Recensione Trenches VR
di: Simone CantiniLa guerra fa schifo, da qualsiasi punto di vista la si osservi. Un uomo che uccide un suo simile per brame di potere, giochi politici o volontà totalitaristiche altrui è una delle espressioni umani più abiette che si possa immaginare. Ogni conflitto è superfluo, inutile e crudele, ma se proprio devo pensare ad uno dei momenti più logoranti e disumani in questa classifica dell’orrore, non posso che pensare alle trincee simbolo del Primo Conflitto Mondiale. In quei luridi cunicoli immersi nel fango e nel marciume più totale, si sono spente centinaia di migliaia di vite, spazzate via da una mano più grande di loro, deus ex machina di un’esistenza che non era vista altro che come quella di una qualsiasi bestia da macello. Un orrore che è stato testimoniato dalle produzioni più disparate, non per ultime appartenenti al mondo videoludico, che con Trenches VR ha scelto di raccontare in chiave virtuale, per quanto in maniera non certo storicamente accurata, quel frammento così raccapricciante del percorso dell’umanità.
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La strada verso casa
Un fischietto, la foto della nostra famiglia e la voglia di fuggire via, per tornare ad abbracciare i nostri cari, non abbiamo bisogno di altro per prendere parte all’orrore raccontato in Trenches VR. Nei panni di un soldato immerso nel fragore della Prima Guerra Mondiale (il gioco è ambientato nel 1917), non dovremo fare altro che cercare la via d’uscita dal dedalo di trincee in cui siamo stanziati, mentre attorno a noi tutto è un caos a base di morte e disperazione. Una fuga disperata in cui gli echi degli orrori vissuti in prima persona si fanno tangibili e materiali, sempre pronti a tormentare la nostra psiche già compromessa dal fragore delle battaglie. Inciampi di percorso che saranno accompagnati da una aberrazione mostruosa, perennemente in cerca di nuove prede, che si aggirerà subdolamente in quel mare di terra e sangue, sempre pronta a carpire il minimo rumore.
Inutile dire come il silenzio sarà la nostra prima arma in grado di segnare il confine tra vita e morte, pertanto dovremo stare attenti a non fare avvertire la nostra presenza, a dispetto delle scricchiolanti assi che ricoprono il logoro pavimento delle trincee. E poi c’è il nostro fidato fischietto, l’unico elemento in grado di rivelare la presenza di quelle preziose bambole che rappresentano la nostra unica possibilità di fuga: peccato che utilizzarlo per capire dove andare ci renderà così dannatamente vulnerabili. Un sadico nascondino quello messo in atto dall’unica persona dietro a Steelkrill Studio, che è riuscito a trasformare la spietata crudeltà del conflitto mondiale in un survival horror indubbiamente particolare, in cui l’atmosfera di morte e decadenza ci accompagnerà in ogni istante, in maniera tale da mettere in dubbio anche la nostra sanità mentale e la percezione della realtà: gli incubi che ci braccheranno saranno reali o solo il frutto dei trami subiti?
Silenzio di sangue
Il gameplay di Trenches VR è alquanto elementare: nei panni del soldato, il nostro obiettivo sarà quello di recuperare 9 bambole nascoste all’interno del dedalo costituito dalle trincee, così da ottenere gli indizi necessari a raggiungere l’uscita. Il tutto cercando di sfuggire all’implacabile mostruosità che vi si aggira, capace di udire anche il più piccolo rumore (anche il nostro respiro). L’unico modo che avremo per sfuggirgli sarà utilizzare gli sparuti oggetti che potremo raccogliere, così da creare diversivi sonori, oppure nasconderci nei piccoli anfratti che costellano parte dell’area di gioco. Purtroppo il silenzio non sarà sempre al nostro fianco, dato che per scoprire la posizione delle bambole dovremo di tanto in tanto sfruttare il nostro fischietto, così da creare un feedback uditivo in grado di rivelare la loro posizione: usatelo con prudenza. Come detto poco sopra, dovremo anche fare attenzione alle superfici che attraverseremo, in grado di allertare la creatura se saremo troppo frenetici.
L’idea alla base di Trenches VR è sicuramente interessante e molto della sua riuscita risiede in una ottima atmosfera, in grado di incutere una sana dose di terrore, complici anche alcuni jumpscare ben dosati e perfettamente contestualizzati. Peccato che la produzione Steelkrill mostri il fianco proprio per l’esigua consistenza della forza lavoro che la contraddistingue, che si traduce in una serie di problematiche in grado di affossare in parte quanto di buono messo sul piatto. I limiti più evidenti sono da ritrovare in un set di controlli non sempre puntuale, che soprattutto per le interazioni attraverso le mani rende spesso difficile raccogliere gli oggetti, ma anche aprire le porte e tagliare le parti di filo spinato che ci bloccheranno il cammino. A poco servono le sparute opzioni presenti (inconcepibile l’assenza di un tasto per accovacciarsi in caso si giochi da seduti), tra l’altro non precise in fase di selezione tramite il puntatore.
Non stupisce, e non ne faccio certo un difetto, l’aspetto non proprio sfavillante del comparto grafico, sicuramente alquanto minimale ma non per questo incapace di creare la giusta tensione. Il rovescio della medaglia è da ritrovare in una spiccata monotonia dell’ambientazione, che se da un lato è comprensibile visto il setting (non siamo certo in vacanza!), dall’altro rende comunque meno accattivante quello che resta un videogioco. Da applausi, invece, l’audio della produzione, capace di rendere palpabile la tensione, grazie ad un buonissimo apporto tridimensionale e ad un’effettistica davvero spaventosa. Peccato che la versione PSVR2 da me testata non preveda il supporto al microfono, che nelle altre installazioni permette alla creatura di udire ogni rumore che ci circonda, siano anche le nostre sincere grida di terrore: patch in futuro? Spero proprio di sì.
Trenches VR è un’esperienza che vive di contrasti: da un lato un’idea potente, capace di trasformare l’orrore delle trincee in un incubo sensoriale che ti rimane addosso; dall’altro una realizzazione tecnica che fatica a sostenere il peso delle sue ambizioni. È un titolo imperfetto, a tratti frustrante, ma animato da una volontà sincera di farci sentire, anche solo per un istante, la claustrofobia, la paura e la disumanizzazione di un conflitto che ha segnato la storia. Non è un gioco per tutti, e forse non vuole esserlo: è un viaggio breve, sporco e disturbante, che funziona quando ci costringe a confrontarci con ciò che vorremmo dimenticare. Se accettiamo i suoi limiti, può offrire un frammento di memoria, un sussurro dal passato che ancora oggi continua a far rumore. Anche se in questo caso specifico il silenzio è sempre preferibile…