Recensioni

Recensione Rumbral

di: Simone Cantini

In principio fu Limbo. Ok, forse non il titolo Playdead non ha avuto un impatto così biblico sul settore videoludico, ma è innegabile come l’arrivo di quel ragazzino monocromatico abbia influenzato a dovere un bel po’ di produzioni. Un concept molto semplice, accompagnato da una narrazione ambientale sussurrata e sibillina, che è stato al centro di numerose reinterpretazioni, più o meno riuscite ed originali. Sicuramente a questa ultimissima accezione appartiene Rumbral che, pur non negando di ispirarsi al suo illustre progenitore, ha cercato di mettere sul piatto anche una spiccata dose di personalità. Un compito sicuramente non semplice e che non è stato esente da qualche inciampo di percorso, ma che si presenta comunque come stuzzicante biglietto da visita per il debutto di OSEA, lo studio responsabile del titolo.

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Profondo rosso

Nemmeno a dirlo, tutto prende il via da una sinistra foresta, come già abbiamo avuto modo di sperimentare in mille altre occasioni. Già questo potrebbe portarci a pensare di essere al cospetto del più becero dei cloni, ma bastano davvero pochi istanti per far sì che Rumbral metta in mostra la sua volontà di andare un pizzico oltre. Non lo fa certo sul piano narrativo, dato che non ci saranno dialoghi o inutili spiegoni a raccontarci la brevissima avventura (basta 1 ora per raggiungere i titoli di coda) del nostro mascherato protagonista. Starà a noi, grazie anche ad una manciata di collezionabili testuali, cercare di comprendere la natura di questo cupo mondo, che ricorda un poco la decadenza anni ’80 degli scenari sovietici: parchi gioco abbandonati, scheletri di palazzi e le immancabili strutture industriali, sono più che sufficienti a costruire un quadretto non certo originalissimo, ma comunque intrigante.

E su tutto svetta il rosso di una misteriosa sostanza che, simile ad una malattia, pare infettare progressivamente parte dell’ambiente, distorcendone natura e percezione. Macchie di colore che sono anche al centro di parte del gameplay di Rumbral, in maniera davvero interessante, ma che a dispetto della sua felice applicazione non riesce a mitigare il disappunto legato all’esigua durata dell’avventura. L’esordio del team iberico, difatti, scorre via troppo in fretta per lasciare soddisfatti a 360°, rappresentando più una sorta di prologo ad una avventura più massiccia, piuttosto che un titolo fatto e finito. E data la sua brevità, che non è affiancata da una rigiocabilità parimenti marcata (al massimo rigiocheremo per sbloccare obiettivi e recuperare un paio di collezionabili più nascosti) viene difficile giustificare con leggerezza i 14,99 Euro del prezzo di vendita.

A spasso nel tempo

Come già ampiamente detto, Rumbral ricalca fedelmente lo schema ludico resto celebre da Limbo, pertanto aspettatevi un’avventura a scorrimento orizzontale a base di elementi platform ed enigmi. Questi ultimi si baseranno sull’attivazione di leve e lo spostamento di casse, presentando una struttura concettuale tutto sommato molto semplice ed intuiva. A sparigliare le carte, pertanto, ci penserà la sostanza rossastra citata poco sopra, che ci consentirà di viaggiare tra passato e presente entrando in determinate pozze colorate. In maniera analoga, per quanto più in piccolo, visto in Soul Reaver, attraversare questi portali andrà a modificare la conformazione dei livelli, aprendo nuovi percorsi o magari rendendo accessibili porzioni inizialmente irraggiungibili.

Buona parte del processo risolutivo, pertanto, ci richiederà di spostarci tra le due linee temporali, conferendo così una benvenuta spruzzata di novità ad un concept altrimenti assai prevedibile. E pad alla mano l’idea funziona e diverte a dovere, anche se non manca qualche piccola stortura, figlia dell’inesperienza del team di sviluppo. Si può sorvolare su alcune interazioni che non si attivavano correttamente (leggi casse che si incastravano magicamente nello scenario) o della scomparsa a video del protagonista, ma in entrambi i casi è stato sufficiente riavviare il checkpoint. Stona un po’ di più un particolare momento sulle battute finali, in cui il tempismo richiesto al giocatore è davvero punitivo, al punto che una taratura dei tempi di reazione richiesti sarebbe stata indubbiamente apprezzata. Si tratta comunque davvero di una piccolezza, visto che per il resto Rumbral si comporta sempre in maniera impeccabile.

E per quanto molto derivativo, gran parte del fascino della produzione ci viene trasmesso dall’azzeccato world design, che pur non lesinando palesi richiami al titolo Playdead, lascia intravedere anche elementi che non possono che richiamare alla mente il mondo di Little Nightmares. A spezzare il loop dei rimandi stilistici, però, ci pensa la trovata del colore rosso, capace di conferire al tutto un appeal sicuramente più personale. Nulla da dire anche per quanto riguarda il versante sonoro, che non presenta momenti debordanti e basa la maggior parte dell’atmosfera su di un set di riusciti rumori ambientali. E vista la natura della produzione, si può chiudere un occhio sull’assenza di una localizzazione testuale in italiano, visto lo sparuto numero di documenti presenti.

Tutto qui? Ecco cosa mi sono chiesto una volta giunto sin troppo rapidamente al termine di Rumbral. Un disappunto che non nasce dalla inadeguatezza della proposta ludica targata OSEA Innovation, bensì dalla sua marcata brevità. Confesso che, data la natura dell’avventura, avrei voluto giocare un po’ di più, così da approfondire la conoscenza di questo cupo mondo chiazzato di rosso. Quello che resta, giunti al sibillino epilogo, è di essersi gustati un semplice ma gustoso antipasto, buono unicamente a stimolare il nostro appetito ludico, piuttosto che a placarlo. Le idee messe sul piatto, difatti, per quanto non certo originalissime hanno messo in mostra una buona dose di personalità, così da costruire un titolo indubbiamente molto circoscritto, ma anche piacevolissimo da giocare. Peccato, allora, per un prezzo di vendita un filo sproporzionato (il mercato indie è sempre più agguerrito sotto questo punto di vista) e per qualche piccolo inciampo nel codice, dato che la sostanza c’è. Speriamo solo che il viaggio prosegua quanto prima.