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Recensione Resident Evil Requiem

di: Simone Cantini

Divorato. Così posso definire sinteticamente il mio rapporto con Resident Evil Requiem, che mi si è insinuato addosso come se fosse il famigerato T-Virus. Un rapporto morboso, a tratti simbiotico quello che si è instaurato dopo aver ricevuto il codice review nella mattinata di venerdì scorso: pochi attimi sono stati sufficienti a lasciarmi catturare dall’ultima fatica di casa Capcom, da cui è stato difficile staccarsi anche solo per le più basilari esigenze umane. La voglia di andare avanti, di scavare nell’orrore che da oramai 3 decadi ci attanaglia ad ogni uscita era troppo forte per anche solo pensare di mangiare, o semplicemente respirare. E dire che il fugace incontro avuto in occasione del TGS 2025 mi aveva lasciato tiepidino, quasi dubbioso, complice una demo non certo felicissima, resa ancora più enigmatica dall’atmosfera caciarona della fiera, non proprio compatibile con la tensione che si respira in questo nono capitolo ufficiale del franchise. Tali premesse, però, si sono rivelate quanto mai (fortunatamente) sbagliate, visto come sono state ribaltate nelle 10 ore necessarie a giungere ai titoli di coda: preparatevi per un viaggio capace di rinvigorire l’amore che da tempo nutriamo per le aberrazioni made in Umbrella!

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Orrori dal passato

Dopo il settimo e l’ottavo capitolo, che ci avevano regalato un nuovo e discusso protagonista, anche Resident Evil Requiem decide di sparigliare le carte, presentandoci un’eroina inedita da controllare. Come visto nel trailer di annuncio ufficiale, a tirare inizialmente le fila del racconto sarà Grace Ashcroft, giovane analista in forza all’FBI con alle spalle un trauma da non sottovalutare, come la morte della madre, brutalmente assassinata presso l’hotel Wrenwood. Destino vuole che, a 8 anni di distanza, la giovane venga incaricata per indagare su di una misteriosa morte avvenuta proprio sul luogo del precedente misfatto. Inutile dire come quello che sembra un caso di ordinaria amministrazione, finirà per assumere contorni ben più oscuri e letali, con l’entrata in scena dei classici infetti di casa Capcom, resi tali da un misterioso individuo incappucciato.

Prende così il via un duplice racconto in cui l’odissea di Grace si intreccerà con le azioni del vecchio Leon S. Kennedy, anche lui invischiato nella ricerca della verità che si cela dietro la serie di uccisioni su cui Grace stava indagando, che vedevano coinvolti tutte persone scampate all’incidente di Raccoon City. Tra segreti passati, complotti e verità che credevamo assodate che finiranno per essere ribaltate, la sceneggiatura di Resident Evil Requiem ci accompagnerà lungo un duplice viaggio, in cui le aberrazioni create dai discepoli di lord Spencer saranno pronte a scatenare tutta la loro brutale furai omicida. E una volta finito? Beh, sotto con le sfide, le armi accessorie, il livello di difficoltà più altro che si sbloccherà e tutti i bonus ottenibili con i punti guadagnati in-game.

Questione di punti di vista

Un racconto che si sviluppa lungo due percorsi ben distinti in maniera sapientemente orchestrata, soprattutto nella prima e sorprendente metà dell’avventura, in cui assumeremo alternativamente il controllo dei due eroi principali. Ognuno ovviamente caratterizzato dal suo peculiare stile ludico. Nei panni di Grace l’incedere si farà dannatamente ansiogeno e opprimente, avvolti come saremo da un perenne alone di vulnerabilità, nonostante la giovane sia tutt’altro che restia a soccombere agli orrori che la braccheranno costantemente. Si tratta di porzioni che, pur strizzando l’occhio al filone horror reso celebre da Outlast, non si risparmieranno anche una buona dose di azione, grazie anche alle possibilità di offesa che il team ha reso disponibili per la giovane. A dispetto di tutto quanto, però, saremo spinti a muoverci sempre con cautela, centellinando passi e spavalderia, costretti a stare sempre sul chi va là, in un letale nascondino che ci spingerà allo scontro solo quando saremo letteralmente con le spalle al muro.

