La ruota delle meraviglie – Cercasi Woody disperatamente - Cinema Recensione

A Woody gli si vuole bene, sempre.

Non è questione di servilismo, è che a un regista come lui, che in carriera si è concesso il lusso di fare qualsiasi cosa e di farla in maniera unica e inimitabile, si deve volere bene per forza e dirgli anche un GRAZIE grosso come una casa, per tutto. Dopo questa dichiarazione d’amore possiamo tranquillamente dire che il suo problema è l’aver deciso, da qualche tempo, di uscirsene con un film all’anno, praticamente. Ridendo e scherzando, infatti, Allen è alla soglia dei 50 film in carriera come regista (e sceneggiatore). Sono tanti, tantissimi. Un traguardo che ben pochi cineasti si sono permessi di raggiungere. Ora, il problema di aver girato 35 film negli ultimi 35 anni è uno ed è anche abbastanza facile da individuare: l’impossibilità che ogni singolo film risulti, alla fine, un buon film. Per fare due esempi recenti citiamo il terribile To Rome With Love, il patinato Magic in the Moonlight e l’imperfetto Cafè Society, tre pellicole in cui lo smalto del buon Woody sembrava essere sbiadito malamente. Per fortuna poi ci ha infilato dentro quel capolavoro di Blue Jasmine, Irrational Man e l’incantevole Midnight in Paris.

Allora come si incastra La ruota delle Meraviglie nella moderna filmografia di uno dei più celebri registi viventi? Difficile dirlo, perchè stiamo parlando di un film che non si può definire pessimo ma che non brilla nè per sceneggiatura nè, tantomeno, per regia. Siamo a Coney Island negli anni ’50, un luogo magico dove a sovrastare la spiaggia c’è il folcloristico luna park dove Ginny, un ex attrice di mezza età, lavora come cameriera in un ristorante e divide Humpty, un giostraio ex alcolizzato, un piccolo appartamento che affaccia sulla ruota panoramica. I due vivono con il figlio nato dal primo matrimonio di Ginny, un ragazzino con istinti da piromane. Un giorno nella loro vita piomba Carolina, figlia di Humpty e moglie di un pericoloso gangster che la sta cercando per farla fuori. La “tranquilla” e monotona vita di Humpty e Ginny viene quindi sconvolta e di mezzo rischia di andarci anche il giovane Mickey, il bagnino, che con Ginny ha una relazione clandestina.

Il merito di Woody Allen, in questo film, è soprattutto quello di aver creato un micro-mondo intorno alla location, l’aver reso Coney Island (con le sue luci, la sua passerella in legno, le sue giostre) un vero e proprio personaggio all’interno del film. Si respira un’atmosfera quasi magica, dove i vari personaggi si muovono come sospesi tra il reale e l’irreale. E’ come se il mondo esterno non riuscisse a scalfire quello che succede all’interno dell’isola, dove si crea una realtà parallela e alienante per tutti.

Per Humpty che lotta contro il suo alcolismo ed il rimorso di non essere stato un buon padre. Per Ginny che arrivata a 40 si ritrova a servire ostriche in un ristorante e a correre dietro ad un ragazzino di quasi vent’anni più giovane. Per il piccolo Richie che trova nell’appiccare incendi in giro per l’isola il suo unico motivo di svago. Per Carolina in fuga da una vita che non è stata all’altezza di vivere, perchè infondo per lei la normalità di un rapporto convenzionale sarebbe stata più che sufficiente. E per Mickey che si trova in mezzo a tutto, con un piede in due scarpe ed il sogno di realizzarsi come scrittore, che culla dall’alto di una torretta da bagnino. A fare da minimo comune denominatore a tutte queste storie c’è di base l’egoismo, mascherato dalla ricerca di una felicità, seppur effimera, seppur momentanea o artificiale che ha sempre rispecchiato il classico sogno americano.

Ed in questo, nel tratteggiare i vari personaggi, il film funziona, come pure funziona la regia di Woody e la splendida fotografia del maestro Vittorio Storaro (lui si che sembra non perdere un colpo nonostante quest’anno spenga ben 78 candeline). E’ nell’intrecciare le varie storie e nel far collidere le dinamiche delle coppie che si vanno a formare che invece Allen zoppica e mostra il fianco a un po’ di stanchezza intellettuale. La ruota delle meraviglie manca troppo spesso di mordente, si prende tante, troppe pause di riflessione quando invece servirebbe mantenere il piede piantato sull’acceleratore, che la palpebra in un paio di occasioni dei cenni di cedimento comincia a darli. Sorvolando poi su alcune infelici scelte di doppiaggio (compreso qualche dialogo tradotto in maniera a dir poco infelice), non possiamo che bocciare su tutta la linea la prova del povero Jim Belushi, un attore da troppo tempo abituato a muoversi nel panorama delle sitcom e dei film tv da quattro soldi e non adatto ad un film ambizioso come questo. Il suo inutile e, spiace dirlo, talvolta fastidioso overacting, talvolta riesce a contagiare anche Kate Winslet, anche lei abbastanza in ombra nonostante abbia così tanto talento da risultare credibile in quasi ogni occasione. Compitino da 6 politico per Justin Timberlake e Juno Temple che chiudono il quadro di un cast molto poco amalgamato, che non riesce a salvare o anche solo a mettere una pezza su una sceneggiatura deboluccia e mai veramente incisiva, che trova però uno sprazzo di vitalità in un finale quantomeno dignitoso.

Non un buon film, dobbiamo essere sinceri. Woody Allen ha abituato il nostro palato cinefilo a ben altre produzioni. La ruota delle Meraviglie deve averlo scritto con la mano sinistra… Oppure la sua leggendaria Olympia SM3 doveva fare un po’ le bizze.

 

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