Recensione di Sengoku Basara: Samurai Heroes - Recensione

Recensione di Sengoku Basara: Samurai Heroes di Console Tribe

Se siete amanti di manga e anime conoscerete sicuramente l’epoca Sengoku, se non per studi e date, sicuramente per il suo abusatissimo utilizzo in tantissime serie. Per chi non conoscesse nulla di questo famoso periodo, basti sapere che si tratta di un lasso temporale che va dal 1478 al 1605, durante il quale il paese del Sol Levante era diviso in tantissimi feudi, in costante guerra tra loro con lo scopo ultimo di ambire alla carica di Shogun (e quindi amministrare l’intero Giappone). Va da sé che un periodo il cui nome sta proprio a significare periodo degli stati combattenti si sia prestato in modo molto facile alla creazione di innumerevoli videogiochi che facevano dei combattimenti il loro fulcro. KOEI è stata forse la prima software house ad approfittare di tanto ben di Dio narrativo e ha dedicato alla sanguinosa era una serie di spin-off relativi al suo famoso brand: Dynasty Warriors (che si basa sulla Cina dei tre regni).
La scelta di KOEI fu di semplice comprensione, in quanto il Giappone in generale nonché la sua storia, tra i videogiocatori catalizzavano sicuramente più interesse, potendo contare sull’amata e ammirata figura dei Samurai. Nonostante ciò, in quanto spin-off, i giochi nella nuova saga godevano spesso di una qualità realizzativa inferiore rispetto al brand principale, fatto che spesso ha frenato le vendite. Capcom, poco tempo dopo l’uscita del titolo KOEI decise a sua volta di imbarcarsi in un’avventura del tutto simile, ma nata fin da subito con l’intento di sfruttare l’ambientazione giapponese. Iniziò così a pubblicare la sua serie Sengoku Basara, conosciuta in occidente solamente per il primo capitolo (ribattezzato Devil Kings), fino ad oggi.
Nel 2010 la software house nipponica decide però di far oltrepassare nuovamente alla sua saga i confini nazionali, sfruttando Wii e PS3 e presentando a tutti il nuovo Sengoku Basara: Samurai Heroes (Sengoku Basara 3), seguito diretto del precedente capitolo.
Se la strategia di KOEI era però sempre stata quella di basare il gioco sulle solide fondamenta storiche giapponesi, Capcom di fatto evade un po’ dal concept “avversario”, proponendo sì un titolo il cui background ambientativo poggia su basi realistiche ma di fatto condendolo con scelte di stile atipiche e legate in larga parte alla cultura anime per quanto riguarda combattimenti, vestiario ed altri aspetti.

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16 condottieri, 250 feudi, un solo Shogun

Come abbiamo anticipato, la serie Capcom appartiene esattamente al medesimo genere di Dynasty Warriors e affini: un Hack and Slash “uno vs molti”, caratterizzato dalla superiorità indiscussa del nostro personaggio rispetto alle armate nemiche.
Appena iniziato il gioco saremo chiamati a selezionare uno fra i 6 personaggi disponibili immediatamente (su 16 totali), tutti ispirati a condottieri realmente esistiti e i cui rapporti, anche nella trama del gioco, si rifanno alla realtà (con le dovute rielaborazioni).
A seconda del generale scelto, la prima cosa a variare sarà il video introduttivo, al cui termine verremo trasportati in una schermata dove capeggerà una mappa che rappresenta il Giappone. Qui il gioco ci chiederà di fare le nostre prime scelte: potremo entrare subito in battaglia, assegnare nuove tecniche e supporti al nostro alter-ego virtuale e creare nuove armi e oggetti con i materiali raccolti. Inutile dire che all’inizio del gioco l’unica operazione sensata che potremo intraprendere sarà quella di combattere.
Nuovamente Sengoku Basara ci metterà davanti a svariate scelte: la campagna di ogni personaggio si dipana lungo 8 scontri, ognuno in un territorio feudale diverso, caratterizzato da diversi obbiettivi e ostacoli; ci capiterà infatti di trovare “missioni” in cui ci verrà richiesto di distruggere tutto e tutti senza alcuna preoccupazione, altre dove il tempo giocherà un ruolo fondamentale anche a costo di fuggire dagli avversari, e altre ancora che non potranno essere completate senza aver soddisfatto alcune condizioni particolari (illustrate mano a mano che procederemo). La scelta particolare degli sviluppatori è che, come abbiamo accennato, nonostante i personaggi giocabili siano 16 (ed in ogni campagna del nostro personaggio incontreremo come avversari i rimanenti 15), gli scontri a nostra disposizione sono la metà. Infatti per ogni battaglia avremo la possibilità di decidere un percorso da intraprendere sulla mappa precedentemente citata, e selezionando un avversario perderemo la possibilità di incontrare gli altri che erano presenti nel menù di scelta. Ad ogni modo le battaglie scartate potranno essere affrontate compiendo tragitti diversi in una successiva partita con lo stesso personaggio, sempre che si ambisca a concludere al 100% la campagna di ogni generale (e quindi il gioco). Saltando direttamente alla fase giocata vera e propria, all’inizio avremo a disposizione due attacchi: uno forte e uno debole (strano!), una parata/schivata, la possibilità di saltare e la modalità “Hero Time” che potremo attivare al completamento di una apposita barra, rallentando così il tempo e potenziando i nostri attacchi.

