The Dark Pictures Anthology: Man of Medan - Recensione

Al netto di una non proprio felice divagazione sul tema, che risponde colpevolmente al nome di Bravo Team, il curriculum dei ragazzi di Supermassive Games ha confermato ancora una volta di essere legato a doppio filo la mondo dell’horror. Un percorso iniziato in modo ufficiale con il fortunato Until Dawn, proseguito in VR con i suoi due spin-off, ed infine consolidato con il primo lavoro multipiattaforma del team angolosassone. Incip di una raccolta antologica intitolata The Dark Pictures Anthology, Man of Medan si appresta a catapultarci nuovamente all’interno di un vero e proprio incubo interattivo che, per la prima volta, potremo anche vivere nella sua interezza anche in compagnia di altri amici.

In fondo al mar

Desiderosi di abbracciare uno spettro di possibilità narrative molto più ampio che in passato, in Supermassive hanno scelto di abbandonare un tipo di esperienza fortemente monotematico, come accaduto con le tre esclusive Sony, preferendo attingere all’interno del copioso calderone della mitologia del terrore. Prendendo spunto da vari episodi realmente documentati, i membri del team hanno già in cantiere un nutrito numero di produzioni, ognuna legata ad ambientazioni e personaggi unici, in grado così di diversificare il mood e le atmosfere di questa raccolta in divenire. Il primo appuntamento con The Dark Pictures Anthology risponde al nome di Man of Medan, e prende spunto dalla vicenda che ha per protagonista la nave omonima, un bastimento militare che al termine del secondo conflitto mondiale vide sparire misteriosamente in una notte tutti i membri del suo equipaggio. E sarà proprio da questa ultima notte che prenderà il via il gioco, con un capitolo che ha il compito di fungere sia da prologo che da tutorial interattivo, con il quale sarà possibile impratichirsi (qualora si fosse a digiuno di simili esperienze) con le esili meccaniche ludiche della produzione. Elementi che richiamano in tutto e per tutto quanto già visto in passato, con momenti di pura esplorazione guidata che si accompagnano a QTE e bivi narrativi legati alle nostre scelte, finendo per abbracciare alcuni momenti che strizzano in maniera molto elementare l’occhio ai rhythm game. Insomma, niente che non sia già visto nel precedente titolo canonico del team, o nelle opere di Quantic Dreams, anche se, al termine delle circa 5 ore necessarie a concludere il primo playthrough (a cui ne ho accompagnati un altro paio), è impossibile non constatare l’ampliata ricchezza degli snodi narrativi, capaci di offrire un corposo ventaglio di ramificazioni e variazioni sulla storyline. Il tutto è reso possibile dalla presenza di 5 differenti personaggi giocabili, un gruppo di giovani che, ai giorni nostri, sono decisi a ritrovare il chiacchierato relitto, ma che finirà ben presto per vedere rocambolescamente (e pericolosamente) scombussolati i propri piani. Impossibile dire di più, per non rovinare in modo irrimediabile l’esperienza di gioco, pertanto mi limiterò a sottolineare come rispetto ad Until Dawn sia migliorata ulteriormente la coerenza dei vari incastri che, al netto di un paio di forzature riscontrare in ciascuna delle sortite, hanno finito per mettere in mostra una fluidità narrativa davvero notevole.

 

