Recensione di Uncharted 3: L’Inganno di Drake - Recensione

Recensione di Uncharted 3: L'Inganno di Drake di Console Tribe

Immaginifica, potente ed assolutamente coinvolgente, la serie di Uncharted sviluppata da Naughty Dog si è rapidamente conquistata un posto di rilievo nei cuori e nelle menti degli utenti di casa Sony. La ricetta alla base di un successo tanto grande quanto inatteso è stata semplice: una narrativa incalzante, personaggi ricchi di carattere, una componente action di prim’ordine ed una veste grafica di altissima qualità, cesellata da una regia ed una direzione artistica capaci di spingere l’acceleratore dell’hardware PS3 quel tanto che basta da lasciare il giocatore ammaliato. Uncharted è insomma figlio degli anni che corrono, delle regie hollywoodiane, dei blockbuster ad altissimo budget e del TPS dinamico, genere sdoganato a tutti gli effetti a suon di motoseghe dalla distinta concorrenza di Microsoft. Sarà forse questo il succo del successo di Nathan Drake e compagni, o piuttosto la capacità che ha il brand di migliorarsi sempre, portando nei salotti di tutto il mondo quella che forse è la miglior commistione di videogame e cinema. Nella somma delle sue parti, Uncharted ha infatti avuto il merito di portare non un prodotto nuovo o innovativo, ma un nuovo concetto di action game, vicinissimo all’impronta cinematografica di Hollywood e forse, proprio per questo, coinvolgente come pochi.
Arrivati al terzo giro di boa, Naughty Dog è pronta a far parlare di nuovo di sé lanciando sul mercato Uncharted 3: L’Inganno di Drake (da ora semplicemente U3). Altro giro, altra corsa, e stavolta sarà una corsa a piedi, nel caldissimo deserto del Rub’al-Khali! Siamo tuttavia ancora incerti se sia meglio prendere in mano il pad per godersi un videogame, o accomodarsi per gustare un buon film. A voi la scelta.

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Iram dei Pilastri

“Tutti sognano ma non allo stesso modo. Coloro che di notte viaggiano nei polverosi recessi della loro mente, si svegliano scoprendo che i sogni sono illusione. Coloro che sognano di giorno, sono uomini pericolosi, perché possono vivere i loro sogni ad occhi aperti, e realizzarli. Io sono uno di questi.”

