esagerare nel dire che per certi aspetti prettamente tecnici l’opera di Quantic Dream è un gioco next-gen: la modellazione e le animazioni dei volti dei personaggi è di primissimo livello e setta nuovi standard superando di gran lunga l’eccellente lavoro fatto da Naughty Dog con gli Uncharted su PS4. Straordinaria anche la resa dei materiali, l’illuminazione e degli effetti atmosferici (a Detroit piove e nevica tanto). Il mondo di gioco è caratterizzato in modo eccelso restituisce sensazioni contrastanti tra familiarità in alcuni elementi (case abbandonate, artisti di strada e mendicanti) ed estraneità in altri (stazioni dei bus solo per gli androidi e tecnologia avanzata un po’ ovunque). C’è qualche elemento di contorno dello scenario un po’ spoglio, ma si tratta di andare a cercare il pelo nell’uovo in una produzione visivamente spettacolare ed altamente cinematografica. L’accompagnamento sonoro è all’altezza del comparto tecnico con colonne sonore magistrali (ogni protagonista ha il suo tema musicale) e un doppiaggio in italiano di assoluto valore.

A casa di Quantic Dream

Se da un punto di vista narrativo Detroit: Become Human rappresenta una novità da parte di Quantic Dream, ciò che ci fa sentire a casa è l’aspetto prettamente ludico. Non siamo lontani dai precedenti lavori della software house: il gameplay mescola infatti esplorazione dello scenario, dialoghi a scelta multipla e Quick Time Event.

Le sequenze con Connor ci ricordano quelle con Norman di Heavy Rain: esploreremo scene del crimine, interrogheremo i sospetti e acquisiremo informazioni che ci aiuteranno a risolvere l’indagine. Si rivela utile in tal senso l’abilità (comune a tutti e tre i protagonisti) attivabile con il grilletto destro che permette di fermare il tempo e di evidenziare gli elementi dello scenario con cui interagire. Le parti con Kara sono invece più riflessive, con lei dovremo prenderci cura di Alice e proteggerla a ogni costo. Lo spirito più rivoluzionario di Markus si riflette nelle sue sequenze: con lui infatti agiremo nella maggior parte delle occasioni in compagnia di più personaggi reclutando altri androidi che si uniranno alla causa. In tutti e tre i casi comunque non mancheranno i Quick Time Event durante le varie fasi action: rispetto al passato il numero di questi momenti ci è sembrato più bilanciato e inoltre le combinazioni di tasti da premere (sempre in bella mostra su schermo e non nascoste come in Beyond: Two Souls) ci è parsa più alla portata senza andare a fare astrusi movimenti con la levetta analogica destra come capitava in Heavy Rain.

Insomma se apprezzate i giochi appartenenti a questo genere, con Detroit: Become Human andrete praticamente a nozze, se invece speravate di trovare qualcosa di nuovo dal punto di vista del gameplay, qualcosa in grado magari di farvi cambiare idea su questo tipo di prodotti, allora rischierete di rimanere delusi.

Commento finale

Detroit: Become Human rappresenta la massima espressione del genere delle avventura narrative che proprio Quantic Dream ha contribuito a creare negli anni passati partendo da Fahrenheit e passando da Heavy Rain e Beyond: Two Souls. David Cage e soci hanno creato un racconto di straordinaria profondità e maturità in grado di far emozionare i giocatori esattamente come succede agli androidi protagonisti dell’avventura. Ma il team francese non si è limitato solo a raccontare emozioni visto che la sceneggiatura propone un numero impressionante di scelte piccole e grandi capaci di stravolgere il racconto plasmandolo a immagine e somiglianza del giocatore. Poco importa se dal punto di vista ludico Quantic Dream si è limitata semplicemente ad affinare quanto già visto nei suoi precedenti lavori, in fondo ciò che davvero spinge il giocatori ad imbarcarsi in avventure di questo tipo è proprio la narrativa. Da quest’ultimo punto di vista Detroit: Become Human setta nuovi standard accompagnando il tutto con un comparto tecnico straordinario, e una regia e una recitazione a livello della grandi produzioni cinematografiche.

  • Il giocatore plasma la sua storia

  • Narrativa profonda e matura che tocca tematiche attuali

  • Un numero impressionante di bivi

  • Tecnicamente eccezionale, a tratti next-gen

  • Poche novità di gameplay

  • Qualche elemento di contorno leggermente sottotono

22 Commenti a “Detroit: Become Human”

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  1. stefano.pet on
    Kassandro

    Vi odio tutti dove trovate il tempo x giocare 🙁

    Io ho un'ora dopo pranzo (prima di tornare a lavoro) e un paio al max la sera. E una compagna molto tollerante :asd: Infatti in 3 giorni ho fatto forse 3 ore di gioco in tutto (anche perché resto sempre 10 minuti a fissare la tizia nella schermata iniziale).

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