Paura condivisa

Se quanto detto sopra sembra inserire con veemenza Man of Medan all’interno rodato filone delle esperienze cinematografiche interattive che tutti conosciamo, è andando a spulciare il menu principale del lavoro Supermassive che ci si accorge di come il team abbia deciso di stravolgere un po’ l’esperienza che pensavamo di aver ampiamente metabolizzato. Tutto, difatti, ruoterà attorno alla possibilità di giocare in compagnia di uno o più amici, sia online che in locale. Nel primo caso l’esperienza potrà essere condivisa assieme ad un singolo amico in possesso del titolo, con ciascuno dei due giocatori che si troverà a condividere o meno, a seconda degli sviluppi, la stessa porzione narrativa, con le scelte dell’uno che andranno ad influenzare giocoforza la storyline dell’altro. Laddove però l’idea collaborativa di Man of Medan riesce a dare il meglio, è nella modalità Serata al Cinema, che consentirà ad un massimo di 5 giocatori di prendere il controllo di ciascuno dei personaggi. L’idea, per quanto concettualmente banale, risulta invece decisamente vincente, dato che questa soluzione permette di rendere decisamente più imprevedibile e sfaccettato lo sviluppo della storia, con ognuno dei protagonisti che agirà secondo la personalità di chi è chiamato a gestirlo. Inutile, inoltre, sottolineare come la condivisione della paura finisca per amplificare in modo sensibile e vincente il senso di angoscia e terrore che si respira durante l’avventura, un risvolto che è spiegato anche dagli stessi sviluppatori all’interno di uno dei documentari che è possibile sbloccare recuperando i collezionabili sparsi nel gioco. E posso inoltre garantire come il rischio noia, anche quando si è innocui spettatori, è scongiurato proprio dalla bontà del ritmo di gioco, oltre che dalla sceneggiatura solida, per quanto non priva di qualche cliché e forzatura di troppo, a cui si accompagna qualche lieve scivolone sul finale. Nel complesso, però, il lavoro svolto in fase di scrittura è piacevole e funzionale alle tematiche trattate.

Non guardarmi, non ti sento!

Abbandonato l’engine Guerrilla antecedente al Decima, che era stato alla base di Until Dawn, il passaggio allo sviluppo multipiattaforma ha spinto Supermassive ad abbracciare l’Unreal Engine 4, scelta che si è rivelata senza dubbio vincente, anche se la qualità generale ha finito per subire una leggera flessione rispetto al passato. Ci troviamo comunque al cospetto di una grafica che riesce a beneficiare pienamente delle ridotte pretese ludiche della produzione, fatto che ha portato ad una pulizia e ad un livello di dettaglio davvero ammirevoli. Ovviamente la punta di diamante spetta al motion capture dei volti dei personaggi che, pur con una presenza dentaria talvolta un po’ troppo invasiva, riesce a rendere visibili le emozioni dello sventurato gruppetto. Restano invece un po’ troppo meccaniche le animazioni generali, soprattutto del collo, al punto che talvolta si ha quasi l’impressione di veder muovere degli animatronics, ma diciamo che nell’economia generale si può tranquillamente soprassedere. Buonissimo, invece, il doppiaggio nostrano (ad eccezione di quello orrendo del prologo), sebbene permangano ancora degli incomprensibili squilibri audio, con un numero risicato di sezioni in cui le voci sono sovrastate dall’effettistica generale.

Grazie a Man of Medan, il progetto The Dark Pictures Anthology si apre decisamente all’insegna di ottime prospettive, forte di un concept di gioco solido e che riesce ad ampliare le già intriganti possibilità sviscerate in Until Dawn. Ad una complessità decisionale eccellente, in grado di garantire una longevità ed una rigiocabilità capaci di superare le 5 ore del singolo playthrough, l’inserimento della componente multigiocatore conferisce una piacevolmente imprevista ventata di freschezza, capace di rendere più apprezzabile l’atmosfera generale e far sorvolare senza troppi patimenti su alcune ingenuità e forzatura che, come sempre, sembrano essere prerogativa di questo genere videoludico. Al netto di questi difetti, però, il lavoro di Supermassive non può che essere consigliato agli amanti dei film interattivi, complice anche un prezzo decisamente accattivante. Appuntamento a Little Hope a questo punto!

  • Narrativa ramificata ed estremamente rigiocabile

  • Il multiplayer funziona

  • Mix audio non sempre perfetto

  • Recitazione digitale non sempre impeccabile