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Col procedere degli scontri, gli oggetti raccolti ci daranno la possibilità di potenziare le nostre armi e imparare nuovi attacchi da concatenare ai vecchi e non ultimo ottenere la possibilità di usare una mossa speciale, caratteristica differente per ogni personaggio.
Capcom pare aver fatto un buon lavoro proprio per quanto riguarda il fulcro del gioco: se infatti in Dynasty Warriors la differenza fra i vari combattenti era praticamente solo stilistica e visiva, in Sengoku Basara, a seconda del generale scelto, ci verrà chiesto di approcciare differentemente le battaglie, al fine di avere successo in modo più agevole, ad esempio radunando molti nemici intorno a noi per poi spazzarli via in un sol colpo o eliminandoli rapidamente a gruppi con il personaggio più rapido ma meno potente.
I boss poi richiederanno tattiche particolari che, in alcuni casi, esulano in parte dalla battaglia diretta, richiedendo magari il completamento di determinate azioni nell’area attraversata precedentemente. Tutte queste piccole modifiche apportate dagli sviluppatori, riescono a mitigare il difetto principale di questo genere di giochi, ovverosia la ripetitività e l’incapacità di invogliare a rigiocare ulteriori partite, nonostante gli extra presenti.
Sul fronte multigiocatore non è presente una modalità online, forse perché facilmente avrebbe sofferto in modo pesante della mole di nemici a schermo, andando a creare fenomeni di lag scarsamente tollerabili; è però implementata una cooperativa a schermo condiviso che sfrutta il personaggio di supporto, selezionabile sulla schermata della mappa iniziale.
Sebbene la concezione di questo titolo rimanga saldamente ancorata al single player, va detto che la possibilità di affrontare qualunque parte del gioco con un amico seduto insieme a noi sul divano è veramente divertente. Inoltre il fatto che gli avversari, specialmente i più forti, aumentino significativamente il loro grado di sfida quando il gioco riconoscerà due player reali, rendono questa implementazione del multigiocatore, sebbene relegata a piccolo extra, ottimamente realizzata da ogni punto di vista e nel suo piccolo un valore aggiunto.

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Vittoria o disonore

Croce e delizia di questi giochi uno vs tutti è proprio quel “tutti”: di norma, infatti, se il nostro protagonista è ben rifinito e gode di animazioni, effetti e texture di tutto rispetto, lo stesso non si può dire degli avversari, ridotti quasi sempre a inutili marionette tutte uguali, mal realizzate e animate approssimativamente. Sengoku Basara, per la felicità degli appassionati, fa decisamente eccezione: il nostro combattente godrà infatti di una modellazione poligonale e di una rifinitura mai vista in questi giochi, con una serie di animazioni dedicate che variano per ognuno dei generali selezionabili (perfino i fendenti normali sono differenti a seconda del protagonista scelto). Il medesimo discorso vale inoltre per i boss, che pare abbiano finalmente ricevuto lo stesso trattamento. Chiaramente aspettarsi una qualità pari anche per le centinaia e centinaia di nemici sarebbe folle, ma un passo avanti è stato fatto anche in questo frangente: i normali avversari, infatti, avranno una discreta serie di attacchi a disposizione (non il solito stantio assalto) e anche la varietà delle unità che ci troveremo ad affrontare sarà sufficientemente alta, garantendo armature e abbigliamento diversi anche nella modellazione poligonale a seconda della fazione di appartenenza delle truppe.
Per quanto riguarda la narrazione, affidata a cinematiche e a dialoghi durante il gioco, possiamo dire che si attesta su ottimi livelli, con intermezzi ben realizzati e spesso evocativi, anche se talvolta gli scambi di battute durante la fase giocata (testi a schermo) tendono a perdersi nella concitazione della battaglia, rendendo la comprensione di tutti gli eventi sensibilmente più faticosa. Non mancano chiaramente alcuni piccoli difetti, come aree fin troppo poco estese e abbastanza lineari che, sebbene riducano la necessità di riutilizzare texture e modelli poligonali, tendono a stufare, specie quando si riaffronta nuovamente una campagna.
Per quanto riguarda il comparto visivo più legato alla grafica pura, è da segnalare una certa presenza di aliasing, assente sui personaggi ma notabile nelle ambientazioni, e un fenomeno di pop-up dei nemici, per fortuna neanche lontanamente paragonabile alle apparizioni di interi eserciti in Dynasty Warriors.
Infine da segnalare la scelta artistica che si discosta in modo marcato dal classico abbigliamento giapponese dell’epoca e che potrebbe cogliere di sorpresa chiunque si aspetti un’epoca Sengoku uguale a quella dei libri di storia.