È con una citazione tratta da “I sette pilastri della saggezza” di Lawrence d’Arabia (al secolo T.E. Lawrence) che si apre questo Uncharted 3, e mai citazione fu più appropriata. Del resto chi è Nathan Drake se non un sognatore? Discendente (?) di Sir Francis Drake, corsaro, politico ma soprattutto esploratore della corona inglese nel 1500, Nathan si mette ancora una volta sulle tracce del suo avo scoprendo come questi fosse alla ricerca nientemeno che della mitica città di Ubar.
Nota anche come “Iram dei Pilastri”, Ubar è una chimera per gli archeologi di tutto il mondo, tanto da essersi guadagnata il titolo di “Atlantide del deserto”. Cresciuta nella prosperità e nella superbia dei suoi abitanti, la città fu distrutta, secondo il mito, dalla collera di Dio, restando sepolta nelle sabbie sino ai giorni nostri. Con le prospettive di una ricchezza sconfinata seppellita nel deserto, e la voglia di fare luce su alcuni misteri legati al passato del suo avo, Drake comincerà un’avventura rocambolesca, i cui risvolti sfoceranno nel complottismo di una associazione segreta vecchia di secoli! Ma chi era veramente Francis Drake? Cosa c’entra T.E. Lawrence e il deserto del Rub’ al-Khali e, soprattutto, perché Nathan sembra tanto bramoso di scoprire la verità? Questi sono solo alcuni dei presupposti della trama di U3 che, come sempre, prendendo spunto da personaggi e luoghi storicamente accreditati, si muove verso una realtà ai confini del fantastico ove gli echi del ben noto Tomb Rider – ma soprattutto di un certo “Dr. Jones” – sono tanto forti quanto apprezzabili. La trama di Uncharted, a ben vedere, deve tantissimo all’eredità lasciata dal personaggio di Spielberg, sia per ciò che concerne il carattere spaccone e scavezzacollo del suo protagonista, sia per quel che riguarda le situazioni da cardiopalma ed al limite del sovrannaturale. Se in passato questo dogma di matrice cinematografica era già una realtà all’interno del plot di Uncharted, con “L’Inganno di Drake” l’impronta filmica si fa più forte, non solo grazie ad un crescendo di situazioni che non avrà praticamente sosta, tra cliffhanger, colpi di scena, scazzottate, esplosioni e soprattutto un rinnovato spessore dei personaggi. Il cast, già di per sé ottimamente caratterizzato da anni di esperienza in motion capture, è oggi più che mai tridimensionale e si arricchisce non solo di nuovi comprimari, ma anche di un nuovo terribile nemico, impersonato dalla figura della cinica Katherine Marlowe. A differenza dei nemici dei precedenti capitoli, la Marlowe è manipolatrice, spietata, ma soprattutto lontanissima dai cliché di machismo da serie B presenti nei precedenti capitoli. Con Uncharted 3 tutti i personaggi acquistano profondità e spessore, grazie soprattutto alle splendide doti recitative dei protagonisti digitali che, tra cutscene, dialoghi e battute, riescono a coinvolgere il giocatore in un mondo definito ben oltre la media del videogame moderno. Padrona delle carte in tavola, Naughty Dog si diverte, oggi più che in passato, a giocare con i suoi personaggi, consapevole che il loro status quo è ormai una realtà nell’immaginario collettivo dell’utenza Playstation. Così, tra flashback e colpi di scena tanto inattesi quanto memorabili, il team di sviluppo scolpisce un tassello fondamentale nell’epoca videoludica moderna in cui Nathan Drake e compagni sono gli assoluti protagonisti. Non parliamo quindi tanto dell’azione, ma della reazione che il gioco scaturisce nel cuore di chi impugna il pad. La reazione stupita dell’approcciarsi ad un giovane e scanzonato Nathan Drake per le strade di Cartagena, la reazione nel vivere un’avventura sfaccettata e divertente. La reazione all’intrattenimento autentico che sin troppo spesso ci si dimentica in virtù di bossoli e pallottole. Uncharted 3 è proprio questo: azioni e reazioni di un plot finalmente maturo e sinceramente coinvolgente, capace di lasciarci talvolta tanto rapiti quanto genuinamente sorpresi.

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Gli ingranaggi della mente

Se, come abbiamo visto, il plot di U3 va evolvendosi verso una maturità registica e stilistica di spessore, il gameplay è invece rimasto sostanzialmente immutato portando, invero, solo alcune modifiche alla sua ben consolidata struttura fatta di pugni e pallottole. Ma non è questo il punto. Il più grande pregio della produzione Naughty Dog non è infatti quello di aver espanso le possibilità del suo gameplay, quanto piuttosto quelle di averle affinate al servizio della spettacolarità pretesa dalla produzione e, di conseguenza, dalla narrazione di stampo cinematografico. Uncharted 3 è in tal senso alle soglie della perfezione, poiché sa mescere in maniera esemplare sezioni esplorative, arrampicate al cardiopalma, cazzotti e sparatorie in una sequenza fatta di ritmi armonici, tanto buoni per godersi la trama quanto perfetti per la componente prettamente ludica dell’avventura di Drake e soci.
Seppur di nuovo ancorato ad una certa linearità, U3 non sembra conoscere il termine “monotonia”, cosicché il giocatore è continuamente tempestato da diverse alternanze di gameplay. In questo crescendo di situazioni si è letteralmente trascinati dagli eventi e si è vittima di una formula tanto collaudata quanto vincente, composta sostanzialmente di due elementi: quella esplorativa e quella action. La fase esplorativa è stata riveduta e corretta ma non snaturata. Drake è un esploratore ed un arrampicatore eccellente, tuttavia alla sostanziale “passività” delle scalate proposte nei capitoli precedenti, Naughty Dog ha contrapposto eventi “scriptati”, sparatorie, cambi di prospettiva e quant’altro potesse servire per rendere tali sezioni massimamente coinvolgenti, e questo nonostante la loro sottesa linearità. Largo allora a mattoni cedevoli, tubi malmessi, pavimenti franosi e quant’altro sia venuto in mente al team di sviluppo per rendere anche la scalata più semplice un piccolo ed inatteso colpo di scena. Certo è che con questa terza incarnazione il peso degli anni comincia a farsi sentire e forse distaccarsi da questa linearità esplorativa sarebbe il “tassello mancante” di quello che potrebbe essere un puzzle perfetto; tuttavia le trovate di questo terzo capitolo sono gradevoli, ben studiate e soprattutto favorite da giochi di camera che, ancora una volta al servizio della spettacolarizzazione degli eventi, lasciano ad ogni pensiero il tempo che trova. Migliorato, e non di poco, è l’ambito dei rompicapo ambientali. Sebbene nei capitoli precedenti i puzzle fossero appena una manciata, in U3 la componente enigmistica risulta più accentuata e soprattutto meglio diluita all’interno dei 22 capitoli che compongono l’opera. Le sciarade ambientali sono ora più frequenti e si dividono piuttosto equamente tra soluzioni semplici ed altre decisamente più complesse, alcune poi veramente notevoli anche sotto il profilo artistico, tanto da risultare complessivamente uno svago gradevolissimo e piacevole all’interno delle circa 8 ore necessarie a completare il gioco. A ciò si aggiunge l’utilizzo del taccuino di Drake non solo valorizzato dalla narrazione, ma anche nel gameplay. In esso Nathan appunterà come sempre disegni, schizzi e quanto di buono raccatterà nel corso della trama per risolvere gli enigmi che si porranno davanti. Il gioco incoraggia ad utilizzare il prezioso libricino, proponendo non solo un metodo intelligente per risolvere certi indovinelli, ma anche un aiuto per quei giocatori meno capaci e più propensi ad avere qualche consiglio in più per la risoluzione dei vari rompicapi.

