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Recensione Tiger Blade

di: Simone Cantini

Che la Corea stia sempre più prendendo piede all’interno del mondo videoludico non lo scopriamo certo oggi, basta pensare al successo riscontrato da Lies of P di Neowiz, oppure dall’interesse che Shift Up ha fatto registrare con Stellar Blade, al punto di attirare le mire della stessa Sony. Una penisola, quella sudcoreana, capace di affascinare in maniera dannatamente crossmediale, così come di contaminare l’immaginario a 360°. E Tiger Blade rientra perfettamente all’interno di questi episodi di fascinazione, nonostante il team di sviluppo (Ikimasho Games) abbia la propria sede operativa in quel di Parigi. A tal proposito, è lecito domandarsi a cosa possa aver dato vita un incontro così inusuale e bizzarro.

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Non pensare, taglia!

Ambientato in una Corea alternativa, Tiger Blade ci catapulta in pochi istanti all’interno di una frenetica esperienza action, che in parte ricorda le avventure su binari cari a Time Crisis e simili. In questo mondo stilizzato, andremo a vestire i panni di una letale guerriera, appartenente ad un clan criminale incaricato di recuperare una misteriosa cassa. Un compito tutto sommato banale, quando si è letali assassini come la nostra protagonista, ma che finirà ben presto per tramutarsi in un vero e proprio massacro, che ci porterà ad incrociare le lame con i nostri vecchi compagni di squadra. Decisamente marginale e confusionaria, più una semplice accozzaglia di situazioni ludiche che non un vero e proprio racconto sapientemente orchestrato, la sceneggiatura che fa da sfondo al titolo Ikimasho scorre via senza lasciare alcun tipo di impressione, limitandosi ad inanellare una serie di frenetici scontri. Non che sia un male, visto che lato ludico Tiger Blade funziona (quasi) alla perfezione, ma vedere un setting così peculiare gettato via con noncuranza, lascia un pizzico di amaro in bocca. Vero che nelle circa due ore scarse necessarie a giungere ai titoli di coda c’è davvero poco tempo per imbastire un racconto efficace, ma un piccolo sforzo in più in tal senso sarebbe stato comunque apprezzato.

Di lame e proiettili

Quando il gameplay funziona a dovere, comunque, si può anche soprassedere alle carenze di scrittura, come nel caso di Tiger Blade. Il gioco, non appena ingrana la quinta (ovvero dopo una manciata risicata di minuti) gira alla perfezione, e mette in scena un’esperienza on-rail appagante e divertente. L’azione si baserà sull’utilizzo di due armi distinte, ovvero la coppia katana/pistola, con ognuna che servirà ad abbattere una precisa tipologia di nemici. La lama, come prevedibile, verrà impiegata per affettare gli avversari inclini al corpo a corpo, mentre la bocca da fuoco servirà per sbarazzarsi di chi predilige l’approccio a distanza. Nel primo caso sarà sufficiente effettuare gesture estremamente naturali, imparando a leggere il moveset nemico, alternando fendenti a parate. Nel secondo caso, una volta switchata arma tramite la pressione del trigger presente sul controller della mano dominante, avremo la possibilità di impiegare la nostra arma dai proiettili infiniti per falciare tutti coloro che ci spareranno contro, impiegando al bisogno la lama per deviare i proiettili avversari. Utilizzando il rampino presente nell’altra mano, laddove possibile, potremo recuperare scudi improvvisati, che potranno tornare utili per deflettere alcuni danni, così da preservare la nostra scorta di 10 punti vita che avremo a disposizione per ogni livello.

Gli scontri si sono sempre rivelati frenetici e molto divertenti, soprattutto in virtù dell’estrema naturalezza del sistema di controllo, anche se si registrano degli squilibri della difficolta soprattutto nella porzione finale dell’avventura, laddove uscire indenni dalla run risulta impresa davvero impossibile. Ed è proprio in ottica di perfezionamento dello score che Tiger Blade basa gran parte della propria longevità, dato che come già detto arrivare al temine della decina di livelli presenti non porterà via più di due ore risicate. La rigiocabilità, pertanto, risiede negli obiettivi secondari, che ci richiederanno di superare gli stage senza morire, magari entro un determinato limite di tempo e sparando ai bersagli a forma di tigre nascosti nell’area. Un’indole smaccatamente arcade, che farà senza dubbio la gioia di chi ama simili esperienze, ma che cozza comunque in modo assai evidente con la pochezza dell’offerta base, davvero squilibrata se rapportata al prezzo di vendita del pacchetto (24,99 Euro). La speranza è che qualche update possa ampliare il tutto, così da giustificare maggiormente l’esborso richiesto.

Minimalismo orientale

Esteticamente parlando, Tiger Blade convince pur senza stupire in modo abbagliante, grazie ad una presentazione estetica pulita ed efficace, che in più di un’occasione mi ha riportato alla mente le atmosfere di Sifu. La Corea dai tratti futuristici messa in scena riesce a delineare un setting sicuramente vincente e peculiare, pur sacrificando l’abbondanza poligonale in favore di una azzeccata semplicità stilistica. Lo stesso sonoro contribuisce a coadiuvare l’azione, grazie ad una soundtrack convincente, a cui fa da spalla un voice over in lingua originale che ben si amalgama al tutto, e che contribuisce a rendere più palpabile la caratterizzazione generale. Tutto è inoltre sottotitolato nella nostra lingua che, soprattutto quando si parla di produzioni più piccole come questa, fa sempre piacere vedere.

Tiger Blade è il classico titolo capace di far arrabbiare per i motivi più giusti, quando si parla di videogiochi, dato che presenta un gameplay azzeccato e riuscito, che però risulta calato all’interno di un’esperienza base sin troppo condensata. La natura smaccatamente arcade del lavoro Ikimasho, difatti, relega all’interno del perfezionamento dello score del giocatore le fondamenta della longevità, rimandando alla ripetizione della risicata avventura il compito di rimpolpare il monte delle ore di gioco. Un vero peccato, questo, dato che lato ludico Tiger Blade diverte e convince, ma finisce per esaurire le proprie potenzialità davvero troppo in fretta.