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Recensione Ratatan

di: Simone Cantini

Pata Pata Pata Pon. Ora, se mi dite che non l’avete canticchiata cadenzando a dovere le parole, permettetemi pure di dubitare della vostra buona fede. Posso accettare un simile fatto soltanto se siete giovanissimi e non vi siete goditi il periodo in cui PlayStation Portable ha tentato, con risultati tutto sommato davvero ottimi, di contrastare l’egemonia mobile di Nintendo. Certo, le creaturine nate dal connubio tra Hiroyuki Kotani (design) e Kemmei Adachi (musiche) sono state riviste in azione anche in tempi più recenti, grazie a PATAPON 1+2 REPLAY, ma dubito siano riuscite a fare presa su chi non se le è godute al momento giusto. C’è ancora vita, però, nell’ossatura di questo particolare rhythm game, che tanto riuscì a sorprendere nella sua incarnazione originale, e Ratatan è proprio qua a dimostrare quanto appena detto. L’erede spirituale della saga nata quando Japan Studio era una delle eccellenze di casa Sony, vede il ritorno del duo creativo in questione, che ci consegna un gioco fortemente legato ai suoi illustri predecessori, ma che sa concedersi anche una buona dose di novità.

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Divina melodia

Diciamocelo, la storia di Patapon non è che fosse poi così imprescindibile, dato che era giusto un pretesto per dare il via a spassose lotte a base di canzoncine ipnotiche e tempismo serrato. E tanto per confermare il suo legame con il passato, anche Ratatan sceglie di adottare un simile comportamento: smessi i panni della divinità onnipotente, nel titolo realizzato da Ratata Arts prenderemo il controllo di uno degli otto Ratatan a disposizione, generali musicali in grado di comandare i piccoli ma agguerriti Cobun. Il nostro obiettivo sarà quello di attraversare vari mondi tematici, scanditi da microstage generati in maniera casuale, il tutto per poter intonare un canto divino dedicato alla nostra dea. Naturalmente non mancheranno avversari pronti a metterci i proverbiali bastoni tra le ruote, che dovremo sconfiggere a tempo di musica.

Insomma, non è certo una sceneggiatura ai limiti del trascendentale, quanto più un semplice canovaccio utile a dare il via alle numerose sessioni in salsa roguelike che scandiscono la progressione principale. E in fondo va anche bene così, dato che parliamo di un titolo che fa del suo gameplay e dell’estetica coloratissima i suoi principali punti di forza. Non mancheranno, comunque, anche alcuni piccoli snodi narrativi utili a movimentare un pizzico il tutto, ma è ovvio che se vi aspettate un’epica avventura in grado di tenervi incollati al pad per le roboanti vicende vomitate sullo schermo, è altrettanto palese che avete sbagliato titolo sotto ogni punto di vista.

Armiamoci e partite!

Il focus ludico di Ratatan, come anche già per Patapon, saranno gli scontri a tempo di musica. Questi si alterneranno all’interno dei citati brevi livelli che caratterizzano ciascuno dei vari biomi in cui sono suddivisi gli episodi della campagna. Si inizia scegliendo prima il nostro capotribù tra quelli presenti, ciascuno dotato di un paio di abilità uniche e in grado di farci schierare due tipologie di Cobun distinte, caratterizzati da un armamentario peculiare. Fatto questo e equipaggiati gli strumenti di offesa e accessori (una volta che li avremo conquistati giocando), si entra in azione. All’inizio di ogni porzione di mondo, dovremo scegliere il premio che ci aspetterà al termine della schermaglia, che difficilmente supererà i 2 minuti (boss esclusi). Usciti vittoriosi recupereremo la ricompensa e opteremo la nuova scelta, sino a giungere al combattimento conclusivo.

I premi disponibili si suddivideranno in monete da spendere presso alcuni shop o altari in grado di conferire ricompense uniche, nuovi Cobun da schierare sul campo, potenziamenti per i punti vita e, infine, le Ratakaruta. Si tratta di carte in grado di fornire sia buff attivi per le due tipologie di attacchi a nostra disposizione, sia perk passivi che sarà possibile accumulare ad libitum. Inutile sottolineare come man mano che andremo avanti nel gioco la nostra build crescerà in maniera esponenziale, sino a resettarsi in caso di sconfitta al termine di ciascun episodio. Perire o uscire vittoriosi, ci riporterà a Rataport, la cittadina che funge da hub centrale, dove potremo riscuotere ricompense legate a task in salsa free to play, potenziare o creare le armi e molto altro. Tutto ovviamente in ottica di ottenere upgrade permanenti tra una run e l’altra (ognuna può durare sino ad un’oretta). La struttura è quella tipica dei roguelike ed è risultata solida e ben costruita, sebbene priva di particolari guizzi creativi: in una parola, la potrei definire semplicemente funzionale.

