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Recensione Tunic

di: Simone Cantini

Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, soprattutto in un periodo come quello attuale, in cui i colossi hardware sembrano intenzionati a darsi battaglia a suon di esclusive più o meno temporali. Come nel caso di Tunic, titolo realizzato in solitaria da Andrew Shouldice che, a pochissimi mesi dal lancio avvenuto su console Xbox, è pronto a saltare oltre la barricata, e ad irretire con le sue affascinanti atmosfere anche tutti i possessori di PlayStation.

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Non ci siamo già visti?

Cosa succede quando il mondo dei souls finisce con l’incontrare gameplay e tematiche care alla serie di Zelda? Deve essere stata questa la domanda che è balenata per la mente di Andrew Shouldice, prima di mettersi al lavoro sul concept e la programmazione di Tunic. Il titolo dello sviluppatore indipendente, difatti, sin dal primo trailer di annuncio, non aveva fatto nulla per nascondere la propria volontà di omaggiare il classico di casa Nintendo, ma dopo aver trascorso un po’ di ore in sua compagnia, pare evidente come il desiderio di prendere in prestito idee altrui (nel senso più positivo del termine), si sia allargata anche al genere reso celebre da From Software. Sì, perché la storia della piccola volpe, nonostante il suo voler somigliare in modo smaccato a quel Link capace di scavare un solco indelebile nella storia del medium videoludico, nasconde sotto la sua superficie apparentemente fiabesca a colorata un’anima ben più subdola ed oscura, capace di contaminarne le fondamenta giocose in maniera molto più punitiva di quanto un semplice sguardo superficiale potrebbe portare a pensare. Lo avevamo scoperto, piacevolmente a nostre spese, solo pochi mesi fa, in occasione dell’approdo del gioco su console Xbox, ed anche oggi che il tutto è disponibile su PlayStation, non possiamo che constatare come tutto sia, fortunatamente, rimasto immutato, proprio come ricordavamo. L’action/adventure isometrico, difatti, ripropone anche su macchine Sony il suo mix di azione, combattimenti ed enigmi, calando il tutto all’interno di un mondo capace di dispiegare sotto gli occhi del giocatore, poco a poco, tutti i suoi segreti. Spiazzante nelle sue battute iniziali, quando ci ritroviamo a fronteggiare le prime minacce armati solo di un esile rametto, senza alcun suggerimento narrativo ed in balia di un linguaggio fittizio a noi alieno, che dovremo imparare a decifrare poco alla volta (assieme alle stesse meccaniche di gameplay), grazie a quella trovata metaludica che è il manuale utente, di cui dovremo andare a rinvenire nel gioco stesso le pagine. Superato questo scoglio iniziale, sicuramente figlio della volontà di proporre un’esperienza che, per quanto derivativa, mette in mostra una spiccata volontà di stupire, Tunic saprà regalarci un’avventura divertente ed appagante, figlia di una evidente sapienza creativa ed autoriale.

 

You died!

Se gli echi di Hyrule sono palesi nel modo in cui il mondo di gioco apre intelligentemente le sue strade al giocatore, grazie al reperimento di strumenti utili alla progressione, oltre che per il peculiare gameplay esplorativo di Tunic, il lato oscuro di Miyazaki-san e soci emerge con veemenza in occasione degli scontri. E delle morti, che non saranno certo merce rara. La nostra piccola volpe, difatti, dovrà fare i conti, oltre che con i punti mana e vita, anche con il famigerato indicatore della stamina che, sebbene non venga intaccato dallo sferrare fendenti, tenderà a calare drasticamente in seguito a schivate e parate con lo scudo. Lanciarsi all’impazzata contro gli avversari non si rivelerà quasi mai una buona idea, pertanto sarà sempre bene aggirarsi per il mondo di gioco in maniera quanto mai cauta e circospetta, così da non finire mai sopraffatti dalla moltitudine di minacce che Shouldice ha preparato per noi. La stessa geografia del mondo, dismessi i panni colorati in puro Zelda style, nasconde un world building ricco di richiami alle produzioni From Software, in cui i percorsi si avvitano su loro stessi in maniera diabolica, lasciando il player spaesato e smarrito, prima di ricompensarlo con un’imprevista, quanto benvenuta, shortcut in grado di rendere meno traumatico il respawn presso gli sparuti checkpoint. Già, perché in Tunic, come detto, si finisce per morire molto spesso, visto il tasso di difficoltà non certo in linea con le buffe atmosfere che lo ammantano e, come soulslike insegna, la precoce dipartita si porterà in dote la ricomparsa di tutti i nemici uccisi, oltre a farci perdere parte delle monete guadagnate (che potremo recuperare secondo i classici meccanismi di genere). Impegnati sì, dunque, ma mai eccessivamente frustrante come si potrebbe pensare, a patto di riuscire a comprendere e domare quel bizzarro ausilio incarnato dal manuale di gioco di cui parlavo in apertura.

Porting fedele

Il passaggio da Xbox a PlayStation, come prevedibile, non è stato foriero di scossoni per quanto concerne il puro aspetto tecnico della produzione firmata Andrew Shouldice, che si ripresenta all’appuntamento così come ce la ricordavamo. Il che, vista la bontà dello stile grafico utilizzato, non è certo motivo di sdegno, anzi. Non nego, difatti, come una buona parte del successo del titolo sia da ritrovare nel peculiare ed intrigante design generale, minimale ma anche dannatamente accattivante, oltre che in grado di permettere al tutto di scorrere liscio, senza intoppi rilevanti. A corroborare l’atmosfera, inoltre, ci pensa una soundtrack dannatamente azzeccata, rilassante quando viene lasciata al giocatore la libertà di esplorare e ragionare, salvo poi esplodere con insistenza in occasione dei momenti più serrati. Peccato per un utilizzo marginale delle feature del DualSense, ma vista la tipologia di gioco sarebbe stato ostico andare oltre l’ottimo supporto al feedback aptico.

Tunic ritorna su PlayStation, dopo il felice debutto su Xbox, ed i possessori della console Sony dovrebbero essere felici e pronti all’acquisto solo per questo semplice motivo. Il lavoro di traduzione digitale subito dal titolo di Andrew Shouldice, difatti, non ha minimante intaccato la bontà del lavoro di partenza, che si affaccia sull’hardware giapponese in forma smagliante, forte di un gameplay non certo rivoluzionario, ma solido nel suo mescolare suggestioni ludiche provenienti da mondi diversi. Se amate gli action/adventure di ispirazione zeldiana, e non vi spaventa una difficoltà leggermente sopra la media, l’avventura della piccola volpe potrebbe seriamente fare al caso vostro.