Più classico e sfacciato, invece, sarà l’apporto ludico offerto da Leon, che a dispetto di un risvolto di trama che preferisco non spoilerare, incarnerà ancora una volta la perfetta macchina falcia infetti. I momenti in cui prenderemo il controllo dell’ex poliziotto di Raccoon City, difatti, saranno delle vere e proprie odi all’azione più sfrenata, complice un arsenale di tutto rispetto che si andrà ad ampliare e potenziare con il proseguo delle vicende. Sicuramente più prevedibili e canoniche rispetto alle sezioni in compagnia di Grace, sapranno comunque regalare momenti indimenticabili, complici anche trovate azzeccatissime (ah quella corsa in moto!) ed una spruzzata di piacevole fan service che, lontano dall’essere un mero espediente buono a titillare i ricordi dei fan, ci offrirà un sentito ed efficace sguardo a location impresse nella nostra memoria (e oltre non dico).

Di sicuro non è la prima volta che un horror, per di più un episodio del brand Capcom, ci permette di vivere la paura secondo due punti di vista differenti, ma il modo in cui Resident Evil Requiem imposta ludicamente il tutto è senza dubbio vincente ed originale. Il mio consiglio è quello di non toccare in alcun modo i settaggi standard proposti dal titolo, così da vivere la migliore ed immersiva esperienza possibile. Così facendo, il gameplay di Grace sarà vissuto attraverso una azzeccatissima visuale in prima persona, che ben si sposa con il suo peculiare modo di agire: vedere le aberrazioni da questo punto di vista non può che acuire il senso di smarrimento e impotenza, oltre a sottolineare in maniera efficace la sua vulnerabilità, sia fisica che emotiva.

Con Leon, invece, la prospettiva torna ad essere quella sdoganata ai tempi della sua sortita spagnola, con telecamera alle spalle che fa tanto third person shooter. E che ben si sposa con la sua spiccata capacità di trucidare senza pietà ogni infetto che osi intralciare il suo cammino. Ovviamente sarà possibile intervenire in ogni momento su simili impostazioni, ma per come è strutturato il tutto non posso che ribadire la bontà della scelta originale fatta da Capcom: cambiate il tutto a vostro rischio e pericolo.

Sottile equilibrio

L’altra scelta vincente operata dal team della casa di Osaka è relativa al ritmo della produzione, che soprattutto nella prima metà dell’avventura si attesta su livelli altissimi, grazie ad un sapiente dosaggio dei ribaltamenti di prospettiva. La situazione cambia drasticamente nella seconda porzione, in cui l’equilibrio tende a sbilanciarsi in maniera sin troppo sfacciata, lasciando però il campo a trovate ludiche di assoluto spessore. Complice le location che ci troveremo a visitare, tra sezioni simil open map e tuffi al cuore assicurati, la metà conclusiva di Resident Evil Requiem preme forte sul pedale dell’acceleratore, mettendo in scena momenti emozionanti ed indimenticabili. Quello che resta, giunti alla fine, è l’evoluzione diretta delle due rivoluzioni apportate dal quarto e dal settimo capitolo ufficiale della serie, che in questo episodio sembrano quasi aver dato vita alla loro più felice e riuscita delle evoluzioni: una fusione di stili degna di una mutazione creata nei laboratori Umbrella.