Laddove si tratta di menare le mani, Ratatan propone una meccanica sostanzialmente identica a quella di Patapon: avremo una barra del tempo suddivisa in tre battute, in cui dovremo inserire a tempo i comandi previsti dal gioco. Avremo a disposizione lo schieramento della truppa (utile per riordinare le forze in campo), il salto, la difesa e due distinte modalità di attacco: normale e frenetico. Il primo non costa nulla e sfrutterà le armi in possesso dei nostri Cobun, mentre il secondo si appoggerà a un apposito indicatore simil mana dei ruolistici, che si riempirà sferrando colpi standard. A completare il quadretto ci pensano le abilità uniche del nostro Ratatan, ognuna legata alla propria combo di comandi. Torna anche la barra del Fever, che oltre a massimizzare i danni inferti, se mantenuta attiva, ci permetterà di scatenare un devastante attacco unico per ciascun generale, con conseguente reset del tutto. Anche in questo caso, se vi siete goduti i titoli PSP, non ci sono troppe sorprese ad attendervi e, nonostante il cambio di estetica e struttura ludica, sarà facilissimo sentirsi subito a casa.

Accordi e disaccordi

Per quanto riguarda l’anima di rhythm game, Ratatan funziona e diverte, visto che comunque è richiesta sempre una buona dose di attenzione, soprattutto laddove ci troveremo a scontrarci con i boss. Importante sarà anche la gestione del condottiero, oltre che dei Cobun, dato che potremo muoverlo liberamente per l’area di gioco: evitare in tal modo i colpi nemici, oltre a posizionarlo a dovere in occasione degli attacchi Fever, sarà fondamentale per massimizzare la nostra sopravvivenza. Ci sono, però, anche lati oscuri di questa giocosa medaglia: gli scontri standard, quando ci saranno davvero molti elementi in campo, tendono ad essere alquanto caotici da seguire e gestire, portandoci a subire colpi senza che si abbia il tempo di rendersene conto. Anche sul fronte musicale, le tracce disponibili risultano sì piacevoli, ma anche più blande in quanto a varietà rispetto ai predecessori. Anche il fattore ripetitività non è da sottovalutare, dato che la natura roguelike ci costringerà a ripetere più volte le medesime porzioni, senza che intervengano particolari novità a movimentare il tutto. Diciamo che, dopo tutto questo tempo, sarebbe stato più che lecito aspettarsi qualche guizzo creativo accessorio.

Laddove Ratatan rivoluziona completamente tutto ciò che ricordavamo è relativo all’estetica della produzione. Abbandonato lo stile fortemente minimalista, ma estremamente particolare e iconico del passato, stavolta il team creativo ha optato per una grafica decisamente più dettagliata e colorata, di stampo squisitamente nipponico. A emergere è un immaginario buffissimo e assurdo, soprattutto iin merito alla caratterizzazione dei Ratatan, ma anche tutto il resto, per quanto molto più prevedibile, risulta comunque estremamente piacevole da vedere in movimento. L’unica tirata di orecchie riguarda la costruzione delle interfacce delle varie funzioni presenti a Rataport, davvero troppo dimesse e abbozzate: un piccolo scivolone in fatto di design. Interessante, invece, la presenza di un comparto online cooperativo, anche se confesso di non essere mai riuscito a incontrare altri eroi lungo il mio cammino: le buone vibes ci sono, a patto che tutto sia ben popolato di utenti.

Ratatan è una piacevole conferma di quanto il buon vecchio Patapon avesse ancora qualcosa da dire, anche a distanza di tanti anni. Il ritorno di Hiroyuki Kotani e Kemmei Adachi ci consegna un erede spirituale capace di riproporre intatta la formula che rese celebri le creaturine di casa Sony, arricchendola con una struttura roguelike che, pur senza brillare per originalità, riesce a dare una certa solidità alla progressione. Peccato che, tra qualche momento di eccessiva confusione, una colonna sonora meno ispirata rispetto al passato e una ripetitività che alla lunga rischia di farsi sentire, il titolo di Ratata Arts non riesca a compiere quel salto in avanti che sarebbe stato lecito aspettarsi. Resta comunque un ritorno gradito, capace di farci battere ancora una volta il piede a tempo e di risvegliare ricordi che credevamo sopiti. Pata Pata Pata Pon, dunque, ma con la consapevolezza che, per quanto il ritmo sia quello giusto, questa volta la magia non è del tutto la stessa.