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Gli ingranaggi della guerra

Come dicevamo, sono due le anime del titolo. A pensarci bene cosa sarebbe Uncharted senza le sue intense sparatorie condite da una mezza infinità di battute al vetriolo? L’anima da Third Person Shooter è ancora fortissima nell’opera Naughty Dog, tanto da essere, a conti fatti, la parte predominante dell’esperienza di gioco. U3 è ancora un gioco in cui premere il grilletto è tanto facile quanto frequente. Da questo punto di vista non si registrano miglioramenti di fondo ad un sistema che, nonostante le pecche e le ovvie differenze con altri esponenti del settore, resta comunque appagante e divertente, seppur non propriamente un punto di riferimento (soprattutto per ciò che concerne il sistema di puntamento). Tornano quindi in pompa magna fasi ricche di piombo, coperture dinamiche, armi di ogni tipo e tanti, tantissimi proiettili, il tutto coeso da un ritmo sostenuto ed invidiabile, anche se paragonato alla concorrenza del settore. Uncharted 3 prende quanto di buono si è già visto e non fa assolutamente nulla per migliorare o innovare, cerca piuttosto di snaturare il tipico sistema da TPS aggiungendo qualche artifizio dove serve per stemperarne la monotonia. In tal senso, quanto detto per la controparte esplorativa è vero anche sul piano delle sparatorie. Il gioco non si accontenta di calare i personaggi in ambienti in cui sparare al nemico, ma arricchisce il tutto talvolta con repentini cambi di inquadratura, altre volte con un inseguimento, spesso con bruschi cambi di prospettiva dati dalla verticalizzazione (avete presente l’uomo ragno?!) dell’azione. Uncharted non si propone quindi di essere il “Gears of War per PS3”, a ben vedere non ne ha bisogno. U3 è semplicemente un volto differente del mercato dei TPS, e non tanto per la sua natura squisitamente esplorativa (o platform che dir si voglia), quanto piuttosto per le sue scelte registiche, per il suo ritmo serrato, per la sua scoppiettante storyline, capace di alternare ora una scazzottata, ora una fase stealth, ora una sparatoria, infarcendo il tutto di situazioni al limite del cinematografo. Ad arricchire l’esperienza ci sono poi tante piccole variazioni a quanto Naughty Dog ci aveva sino ad ora proposto che rendono l’esperienza ancora più contestualizzata ed immersiva. Ciò si riscontra soprattutto nelle modifiche delle dinamiche dei combattimenti corpo a corpo, oggi arricchite di schivate, tasti da premere forsennatamente e combo ancora più lunghe, in virtù soprattutto della coriacea presenza di certe nuove tipologie di nemici, come i cosiddetti “colossi”. Sono state poi inserite alcune azioni contestuali, come il colpire il nemico con un oggetto di fortuna, nonché prese, spintoni, e disarmamenti in diretta a suon di calci e sberle. Non mancano poi inseguimenti, fasi in cui agire nell’ombra e uccisioni silenziose, tanto che non abbiamo paura di dichiarare che difficilmente all’interno del gioco troverete, di fila, due sezioni ludiche uguali! Varietà è la parola d’ordine di questo calderone poligonale. Calderone la cui fusione degli ingredienti non solo è riuscita, ma funziona anche decisamente bene e rende l’incedere dell’esperienza di gioco non solo estremamente varia, ma soprattutto dinamica. Unico appunto negativo per un sistema di collisioni non propriamente perfetto ma su cui, in virtù di un lavoro di animazioni certosino, si può chiudere tranquillamente un occhio.

