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Recensione South of Midnight

di: Simone Cantini

Giunge sempre, per un team di sviluppo, il momento di dimostrare di essere divenuto “grande”, l’occasione per far vedere alla platea videoludica di essere riusciti ad andare oltre i propri limiti, così da abbandonare una volta per tutte l’etichetta di novellini. Giusto per citare qualche nome recente, mi viene in mente Hazelight, che dopo Brothers e A Way Out ha visto la definitiva consacrazione con It Takes Two. Si può anche pensare a Housemarque, che con Returnal ha definitivamente scavalcato la barricata, entrando con tutte le scarpe nella cerchia dei top team. Parlando degli studi in forza a Microsoft, frutto delle recenti acquisizioni, un nome che balza alla mente è quello di Compulsion Games: lo studio canadese, dopo due produzioni non certo memorabili come Contrast e We Happy Few, avrà saputo compiere il definitivo salto grazie a South of Midnight?

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Giù per il bayou (cit.)

Al centro della narrazione di South of Midnight troveremo Hazel, una ragazza della Louisiana come tante altre che, in seguito ad un tifone che si è abbattuto sulla sua cittadina, si troverà a vivere la più incredibile delle avventure. Una giovane risoluta e dal passato non certo semplice, caratterizzato dalla perdita prematura del padre e da dissapori familiari mai sanati, che l’hanno portata ad allontanarsi dalla nonna paterna Bunny. E poi c’è Lacey, la mamma con cui è perennemente in conflitto, secondo le classiche dinamiche di un rapporto tardo adolescenziale tanto prevedibile quanto vero e credibile.

Una relazione forte, che proprio per questa fisiologica affezione porterà Hazel a lanciarsi nel soccorso della donna, dopo che una violenta inondazione travolgerà via la sgangherata casa di famiglia, trascinandola violentemente lungo il fiume che lambisce la città dove vive. È a questo punto che il mood cambia, abbracciando i confini di una fiaba dark in bilico tra suggestioni burtoniane e l’assurdo mondo di Alice nel Paese delle Meraviglie. Un viaggio di crescita alla scoperta di sé stessi e dei propri sentimenti, ma anche del proprio posto in un mondo in cui non pare esserci spazio per la felicità, laddove nessuno è ciò che sembra ed anche il più virtuoso dei personaggi nasconde un lato oscuro pronto a travolgere ogni cosa.

Ricco di trovate visivamente intriganti, ma anche di figure azzeccate ed affascinanti, plasmate attorno al folklore tipico di questa regione degli Stati Uniti, il racconto di South of Midnight ci accompagnerà per circa 7-8 ore, mantenendo sempre salda l’attenzione del giocatore grazie alla manciata di intrecci che contribuiscono a dare vita a questo variopinto e musicale affresco. Al centro di tutto troveremo il setting, così peculiare e ricco di fascino, da solo in grado di reggere a dovere il peso delle vicende, ma che può contare come detto su di un cast ben tratteggiato e sicuramente accattivante.

Tra salti e pugni

Ad accompagnare la struttura narrativa del lavoro firmato Compulsion Games, troveremo un gameplay di natura platform/action funzionale ed efficace che, pur non stupendo per chissà quali trovate ludiche, si è rivelato molto a fuoco e discretamente confezionato. Una volta entrata in contatto con l’eredità spirituale della sua famiglia, Hazel si troverà poco alla volta ad abbracciare un set di poteri speciali in grado di movimentare non poco la situazione. La giovane, appassionata di atletica, potrà saltare e correre liberamente, ma simili caratteristiche non saranno certo sufficienti a venire a capo dei pericoli che si frapporranno tra lei e la salvezza di Lacey.

Il suo essere una Tessitrice, ovvero una figura in grado di manipolare il tessuto stesso della realtà, le permetterà di utilizzare un filo magico per poter sia interagire con ricordi nascosti nel mondo di gioco, sia per dare vita ad un combat system asciutto e funzionale. Gli scontri con le creature che infestano questo scorcio incantato di Lousiana, difatti, potranno essere superati potendo contare su di un esile sistema di combo corpo a corpo, a cui si affiancherà la possibilità di immobilizzare temporaneamente i nemici, attirarli a noi, respingerli oppure ammaliarli per un breve periodo di tempo. Tutte skill che si sbloccheranno gradualmente, e che potranno essere potenziate tramite un basilare skill tree, ma che non potranno essere spammate ad oltranza, dato che saranno soggette ognuna ad un fisiologico cooldown.

