Recensioni

Recensione SPEAR

di: Simone Cantini

Un vecchio detto sostiene che spesso, quando si chiude una porta si apre sempre un portone, segno di come un’esperienza che termina possa lasciare spazio a novità comunque entusiasmanti. Una sorta di versione popolare del concetto di sliding doors, che chiunque di noi avrà vissuto in prima persona almeno una volta. E proprio un simile concetto è alla base dell’espediente narrativo di SPEAR, che attorno al tema di possibilità e scelte costruisce un simpaticissimo platform forse non troppo lunghissimo, ma comunque davvero divertente e gradevole. E per di più completamente made in Italy, che al netto di ogni becero campanilismo, fa sempre piacere.

Per visualizzare i video di terze parti è necessario
accettare i cookie con finalità di marketing.

Scelte difficili

Ah, la dura vita dei programmatori videoludici, perennemente in bilico tra budget e scadenze, senza tralasciare un occhio di riguardo all’appeal che ogni produzione spera di suscitare nel grande pubblico. Solo che tra il dire ed il fare non c’è sempre di mezzo solo e soltanto il mare, ma anche un corposo lavoro di costruzione e pulizia, capace di mettere alle corde anche il coder più indefesso quando la fase di debugging si decide a mettere in discussione tutte le fatiche arretrate.

Che poi è quello che accade alla piccolissima software house, di stampo alquanto artigianale, al centro dell’incipit di SPEAR, che proprio quando si appresta a testare il suo gioco, a pochissima distanza dal lancio, vede la propria creatura funestata da una serie di bug imprevisti. Sorge, quindi, la più fatidica delle domande: insistere nel lavoro di rifinitura, investendo un numero imprecisato di ore per scovare e correggere gli errori (con il rischio di far uscire comunque un prodotto incapace di intercettare i denari del pubblico), oppure mandare tutto al diavolo e concentrarsi su di un più redditizio farming looter shooter? A dare uno scossone al tutto ci penserà proprio uno dei piccoli personaggi di questa bizzosa creatura, che tutt’altro che entusiasta di vedere cancellata in un click la propria esistenza, si troverà a lottare contro le anomalie software, nel tentativo di salvare il suo mondo digitale.

Non certo fondamentale in chiave ludica, la sceneggiatura che funge da collante a ciò che avviene in SPEAR è risultata una piacevolissima sorpresa, grazie ad un tono brillante e scanzonato, ma che non manca di ironizzare a dovere sul nostro hobby preferito. Sia che si tratti di scherzare sul dietro le quinte del processo produttivo, sia quando a essere messi in ridicolo sono alcuni cliché legati a concetti di gameplay oramai radicati e conosciuti da tutti. Un’avventura, quella messa in piedi da Polyhedric, nome dietro a cui si cela il solo Andrea Cavuoto, che ci accompagnerà per circa 2 ore abbondanti, che potranno essere raddoppiate nel caso si decida di sviscerare ogni missione opzionale e livello bonus: un monte ore sicuramente non esagerato, ma comunque congruo al prezzo di vendita, che è fissato e 9,90 Euro.

System Player Error Anomaly Resolution

Come confermato dallo stesso team, SPEAR è mosso dalla volontà di rendere omaggio al periodo d’oro dei platform bidimensionali e questo è evidente sin dalle prime battute di gioco: la struttura è quella classica a scorrimento orizzontale, con il nostro Default (questo il nome del protagonista) che oltre a poter saltare, dopo pochissimi minuti, entrerà in possesso di una lancia, attorno a cui ruoterà il gameplay. Oltre a poterla utilizzare in combattimento, come prevedibile, man mano che ci addentreremo nei vari livelli le sue capacità si andranno ad ampliare progressivamente: passeremo dalla possibilità di sfruttarla per creare piattaforme in grado di permetterci di raggiungere luoghi fuori dalla nostra portata, passando per la possibilità di scagliarla lontano per attivare interruttori, oltre a sfruttarla per planare, così da superare senza intoppi voragini e precipizi.

Le situazioni ludiche messe sul piatto sono risultare sempre molto interessanti, oltre che caratterizzate da una buonissima varietà, tale da non rendere mai monotona e prevedibile la progressione. Ogni livello che andremo ad affrontare sarà caratterizzato in maniera molto convincente e non mancheranno anche alcune missioni secondarie che spingeranno al backtracking, però senza mai risultare ridondanti. Oltre a corroborare la longevità, queste quest accessorie avranno un impatto anche attivo, grazie ai bonus che ci elargiranno, sia in forma di boost passivi che in quella di elementi cosmetici per il nostro Default. Il mondo di SPEAR, difatti, è ricco di oggetti segreti da scovare, che oltre a permetterci di variare l’aspetto del piccolo protagonista, ci permetteranno anche di applicare alcuni filtri grafici, in grado di modificare l’aspetto visivo della produzione (ho adorato il cel-shading in stile Borderlands).

Controlli fuori controllo?

Insomma, tutto bello e riuscito quanto proposto da Polyhedric? Beh, non proprio, visto che alcune magagne non possono fare a meno di saltare all’occhio. La più macroscopica, visto che parliamo di platform, è la gestione dell’inerzia del salto, non sempre puntualissima e che restituisce un senso di rigidità assai marcato. Questo si traduce in una gestione dei salti meno immediata di quello che ci si potrebbe aspettare, che porta in certi casi a cadute non sempre dipendenti dalla nostra abilità. Stona anche un pizzico di trial and error presente in determinati frangenti, nato dall’impossibilità di esaminare a dovere l’ambiente circostante: un espediente che ho trovato un po’ cheap per alimentare la longevità.

Convince invece senza riserve il fronte tecnico della produzione, che mette in mostra il background accumulato da Andrea Cavuoto, che nel suo curriculum vanta esperienze come cinematic director e senior animator in titoli come Epic Mickey: Rebrushed e le ultime avventure digitali di SpongeBob. Per quanto minimale, il colpo d’occhio offerto da SPEAR è sempre convincente ed estremamente gradevole nella sua semplicità, che risulta essere il suo principale punto di forza. Stage e personaggi sono simpaticissimi alla vista, con dettagli sempre al posto giusto. Anche la fluidità non è da meno, con un frame rate solido ed in grado di accompagnare a dovere le evoluzioni di Default. Piacevolissimo anche il comparto sonoro, con tracce sempre calzanti e molto gradevoli.

Non rivoluziona il genere, ma ne rappresenta una buonissima interpretazione. Il platforming bidimensionale proposto da SPEAR diverte grazie a trovate azzeccate e ad una buonissima varietà di situazioni, a cui si accompagna un substrato narrativo sicuramente non debordante, ma parimenti molto centrato ed in grado di strappare più di un sorriso, grazie al modo in cui ironizza su alcuni aspetti del mondo videoludico. Peccato per alcune incertezze nel sistema di controllo che, per quanto non vadano ad intaccare la bontà del lavoro firmato Polyhedric, stonano un po’ se calati nel contesto dei platform. Visto comunque il prezzo davvero contenuto a cui il tutto è proposto, non si può che essere soddisfatti del lavoro di Andrea Cavuoto, che a questo punto sono curioso di vedere cosa ci riserverà con il suo prossimo progetto.