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Recensione The Dark Pictures Anthology – House of Ashes

di: Simone Cantini

Oramai quando pensiamo alle produzioni narrative a bivi, la mente non può che biforcare il suo percorso verso due distinte destinazioni: Francia e Regno Unito. La prima nazione, difatti, è la patria tanto di Dontnod che di Quantic Dream, realtà da tempo consolidate per quanto riguarda tale tipo di videogames. Spostandoci in terra d’Albione, abbiamo invece i ragazzi di Supermassive Games, anche loro portabandiera di un modo di intendere i videogames che ha saputo declinare in maniera efficace l’amore per l’horror e le scelte attive del player. Questo ha dato vita, sin da Until Dawn, ad una serie di fortunati progetti, il cui ultimo esponente è rappresentato dal terzo capitolo dell’antologia The Dark Pictures Anthology, ovvero l’interessante House of Ashes.

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Sopravvivenza sotterranea

Altro giro, altra corsa, e dopo essere stati sballottati nelle acque indonesiane e nel nebbioso New England, durante i due capitoli precedenti, i ragazzi inglesi hanno pensato ad un ulteriore setting per il loro nuovo House of Ashes. Stavolta ad accoglierci troveremo l’Iraq post 11 settembre, e più precisamente il 2003 che ha accompagnato la caduta del regime di Saddam Hussein. L’azione, dopo un breve prologo ambientato nell’antica Mesopotamia, si sposterà proprio all’interno della dimora dell’ex dittatore, adesso adibita a base delle forze statunitensi. Qua faremo la conoscenza di parte del cast di questa nuova avventura, il cui obiettivo sarà quello di individuare il nascondiglio segreto delle presunte armi chimiche di Saddam. Un’operazione in apparenza molto semplice, grazie alle scansioni satellitari effettuate da Eric King (uno dei personaggi controllabili), ma che finirà per trasformarsi in una vera e propria discesa agli inferi, in seguito all’attacco di un piccolo drappello di forze irachene, tra le quali troveremo la riuscitissima figura di Salim, il quinto ed ultimo character giocabile. Durante la schermaglia, difatti, un violento terremoto si scatenerà sul luogo dello scontro, aprendo una voragine che inghiottirà il gruppo, catapultandolo all’interno di un complesso cavernicolo, dove un tempo si trovava l’antico tempio sumero visto nel prologo. Il cui passato nasconde una minaccia ben più letale dei pericoli della guerra. Sicuramente più fisico ed esplicito dei capitoli passati, l’orrore protagonista di House of Ashes sarà in grado di conferire alla sceneggiatura del titolo una spinta action decisamente più marcata, rendendo il setting una sorta di incrocio tra Aliens: Scontro Finale ed il primo Riddick, pur mantenendo ben salda la tradizione ludicha delle produzioni Supermassive. Per quanto più prevedibile in termini di sviluppo, pur non risparmiando un piccolo colpo di scena nell’ultimo terzo dell’avventura, la narrazione risulta ora più matura e coesa che in passato, grazie ad un cast di personaggi che, pur non rinunciando a qualche cliché, risulta molto più sfaccettato e approfondito. Così come molto più curate e credibili sono le relazioni che intercorrono tra di loro, capaci di garantire sviluppi intriganti e non sempre banali e scontati. Il peculiare setting, sicuramente una delle intuizioni più felici di House of Ashes, ha anche il pregio di non risparmiare un pizzico di critica sociopolitica, legata proprio a quel periodo storico, e che grazie all’introduzione del personaggio di Salim lascia spazio anche a qualche piccola riflessione sulla guerra e sulla sua futilità. Certo, non è questo il fine ultimo del gioco, sia chiaro, ma gli sforzi per conferire un minimo di spessore in più al tutto, nonostante la natura horror del titolo, sono evidenti e benvenuti.