 

Percorso di crescita

Gli scontri sono risultati essere molto essenziali, con qualche piccolo problema relativo alla reattività della camera, soprattutto in fase di lock sui nemici, e tutto sommato molto semplici nella loro costruzione. Sicuramente più riuscite le boss battle, caratterizzate ciascuna da meccaniche differenti, costruite attorno alla natura dell’avversario di turno. A voler essere pignoli, a tal proposito, si potrebbe avere qualcosa da ridire sulla battaglia finale, davvero blanda e poco ispirata. Un difetto che abbraccia anche la struttura generale dell’esperienza, che scorre via senza particolari guizzi creativi, a causa anche di un level design alquanto lineare e schematico, che riduce il tutto a semplici corridoi. Le uniche, esilissime divagazioni, saranno utili a recuperare alcuni documenti collezionabili e elementi utili al potenziamento delle abilità di Hazel.

A rimanere costante sarà la struttura dei livelli, che alternerà aree esplorabili, a base di semplicissimi enigmi ambientali e sequenze platform che strizzano l’occhio ad Uncharted, a piccole arene in cui affronteremo le varie minacce. Ciascuna sezione, una volta sbloccati tutti i ricordi del personaggio legato allo stage in questione, chiuderà il tutto con una corsa contro il tempo, in cui sfrutteremo le doti motorie (naturali e non) di Hazel. A spezzare un pizzico il ritmo ci penserà il delizioso pupazzo Crouton, che potremo sfruttare per accedere agli spazi più angusti, e con cui saremo in grado di attivare meccanismi irraggiungibili o recuperare bonus sparsi per la mappa. Anche in questo caso, però, tutto si muove tra le anguste pareti del compitino e, data la simpaticissima caratterizzazione del companion, avrei desiderato qualche guizzo creativo in più.

Al di là dell’azzeccatissima direzione artistica, capace davvero di bucare lo schermo in quanto ad inventiva, i limiti ludici di South of Midnight sono da ritrovare nel suo essere tutto sommato molto canonico e prevedibile, per quanto ben costruito nel suo essere videogiocoso. L’ambientazione ed il cast, difatti, avrebbero beneficiato di un boost ludico più importante per essere davvero memorabile. Per quanto divertente da affrontare, difatti, l’avventura di Hazel scorre via senza particolari sussulti, rimanendo nel confortante recinto del bene ma non benissimo.

Musica per le mie orecchie

I passi avanti compiuti da Compulsion Games rispetto al suo passato, comunque, sono davvero palpabili ed avvertibili, come dimostra anche la realizzazione tecnica di South of Midnight. Evitando di ripetermi in fatto di design visivo generale, che ho trovato davvero ottimo sia per lore che per pura messa in scena, a colpire nel segno è anche il comparto tecnico generale. Ovviamente sempre tendo a mente che non parliamo di una produzione tripla A in grado di beneficiare di un budget illimitato. In tal senso, pur non raggiungendo le vette generazionali in fatto di grafica, l’estetica del titolo è risultata essere assai convincente, con una realizzazione degli ambienti e dei personaggi ben riuscita. Un plauso va anche tributato alle particolari animazioni realizzate in stop motion, che conferiscono al tutto un look assai particolare. Certo, non mancano alcuni elementi più bruttini da vedere, ma nell’economia complessiva il quadro restituito è assolutamente piacevole alla vista. Qualche incertezza, invece, riguardo al frame rate, generalmente sempre molto fluido ma che mette in mostra qualche rallentamento (mai comunque debilitante) quando la situazione si fa tecnicamente più complessa.

Il vero fiore all’occhiello di South of Midnight, comunque, è rappresentato dalla strepitosa colonna sonora che accompagna le avventure di Hazel, che può contare sull’eccellente estro creativo dell’inossidabile Olivier Derivière. Il compositore francese si è dimostrato ancora una volta un assoluto fuoriclasse, riuscendo ad impreziosire il tutto con una serie di brani in grado di assecondare in maniera impeccabile le varie situazioni. In bilico tra jazz, blues e country, la soundtrack ricorda a più riprese il mood delle incursioni musical del citato Tim Burton, ma anche il ritmo frizzante di produzioni puramente disneyane come La Principessa e il Ranocchio, non a caso ambientata anche essa nel bayou e con al centro il folklore cajun. Convince anche il voice over in inglese (sottotitolati in italiano), sempre molto espressivo e ben recitato.

No, South of Midnight non è la definitiva consacrazione di Compulsion Games, ma sicuramente ne rappresenta il lavoro più riuscito e solido. Ci troviamo, difatti, al cospetto di un’avventura in bilico tra platform ed action indubbiamente ben costruita e con alla base delle solide meccaniche ludiche. I limiti del tiolo, però, sono da ritrovare nel suo essere tutto sommato alquanto schematico nella progressione, oltre che assai canonico nella sua costruzione, oltre che fortemente derivativo in quanto a meccaniche. Il gioco, comunque, funziona e diverte in ognuna delle sue componenti, manca però quel guizzo in grado di renderlo un’esperienza indimenticabile a tutto tondo. Al netto di questi limiti, attraversare il bayou in compagnia di Hazel saprà riservare qualche piacevolissima sorpresa, soprattutto dal punto di vista puramente visivo, dimostrando come la strada intrapresa da Compulsion Games sia comunque quella giusta.