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Recensione The Sinking City 2

di: Simone Cantini

Può sembrare quasi incredibile, ma alla fine The Sinking City 2 è diventato realtà ed è pronto ad essere giocato da tutti i fan di Cthulhu. E non deve essere stato facile per i ragazzi di Frogwares, gli sviluppatori ucraini responsabili di questo atteso ritorno, che sin dall’avvio del titolo ci tengono a ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile il progetto. Non vergognandosi di sottolineare come il processo di sviluppo sia stato quanto mai devastante, complice la guerra che sta devastando il loro paese e che ha visto la partenza verso il fronte anche di parte del team. Eppure, come loro stessi ci tengono a sottolineare, la vita è andata avanti, non certo senza difficoltà, ed alla fine il coronamento di tutti i loro sforzi e sacrifici è un titolo che segna un netto cambiamento rispetto al passato di questa IP. Saranno riusciti i ragazzi di Frogwares a gettare il cuore oltre l’ostacolo?

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Acqua alle ginocchia

Tutto muta forma in The Sinking City 2, a partire da meccaniche e protagonista, ma a non mutare sarà l’ambientazione lovecraftiana del setting. Si torna a girovagare per una Arkham sommersa ancor di più dalle acque, nelle cui profondità si annidano creature pronte a contaminare e divorare chiunque osi ancora dimorare tra le sue abitazioni marcescenti. La minaccia ha le fattezze anonime degli Striscianti, esseri vermiformi che paiono avere una predilezione smodata per gli esseri umani, vivi o morti che siano. Pronti a trasformarli in simil zombie, saranno queste flaccide creature i primi antagonisti che Calvin si troverà ad affrontare nel tentativo di riportare a sé il corpo dell’amata Faye, separato dallo spirito in seguito ad un rituale di cui i due non ricordano nulla.

E l’avventura imbastita dai ragazzi di Frogwares ruoterà tutta attorno a questa caccia spasmodica, mentre i ricordi andranno poco alla volta a ricomporre un quadretto tutt’altro che idilliaco. Il tutto addentrandosi a piccoli passi in quell’incubo liquido che risponde al nome di Arkham, che saprà mostrarci nuove sfaccettature della sua decadente follia. Una sceneggiatura tutto sommato coesa e lineare quella di The Sinking City 2, che pur non reinventando la ruota del genere horror riesce sempre a tenere desta l’attenzione del giocatore, rivelando lentamente i tasselli del passato della coppia. Sino a giungere, dopo circa 8 ore, allo spiazzante finale, capace di chiudere il cerchio attorno ai due amanti in maniera efficace e a tratti inattesa. A patto, ovviamente, di non conoscere bene le tematiche care al Vate di Providence

Nuove idee, stessa follia

Lo so, ad inizio della precedente sezione ho sostenuto come tutto sia cambiato in The Sinking City 2, e tale affermazione trova il suo giusto coronamento una volta che ci addentriamo nell’analisi del gameplay. Questo ha abbandonato l’indole indubbiamente più compassata e improntata sul binomio esplorazione/investigazione del suo predecessore, lasciandosi scivolare all’interno delle pareti dei survival horror di stampo più tradizionale. L’avventura di Cal e Faye, difatti, sceglie consapevolmente di allinearsi ai Resident Evil più moderni, con Requiem che fa capolino più di una volta all’interno della costruzione ludica. Il nostro sventurato protagonista dovrà farsi largo tra orde corpose di nemici tutt’altro che amichevoli, all’interno di scenari che prediligono una struttura che si aprirà gradualmente, così da incentivare un backtracking funzionale e mai troppo invasivo.

Abbandonate le velleità investigative passate, adesso ridotte ad un ruolo sicuramente minore, utile soprattutto a reperire punti per sbloccare i perk accessori che sarà possibile equipaggiare, il mood ruoterà prevalentemente attorno all’azione. Al di là della necessità di esplorare a dovere le intriganti ambientazioni, in cerca degli elementi utili a superare i vari ostacoli, Cal dovrà fare ricorso anche alla pura forza bruta per sopravvivere. Se è pur vero che spesso sarà possibile semplicemente evitare parte degli scontri, è innegabile come sia consistente la necessità di sfruttare le armi da fuoco che potremo recuperare nel corso del gioco. Queste si appoggiano ad un gunplay efficace, che ruoterà attorno al dover colpire i punti deboli dei nemici per massimizzare i danni. Oltre a eliminare gli Striscianti che usciranno fuori dai cadaveri, prima che contaminino i corpi presenti sulla scena, in maniera analoga a quanto visto in Daymare 1994: Sandcastle.