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Giochi di squadra

Come per il suo predecessore, anche Uncharted 3 propone un ricco comparto multiplayer, la cui novità più grande è certamente l’affinamento del sistema di gioco, con l’introduzione di diversi set di abilità (i famosi “perks”), e delle “riscosse”, ossia dei bonus attivabili al riscattare di un certo numero di medaglie. Se le coop restano, dunque, sostanzialmente invariate, l’introduzione di abilità e premi riscattabili rende le sessioni competitive online decisamente più profonde rispetto all’esperienza maggiormente user friendly proposta ne “Il Covo dei Ladri”. La struttura impostata da Naughty Dog (del tutto simile a quella di celebri FPS) rende le sessioni di gioco più impegnative ed avvincenti, complice un sistema di avanzamento di livello che forse non piacerà a tutti, ma che vale la pena sperimentare. L’introduzione, poi, di tutta una serie di nuove modalità, rende l’esperienza di gioco ancora più duratura e coinvolgente, nonché più funzionale che in passato. In testa troviamo come sempre il tipico Deathmatch, realizzabile tanto in solitaria quanto in squadra, nonché la modalità ad obiettivi, in cui, di volta in volta, viene proposto al team di gioco un compito diverso (corsa all’oro, sotto assedio, ecc.).
Ad aggiungere pepe agli scontri a fuoco ci pensano poi alcuni eventi in cui il gioco offre diverse occasioni per sovvertire le sorti di una partita, proponendo ad esempio punteggi maggiorati per determinate uccisioni o la protezioni di taluni personaggi del team (opportunamente segnalati) in cambio di un cospicuo bonus pecuniario. In tal senso la gestione di abilità e riscosse, alcune delle quali addirittura acquistabili (dal livello 20 in poi) ad inizio partita per un bonus temporaneo, rende l’esperienza tanto varia quanto sinceramente competitiva, senza tuttavia dare l’impressione di un dislivello eccessivo. Certo è che se vi ostinerete a giocare contro giocatori il cui livello è significativamente più alto del vostro l’esperienza potrebbe risultare frustrante, tuttavia a parità di livello o con una certa differenza (diciamo di massimo una ventina di livelli) le partite sono sempre equilibrate e ben giocate. Se poi proprio non riuscite a digerire il nuovo sistema di gioco, Naughty Dog ha ben pensato di introdurre la cosiddetta modalità hardcore, in cui non è possibile utilizzare alcun tipo di power-up, semplificando consistentemente l’esperienza di gioco e riallineandola, in un certo senso, a quella saggiata in Uncharted 2.
Parimenti appagante, e sicuramente più fruibile, è il multiplayer cooperativo, qui presente per la prima volta nella serie anche in versione split screen per due giocatori. Su tutto è da segnalare che la progressione del personaggio è distaccata da quella del multiplayer canonico, cosicché i livelli, le abilità e quant’altro guadagnerete nella coop non saranno utilizzabili nelle competizioni online (e viceversa). Detto ciò, anche il versante cooperativo si dimostra molto duttile e ricco di modalità. Su tutte svetta l’Arena in cui il gioco ci sfiderà in dieci round, equamente divisi tra diversi obiettivi, in cui dovremo di volta in volta farci largo tra i nemici alla ricerca di un certo numero di idoli d’oro, o semplicemente mettere fine alle loro sofferenze, magari mentre questi ci assediano in determinate zone impostate dal gioco. Si aggiunge poi la modalità “Cacciatori” in cui i giocatori, divisi tra eroi e predoni, si sfideranno per la conquista di alcuni tesori.

