TV Recensione

Stranger Things 2 – Bentornati nel Sottosopra!

di: Simone "PulpGuy88" Bravi

E’ stata una tortura. Un supplizio. Una via crucis.

Resistere un anno intero senza il sorriso sdentato e gli occhi a fessura di Dustin è stata un’esperienza orribile, che purtroppo dovremo riaffrontare ancora una volta. Che ormai è palese che Gaten Matarazzo è la star di Stranger Things e che, insieme a Millie Bobby Brown (Undy) sarà quello che, tra tutto il cast dei ragazzi dello show, riscuoterà più successo una volta finita l’avventura nell’Upsidedown. Si chiamano predestinati, in genere.

Terminata questa piccola digressione ci accingiamo a parlare, non senza un pizzico di emozione residua, della seconda stagione di Stranger Things, il Teen-SciFi drama ideato dai fratelli Duffer e disponibile alla visione su Netflix…Che poi è la versione di noi fiction-addicted del Sottosopra. Will è salvo, è tornato con la sua famiglia e i suoi amici e la vita ad Hawkins sembra scorrere di nuovo tranquilla, nonostante la eco dei tragici avvenimenti legati al Demogorgone abbiano lasciato ferite che probabilmente non si rimargineranno mai. E’ solo la calma prima della tempesta però. Will comincia ad avere quelle che sembrano delle visioni. Incubi, riminiscenze di quando si trovava nel sottosopra. Vede avanzare una creatura enorme e mostruosa verso la città e spesso cade in uno stato di incoscienza che lo porta a sentirsi ancora “dall’altra parte”.

Cosa rende speciale Stranger Things innanzitutto? Cosa, nello specifico, la rende probabilmente la serie del decennio, superiore anche a prodotti qualitativamente migliori, sia dal punto di vista della scrittura che della recitazione? Il fatto che sia uno show che unisce le generazioni. Certo, non si vergogna di farlo spesso in maniera ruffiana e anche abbastanza paracula, buttandoti sotto al naso, a tradimento, la theme song di Ghostbusters o quel determinato riferimento visivo che riporta alla mente i film che hanno segnato la nostra infanzia prima e la nostra adolescenza poi. E’ l’empatia che da subito si instaura con quella determinata fetta di pubblico, che fin dal pilot della prima stagione, in quel gruppo di ragazzi ci ha rivisto i Gonnies, Chris Chambers e compagni di Stand By Me, Elliot e gli amici che lo aiutano a portare in salvo E.T. I freak presi in giro da tutti a scuola, gli underdog, gli sfigati che tutti, almeno una volta nella vita, siamo stati. E poi c’è la fantascienza anni ’80, quella alla buona, senza troppi fronzoli o implicazioni psicologiche. C’è una ragazzina con poteri telecinetici a cui sanguina il naso, che mangia Eggos e ribalta i furgoni dei cattivi con la forza del pensiero. Insomma, come si fa a non innamorarsi?

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Se la prima stagione sembra però una mera “operazione nostalgia”, la seconda punta decisamente più in alto. Il taglio cinematografico si fa più marcato, il citazionismo più prepotente e la caratterizzazione dei vari personaggi assume un connotato tutt’altro che marginale, andando a creare una serie di dinamiche (di coppia soprattutto) in grado di costruire intorno allo show anche una struttura solidissima dal punto di vista della scrittura. C’è lo sceriffo Jim Hopper (uno straripante David Harbour, futuro Hellboy sia lodato il cielo) alla prese con Undy e con una seconda opportunità di essere un padre. C’è la stessa Undici che sente forte il bisogno di scavare nel suo passato e scoprire se è veramente sola al mondo, lottando al contempo con le crisi esistenziali tipiche di qualsiasi adolescente. Joyce Byers (una sempre più tarantolata Wynona Ryder) che tenta di rifarsi una vita, non con la sua perenne ansia ma con uno Sean Astin (Bob supereroe) che si rivela molto più di una guest star d’eccezione. C’è il nostro amato Dustin che trova inaspettatamente un saggio mentore in Steve Harrington, l’un tempo detestabile “Re Steve” che ora ha deciso di entrare nel cuore degli spettatori con un tackle in scivolata che nessuno si aspettava. Ci sono poi Jonathan e Nancy impegnati a non tradire la memoria della povera Barbara e a cercare di amarsi senza sentirsi in colpa per qualcosa. Un vorticoso gioco delle coppie che ci permette di scoprire risvolti psicologici dei protagonisti che prima potevano sembrarci marginali e che invece si rivelano fondamentali per non ridurre lo show a una misera fiera della fantascienza di riciclo.

Al netto di un paio di puntate che girano un po’ a vuoto, va detto, e di un paio di twist leggermente telefonati, questa seconda stagione schiaccia prepotentemente il piede sull’acceleratore e non ha paura di rischiare qualcosa, come nella criticatissima settima puntata, definita dalla stragrande maggioranza del pubblico “fuoriluogo” ma che invece, a nostro modesto avviso, getta basi solidissime per quella che, nella terza stagione, sarà sicuramente una delle tematiche che terrà banco, ovvero il fatto che Undici non è sola al mondo, perchè ci sono altri “esseri straordinari” come lei in giro per il mondo.

La vera verità è che quando si parla di Stranger Things non si può non essere di parte. Si tende a mettere in secondo piano tutto ciò che non funziona e non ci convince in favore di quella nostalgia canaglia che, volenti o nolenti, condiziona quotidianamente le nostre vite. Perchè tutti abbiamo bisogno di un pezzetto della nostra infanzia. Di quel qualcosa che ci ha fatto emozionare in maniera genuina, quando ancora il giudizio critico delle persone mature non ci apparteneva. Tutti abbiamo bisogno di vedere il naso di undici sanguinare e di sentire il “Grrrrrrh” di Dustin. Crescere è una bella cosa, ma tornare bambini, fosse anche per quarantacinque minuti alla volta…Quella è una magia.

E cos’è una magia? E’ solo un trucco, infondo.