Recensione Space Chef
di: Luca SaatiAprire un’attività può sembrare un’impresa ardua solo al pensiero di tutte le scartoffie e la burocrazia, ma immaginate quanto può essere bello mollare tutto e con un camper spaziale aprirsi un piccolo chioschetto, dando così inizio alla propria carriera di chef spaziale. Il problema? Beh, nello spazio, come già dimostrato da tanti altri videogiochi, bisogna anche saper sopravvivere.
Con Space Chef preparatevi dunque ad armarvi di spatola e pistola al plasma per cucinare le più strambe creature dello spazio.
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Spiedini di blatte
L’inizio di Space Chef segue il classico schema dei cozy life sim: si crea il proprio personaggio e si dà un nome alla propria attività. Il protagonista vive in una piccola e malmessa roulotte spaziale, dove, dopo il giusto incoraggiamento da una lettera dell’amata nonna, decide di inseguire il sogno di diventare uno chef.
Così, dopo aver recuperato alcuni rottami, costruisce un rudimentale barbecue, ma manca il cibo da cucinare. I primi ingredienti si trovano facilmente nel seminterrato infestato da blatte: armati di spatola, li schiacciamo uno dopo l’altro e li arrostiamo sul fuoco. La prima ricetta è pronta: ora è il momento di consegnare il cibo ai primi clienti.
Come avrete intuito, il loop di gameplay di Space Chef si riassume così: esplora lo spazio, costruisci i tuoi attrezzi, trova gli ingredienti e cucinali. La gestione del ristorante è completamente libera: si può decidere di tenerlo chiuso quanto si vuole, oppure lavorare H24. L’importante è tenere sotto controllo la barra della stamina, che si svuota con il passare del tempo, obbligando il protagonista a dormire qualche ora.
Il tempo fuori dal ristorante va dedicato all’esplorazione spaziale: si possono scoprire nuovi avamposti cittadini per acquisire clienti o atterrare sui vari pianeti per scoprire fauna e flora, ottenendo così nuovi ingredienti. Attenzione però ai pericoli dello spazio: in un attimo si passa dal girare il ragù all’imbracciare un’enorme arma spaziale al plasma.
La progressione è scandita da cinque abilità del protagonista: combattimento, cucina, esplorazione, farming e mining. Ognuna migliora automaticamente svolgendo le attività correlate: il combattimento migliorando combattendo, la cucina cucinando, e così via. Avanzando di livello si sbloccano nuovi strumenti, dalle armi a nuovi piani cottura, fino ai miglioramenti per l’astronave.
L’idea è passare dal servire semplici spiedini di scarafaggi arrosto in un food truck a un vero e proprio ristorante con un menù gourmet. La cucina è gestita tramite minigiochi che, se eseguiti bene, permettono di ottenere valutazioni massime dai clienti e accrescere rapidamente la popolarità del ristorante.
Dietro questo miscuglio interessante e profondo di esplorazione, farming, survival e cooking, Space Chef nasconde però un loop di gameplay lento e presto (troppo) ripetitivo, aggravato da alcune problematiche a tratti incomprensibili. Ad esempio, perché si possono creare oggetti solo a casa? Capisco che la cucina vada fatta solo al ristorante, ma se mi trovo in emergenza su un pianeta senza armi, perché non posso crearne una? L’inventario si riempie in fretta, obbligandomi a interrompere costantemente l’esplorazione per tornare alla base a scaricare l’eccesso. Il limite dell’inventario rende scomoda anche la cucina, perché bisogna ogni volta andare nel magazzino o nel frigo per prendere ingredienti o riporre quelli inutilizzati.
Lo stesso vale per il crafting, che richiede di tenere in mano gli oggetti invece di poter creare direttamente dal magazzino. Problemi risolvibili con qualche aggiornamento alla quality of life, ma che attualmente limitano il gameplay e rallentano una già lenta progressione.
Nello spazio nessuno può sentirti cucinare
Space Chef è un mix interessante tra uno Stardew Valley ambientato nello spazio e Plate Up!, che diverte sulle prime ma che purtroppo non riesce a centrare appieno il suo potenziale. Dietro un concept scanzonato e divertente si nasconde infatti un gameplay che diventa presto ripetitivo e limitante, soprattutto negli aspetti legati al crafting, che risultano troppo vincolanti.
Peccato, perché la direzione artistica vivace e l’umorismo irriverente avrebbero meritato un risultato finale decisamente migliore.