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Chiude il cerchio l’avventura in cooperativa in cui attraverso cinque stage vivremo una sorta di “campagna alternativa”, ambientata in tutti e tre i capitoli della serie, e vestendo ora i panni di Drake, ora quelli di Sully o Elena. Si tratta forse dell’esperienza migliore offerta dal multiplayer, tanto per l’idea di proporre una cooperativa “narrata”, tanto per la bellezza dei livelli e delle sezioni paesaggistiche, alcune nostalgicamente prese dal passato della serie, tanto per il gusto di poter imbastire una partita veloce con un amico o un parente. Unica pecca di questa affascinante prospettiva cooperativa, è purtroppo ancora una volta la risicatissima longevità che, salvo l’impostazione della difficoltà sul livello “distruttivo”, vi impegnerà per poche, pochissime ore, seppur trascorse fianco a fianco con un amico o con un paio di compagni online. Il fiore all’occhiello della componente online restano comunque le splendide mappe imbastite da Naughty Dog, molto più ampie che in passato e caratterizzate da una eccellente varietà, spaziando da ambienti “verticali” ad altri più canonicamente “orizzontali”, senza dimenticare zone aperte e chiuse; le mappe di U3 sono una vera e propria goduria per gli occhi ed offrono soluzioni di gameplay spesso semplici, talvolta ardite, complessivamente divertentissime. La vera novità poi sono gli eventi scriptati che compaiono in alcune di esse, come una splendida (e problematica) tempesta di sabbia nella mappa desertica o le frequenti inondazioni della mappa dei Dry Docks. Dulcis in fundo, dopo anni di richieste, il netcode di Uncharted è finalmente stabile e degno di questo nome. Chi ha giocato ad Uncharted 2 approfonditamente, ricorderà come le sessioni di gioco fossero spesso minate dai problemi più disparati, tanto che spesso risultava difficile persino organizzare una partita privata. Ebbene tali problemi non esistono più, ed Uncharted 3 lascia al giocatore la libertà di giocare senza problemi quali freeze, lag, sessioni ballerine o quant’altro. Parliamo quindi di un multiplayer completo, ricco, appagante e soprattutto funzionale. Complemento perfetto di un’esperienza single player di altissimo livello, soprattutto in virtù di una longevità, lo ricordiamo, sin troppo al passo con i tempi. I più abili, infatti, termineranno la campagna in circa 8/10 ore, e questo nonostante i trofei e la tipica ricerca dei 101 tesori sparpagliati per i livelli. Il gioco gode comunque di un certo replay value, ma ci pare ovvio che se resterà a lungo nelle vostre console sarà per la vostra volontà di approfondire l’approccio alla componente multiplayer, mai così ricca e, proprio per questo, ancora oggetto di analisi. Le sfaccettature sono tante e potremmo parlarne ancora a lungo. Potremmo parlarvi della personalizzazione dei personaggi, del sistema “team buddy”, dei tesori per sbloccare set ed abilità segreti e di altro ancora, ma sinceramente ci riserviamo, per i più curiosi, di pubblicare prossimamente un accurato prospetto della componente multigiocatore, vista la quantità e la qualità di fondo.

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Colpo d’occhio

Tecnicamente parlando, Uncharted 3 sembra realmente spremere ogni goccia della potenza hardware dell’ormai vetusta Playstation 3, generando, grazie all’engine sviluppato da Naughty Dog, una qualità grafica davvero notevole e catalogabile senza alcuna remora tra i picchi di questa generazione. L’effetto non è lo stesso dei precedenti titoli, complice forse anche la fine del fattore sorpresa che si è avuto all’uscita del primo capitolo, eppure è evidente la cura maniacale che il team di sviluppo ha avuto nel confezionare la sua ultima fatica. Su tutto è stato di molto ridotto l’effetto aliasing, così che adesso le immagini sono ancora più definite e pulite. Il framerate, poi, fuga ogni possibilità di scatti o freeze. Il gioco scorre liscio e granitico anche in situazioni affollate o estremamente caotiche (e credeteci, ce ne sono a iosa!) senza mai venire meno, e proponendo all’utente un’esperienza che fila via come la sabbia del deserto. Anche il comparto texture, ad un confronto fatto con i precedenti titoli, risulta ridefinito ed affinato, proponendo una varietà di superfici da far invidia a gran parte dei più blasonati titoli tripla A. Se aggiungete al tutto una mole poligonale notevole ed una profondità di campo più che appagante, capirete come il colpo d’occhio che se ne ha sia di fattura più che pregevole, lasciando sovente il giocatore non imbambolato, ma comunque piacevolmente colpito. Ottima anche l’interattività ambientale che, tra eventi scriptati e non, propone spesso crolli di intere strutture, modificando talvolta anche l’esito degli scontri più disperati. Il vero primato comunque spetta, come sempre, alla straordinaria caratterizzazione elementale che Naughty Dog ostenta sin dal primissimo capitolo. Dopo essersi divertiti a giocare con l’acqua (Uncharted 1), la neve e la luce (Uncharted 2), oggi i “Cagnacci” di Jak e Daxter ci regalano una rappresentazione di fuoco e sabbia mai così precisa e spettacolare. Tempeste di sabbia, vestiti insabbiati, lingue di fuoco sulle pareti o, ancora, miraggi ed illuminazione dinamica, sono perle tecniche che non solo ostentano la bravura del team di sviluppo ma confermano la bontà e la versatilità di un motore di gioco da primato per il mercato console.