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Ballare in battaglia

Questa rivisitazione in chiave Anime del periodo degli stati combattenti passa anche e soprattutto dal sonoro. Scordatevi la presenza di melodie giapponesi antiche: l’intera colonna sonora del gioco si basa su sonorità J-Pop moderne e particolarmente orecchiabili. A una prima analisi tale scelta potrebbe sembrare un errore madornale, complice la scarsa attinenza al contesto guerresco, ma le melodie piuttosto incalzanti vanno a sposarsi molto bene col ritmo forsennato del gioco e con il look atipico dei personaggi.
Quello che invece resta senza ombra di dubbio un errore inappellabile è la mancanza del doppiaggio giapponese, assolutamente immotivata visto anche il bacino di utenza a cui presumibilmente si rivolge Sengoku Basara. Non che la localizzazione scritta in italiano e l’ottimo doppiaggio inglese, espressivo e ben realizzato, siano biasimabili, ma un’opzione aggiuntiva per avere il parlato originale sarebbe stata senz’altro apprezzata.

I can see a Rising Sun

In definitiva, il terzo capitolo di questa saga si presenta come un titolo valido sotto tutti gli aspetti, sicuramente lontano dall’appellativo di capolavoro, ma che pare riuscire dove tutti gli altri appartenenti al genere hanno fallito, e lo fa poggiandosi su un gameplay solido e vario, nonostante le meccaniche alla base degli hack and slash “uno contro tutti” si prestino normalmente alla ripetitività assoluta. Il lavoro degli sviluppatori Capcom è andato sicuramente nella giusta direzione, con il maggior impegno profuso nella differenziazione dello stile di gioco da personaggio a personaggio e nella varietà offerta dagli avversari, non più simili a manichini tutti uguali.

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Sfortunatamente, però, non mancano alcune pecche che, ahinoi, paiono insormontabili, come ad esempio la scarsa difficoltà offerta dagli avversari che, sebbene motivata da trama e da ovvi motivi numerici (se gli avversari fossero anche poco più forti il loro numero esagerato renderebbe il gioco frustrante) va a formare uno scalino forse fin troppo accentuato e fastidioso rispetto ai boss affrontabili durante le varie campagne.
La linearità delle aree (quantunque ben realizzate) e qualche piccola magagna tecnica (come aliasing e pop-up) vanno a riportare l’impressione generale su Sengoku Basara nella norma. Un vero peccato per un titolo che pareva destinato a svettare sensibilmente fra i suoi simili, obbiettivo in cui riesce comunque, sia chiaro, ma con una differenza meno marcata, anche considerando che in quanto terzo capitolo alcuni aspetti della trama, legati alla storia giapponese reale, vengono dati per scontati ed assimilati con i giochi precedenti. La narrazione riesce comunque a reggersi anche col solo terzo capitolo ma in alcuni casi i giocatori più attenti potrebbero avere sentore di qualche “buco”.
Ad ogni modo se siete appassionati di Dynasty Warriors ma preferite le ambientazioni giapponesi e non disdegnate scelte stilistiche molto orientali, o semplicemente desiderate cimentarvi per la prima volta in un gioco in cui massacrare orde e orde di nemici con katane, lance e quant’altro, l’ultima fatica dei ragazzi di Capcom è quello che fa per voi. Se invece odiate J-Pop, anime, manga e la concezione giapponese di epicità, passate oltre senza indugio.