A corroborare l’effetto wow suscitato dall’impostazione ludica della produzione, ci pensano tanti piccoli accorgimenti, capaci di limare e rifinire un gameplay già di suo ottimo, che non mancherà anche di proporre elementi cari ai fan (bauli, inventario limitato e possibilità di attivare i vecchi save basati sui nastri delle macchine da scrivere). Si parte dalla possibilità di esaminare peculiari campioni di sangue in forza a Grace, che permetterà di accedere ad un sistema di crafting in tempo reale, oppure dal sistema di potenziamento dell’arsenale a cui avrà accesso Leon. Il nucleo centrale dell’esperienza, però, sarà offerto dal level design generale, che tra omaggi palesi alle origini della serie (lo spettro di Villa Spencer è una piacevole costante) e location inedite, riesce sempre a proporre delle mappe godibilissime e ottimamente costruite. L’equilibrio tra circospezione e desiderio di scoperta ci accompagnerà sino alle battute finali, lasciandoci sempre addosso uno stridente senso di meraviglia. Non mancheranno, come prevedibile, anche nuove aberrazioni, caratterizzate in maniera eccezionale e capaci di suscitare un sano senso di orrore ad ogni loro comparsa sulla scena. Non da meno saranno i vari boss, invero presenti in numero non proprio elevatissimo, ma che tra nuove e vecchie conoscenze non potranno che appagare la nostra voglia di spazzarle via dalla faccia della Terra.

Splendida paura

Buona parte delle belle parole spese sino ad ora per Resident Evil Requiem derivano anche dall’ottimo comparto tecnico che anima il tutto. Oramai è inutile spendere parole in merito alla bontà del RE Engine, che ancora una volta si è dimostrato un motore ottimamente concepito, oltre che dotato di ottime potenzialità. Già su PS5 liscia, dove ho effettuato la prova, il colpo d’occhio si attesta su livelli altissimi, forte di una pulizia generale eccellente e di una ottima resa ambientale. Dalle texture ai modelli dei personaggi (impressionanti per cura quelli dei vari protagonisti), ogni elemento che compare sulla scena è una vera gioia per gli occhi. Non sono da meno i vari livelli, ricchi di dettagli e impreziosisti da una direzione artistica capace di tirare fuori il meglio delle atmosfere storiche della saga. Già solo la parte iniziale che conduce all’hotel Wrenwood, per quanto scriptatissima e blindata, vale il prezzo del biglietto in quanto a pura bellezza visiva.

Non da meno, però, è l’effettistica generale, che ha nella gestione delle fonti di luce uno degli elementi maggiormente riusciti del lotto: aggirarsi nella penombra, rischiarati dalla fiamma di un accendino o dal flebile fascio di una torcia non ha davvero prezzo. Granitico anche il frame rate, capace di non mostrare il fianco al benchè minimo tentennamento, anche quando la situazione si surriscalda in modo sfacciato. E poi c’è l’aspetto sonoro, che in produzioni del genere non può che rappresentare un vero e proprio valore aggiunto. Anche in questo caso il lavoro svolto dal team Capcom non delude assolutamente, grazie ad una cura realizzativa di rara efficacia, capace di dare ovviamente il meglio se giocheremo in cuffia. Impeccabile anche il doppiaggio in lingua italiana, sempre a fuoco e recitato in modo assolutamente calzante e convincente.

Che altro dire in merito a Resident Evil Requiem? A mio modo di vedere siamo al cospetto di uno degli episodi più riusciti e azzeccati della serie, forse il migliore in assoluto da tempi della rivoluzione partita con il quarto capitolo. L’avventura di Grace e Leon, difatti, riesce a fondere ottimamente assieme gli elementi più azzeccati delle recenti rivoluzioni del brand, dando vita ad un’avventura indimenticabile, sorretta da un ritmo che rasenta la perfezione. Sorprendente per coesione nella prima metà, il titolo Capcom diventa più prevedibile nel secondo troncone, mantenendo però sempre altissima la bontà delle trovate ludiche. Tra novità e fan service, il nuovo lavoro della casa di Osaka si inserisce di prepotenza all’interno della cronologia ufficiale del franchise, regalandoci un horror moderno e sfacciato, capace di barcamenarsi con sapienza tra tensione e azione in modo impeccabile. È vero che siamo solo all’inizio di marzo, ma Resident Evil Requiem si candida prepotentemente come aspirante a gioco dell’anno. E dopo 30 anni dal primo infetto, non era certo una cosa scontata…