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Dulcis in fundo, ma non da considerare meno, la straordinaria direzione artistica di cui gode il titolo che, come sempre, riesce ad impreziosire anche l’angolo più vetusto del nostro schermo televisivo. Non solo i paesaggi aperti, ma anche saloni, caverne, finanche dettagli come ingranaggi, leve, statue e porte (e perché no, gli stessi enigmi ed i tesori collezionabili), trasudano una ricerca dello stile maniacale. La proposizione di culture moderne e antiche attraverso vestiti, strutture e paesaggi è forse uno dei più grandi meriti della produzione ed è impreziosito da alcune scelte di musica e regia semplicemente vincenti. Il dinamismo della telecamera, unito ad una colonna sonora – come sempre – splendidamente orchestrata, amplifica quell’idea mai troppo sopita che Uncharted sia un vero e proprio film interattivo, in cui il giocatore, di pari passo con Nathan, non è altri che un attore. Non bastasse questo a stamparci in testa quest’idea, ecco intervenire il mai troppo decantato lavoro di motion capture effettuato digitalizzando i movimenti di attori in carne ed ossa. La bontà del lavoro qui è semplicemente indiscutibile. Gli attori digitali sono naturali, espressivi e soprattutto “vivi”. Portate a spasso Nathan per un qualsiasi livello e ve ne accorgerete da soli. Il personaggio arranca, inciampa, si appoggia ai muri o gesticola, scaccia le mosche, si tocca il volto per la stanchezza. Le vette raggiunte in tal senso sono davvero notevoli, tali da poter essere accostate, senza paura di errore, ad un altro grande esponente della digitalizzazione espressiva, quell’Heavy Rain che colpì stampa e pubblico per la naturalezza con cui si comportavano i rispettivi attori poligonali.

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Appunti di viaggio

Uncharted 3: L’inganno di Drake è la degna conclusione di un brand che nel corso degli anni ha saputo attirare su di sé l’attenzione dell’utenza per giusti meriti. Parole come varietà, versatilità, bellezza e ingegno sono nitide all’interno del vocabolario del team dei Naughty Dog, e lo sviluppo di Uncharted 3 ne è la prova più lampante. Non parliamo di un gioco assolutamente perfetto, ma di un gioco che però alla perfezione aspira e fa di tutto, tanto nel single player quanto nel multiplayer, per tenere il giocatore incollato allo schermo con un divertimento completo ed appagante. I Naughty Dog, in tal senso, hanno sviluppato un titolo da ricordare, la cui qualità si nota su praticamente ogni piano della produzione.
Maturità nella progressione delle vicende, spettacolarità nella diramazione del plot ed un sotteso fascino per l’avventura, sono solo alcuni dei punti forti di quella che certamente è stata la più attesa esclusiva PS3 del 2011.
Un acquisto consigliato per tutti ed un obbligo assoluto per chi ha saggiato già la bontà di un brand che, seppur già alla sua terza consacrazione, sembra voler di volta in volta dire la sua in modo diverso. Prossimo appuntamento allora per l’attesissimo esordio portatile, quel Golden Abyss per Playstation Vita che dovrebbe riproporre, almeno nella teoria, la magnificenza di Nathan Drake in formato tascabile. E chissà che i Naughty Dog non ce la facciano di nuovo!