Tutto cambia per non cambiare

Aspettarsi un qualcosa di sostanzialmente differente da House of Ashes, visto il pedigree ludico di Supermassive, sarebbe stato quanto mai sciocco, ed infatti il penultimo episodio della prima stagione di The Dark Pictures Anthology non fa nulla per distaccarsi dal passato del team. Ancora una volta, pertanto, l’apporto del giocatore sarà limitato alle scelte di dialogo, QTE, brevi sessioni simil rhythm game e sparute sezioni di mira, nulla in definitiva che non si sia già visto in passato. Per certi aspetti potremo considerare anche più dilatato il nostro coinvolgimento attivo, dato che i momenti cinematici godono ora di un respiro decisamente più ampio: questo piccolo sacrificio, però, non è risultato fine a se stesso, dato che è servito per conferire al tutto una maggiore dose di coerenza tra i vari snodi, così da rendere davvero impercettibile lo stacco tra i differenti raccordi, elemento che rende il tutto molto più fluido e omogeneo, anche attraverso vari playthrough. Una caratteristica resa più evidente dagli sfaccettati rapporti che è possibile instaurare tra i vari membri del cast, le cui reazioni sono ora meno meccaniche e sconnesse che in passato, così da aumentare il coinvolgimento generale. Pertanto, il rovescio della medaglia sarà caratterizzato da qualche tempo morto in più tra un’interazione e l’altra, ma ritengo che per il tipo di gioco di cui stiamo parlando, non si tratti di un vero e proprio difetto, soprattutto se questo si traduce in una migliore efficacia della narrazione. A livello di fruizione, oltre alla possibilità di giocare il tutto in solitaria, tornano le benvenute opzioni multiplayer, con l’online che ci permetterà di vivere l’avventura in compagnia di un amico. Più intrigante, come in passato, è la modalità Serata al Cinema, che permetterà a 5 differenti giocatori di gestire gli altrettanti membri del cast, passandosi di volta in volta il controller: inutile dire come in tal modo il tutto risulti molto più spassoso ed imprevedibile.

Aria di libertà

Sotto il profilo squisitamente tecnico, pur non parlando del classico prodotto tripla A (unito al costo budget del gioco), sono evidenti i progressi compiuti dal team, che ha saputo beneficiare della maggiore claustrofobicità delle ambientazioni per spingere un poco sul comparto grafico. Pur essendo ancora evidente la natura cross-gen di House of Ashes, su Series X il tutto si presenta in forma davvero convincente, con alcuni scenari in grado di rasentare il fotorealismo, grazie anche ad un ottimo uso dell’illuminazione. Certo, non mancano alcune texture meno definite di altre, ma l’impatto generale e indubbiamente solido. Ottimo, al solito, il motion capture, che pur non rinunciando a presentare alcune movenze ancora alquanto meccaniche, conferisce al cast una notevole espressività, acuita dal doppiaggio in lingua originale, ma che può comunque contare anche su di una solidissima localizzazione in lingua italiana. Convince a tratti l’abbandono della visuale a schermate fisse, in favore di una gestione libera della telecamera, che se da un lato si traduce in una manciata di scenari più ampi ed esplorabili, dall’altro deve scendere a compromessi con un sistema di movimento non sempre puntuale. Fortunatamente questo non va ad impattare sul gameplay, dato che queste situazioni si verificano unicamente in occasione di sessioni non cruciali. Sulle console di nuova generazione, inoltre, è presente l’oramai consueta doppia opzione grafica, che permetterà di optare tra prestazioni e grafica: nel primo caso tutto scorrerà liscio a 60 frame al secondo (pressoché stabili), mentre l’altro caso introdurrà una risoluzione minore, assieme ad un timido accenno di ray tracing, rendendo la fluidità generale un pizzico più instabile. Considerando il gameplay comunque compassato, si tratta di un compromesso tutto sommato accettabile.

House of Ashes prosegue con successo la formula che ha fatto la fortuna del progetto The Dark Pictures Anthology, proponendo l’ennesima declinazione dell’orrore made in Supermassive Games. Aspettarsi rivoluzioni a livello ludico era quanto mai inopportuno, ed infatti questo terzo episodio non fa nulla per discostarsi dal passato del team. Le maggiori migliorie sono da ritrovare, difatti, all’interno della cornice narrativa, adesso più coesa e coerente che in passato, oltre che forte di un cast di personaggi più sfaccettato e convincente. Cambia anche il mood della paura, maggiormente fisica e meno psicologica, ma questa aumentata prevedibilità degli sviluppi è mitigata efficacemente dalle interazioni che è possibile far scaturire tra i membri del cast, così da scongiurare il rischio della banalità eccessiva. In attesa di vedere dove ci porterà The Devil in Me, capitolo conclusivo della prima stagione di questa raccolta antologica, House of Ashes rappresenta l’episodio più maturo del progetto Supermassive, anche se per le sue caratteristiche intrinseche, difficilmente può essere consigliato a chi non apprezza questa peculiare tipologia ludica. Tutti gli altri, invece, possono procedere senza indugi all’acquisto.