Avanti e indietro

Non saranno, però, soltanto le creature ostili le minacce che cercheranno di mettere i bastoni tra le ruote a Cal, dato che l’uomo dovrà combattere anche con un nemico più subdolo e, in apparenza, inesorabile: il risicato inventario che lo accompagna. Analogamente al citato Resident Evil, avremo inizialmente a disposizione un limitatissimo numero di slot che, sebbene sia possibile incrementare strada facendo, non saranno mai del tutto sufficienti a contenere tutto ciò di cui avremo bisogno. Se da un lato si tratta di un riuscito e coerente omaggio alla storia dei survival horror, da un altro punto di vista una simile meccanica finisce per spezzare un po’ troppo il flow dell’avventura: molto spesso ci troveremo a fare avanti e indietro verso le valige magiche presenti nelle varie safe zone, così da recuperare ciò di cui avremo bisogno. Per quanto non del tutto impattante sul fronte dell’intrattenimento, un sistema un pizzico più morbido non avrebbe guastato.

Così come sarebbe stato più interessante poter beneficiare in maniera più approfondita dei citati perk che Cal potrà alloggiare nella maschera magica che porta con sé (che fornirà anche una vita extra se appositamente caricata con uno speciale oggetto): i punti necessari a sbloccarli assieme ai risicati slot a nostra disposizione, sembrano più pensati per un utilizzo in ottica di seconda run (con tanto di elementi inediti rispetto alla prima partita), piuttosto che a una forma di potenziamento in prima battuta. Il che stride un po’ con gli oggetti speciali che è possibile ottenere avviando una nuova partita, dopo aver speso i punti guadagnati semplicemente giocando: si tratta di elementi che, ancora una volta, strizzano l’occhio al best seller di casa Capcom e che, al pari di skin accessorie e bozzetti, rappresentano una serie di extra sempre apprezzabili. Presente anche un sistema molto elementare di crafting, indispensabile per lenire la cronica mancanza di munizioni che potrebbe attanagliare la progressione.

Dalla carta allo schermo

Sicuramente più standard rispetto al passato, almeno sul fronte ludico, The Sinking City 2 evidenzia qualche leggero scricchiolio figlio di questo cambio di rotta in termini di puro bilanciamento. Questo emerge in sezioni che sono letteralmente ricolme di nemici, in modo un po’ troppo cheap, al punto che lo scontro a viso aperto o la fuga si tradurranno sempre in perdite ingenti, sia di munizioni che di salute. Niente che non sia aggirabile con un pizzico di astuzia e malizia, ma una limatina in tal senso non sarebbe guastata. Tolto questo, il gioco procede spedito e serrato, complice anche un level design interessante, che pesca a piene mani dal mare magnum del genere. Peccato solo per quella perdita di esplorazione a bordo della nostra fida imbarcazione, legata alla primissima porzione di gioco, che tanto aveva contribuito a caratterizzare il precedente episodio.

Anche sul fronte tecnico, sono evidentissimi i cambiamenti attraversati dall’IP che, a dispetto di tutte le problematiche attraversate dallo studio, hanno segnato un miglioramento palpabile della pura messa in scena. La grafica ha subito un boost notevole, come emerge sia dalle cinematiche che dalla modellazione generale, garantendo un colpo d’occhio sempre appagante. Questo va di pari passo con la direzione artistica che, ancora una volta, si è dimostrata capace di tradurre sullo schermo in maniera efficacissima l’immaginario di H.P. Lovecraft. Convince anche il doppiaggio in lingua inglese (tutto è localizzato testualmente nella nostra lingua), così come ottima è risultata l’effettistica ambientale che, soprattutto se goduta in cuffia, conferisce al nostro senso di smarrimento e impotenza una sensibile marcia in più.

The Sinking City 2 è un’opera che vive di contrasti: coraggiosa nel suo voler rifondare un’intera identità ludica, imperfetta nel bilanciamento, sorprendente nella capacità di evocare un immaginario lovecraftiano che continua a funzionare nonostante i cambiamenti strutturali. Il passaggio dall’investigazione alla formula più action e survival horror può spiazzare chi aveva amato l’approccio del primo capitolo, ma è impossibile non riconoscere la determinazione con cui Frogwares ha scelto di reinventarsi, pur nel mezzo di circostanze che avrebbero potuto affossare qualsiasi progetto. Arkham rimane un luogo magnetico, inquieto, capace di raccontare la sua follia attraverso ambientazioni, suoni e creature che restituiscono un senso di oppressione costante. E se alcune scelte, dall’inventario troppo rigido alle sezioni eccessivamente affollate di nemici, finiscono per frenare il ritmo, il viaggio di Cal e Faye conserva una sua forza emotiva, culminando in un finale che chiude il cerchio con coerenza e rispetto per le radici lovecraftiane. Alla fine, The Sinking City 2 non è soltanto un nuovo capitolo: è la dimostrazione che, nonostante tutto, Frogwares ha saputo gettare il cuore oltre l’ostacolo, consegnando ai giocatori un’esperienza che, pur non priva di difetti, merita di essere vissuta. Una testimonianza di resilienza, creatività e amore per un mondo narrativo che continua a chiamare a sé chiunque voglia immergersi ancora una volta nelle sue acque oscure.