Recensioni

Recensione Rager

di: Simone Cantini

A dispetto del volere comune che ritiene il gaming digitale un passatempo strettamente sedentario, sono moltissimi i rhythm game in salsa virtuale che ribaltano una simile visione e che ci costringono a muoverci senza sosta (e sudare) come non ci fosse un domani. Ho perso il conto delle produzioni che hanno attentato alle mie coronarie una volta indossato il PSVR2, che tra l’immortale Beat Saber, Beat the Beats ed il recente Audio Trip, mi hanno visto saltellare per casa come un forsennato. A questa lista tutt’altro che esigua, a cui si aggiungono numerose altre produzioni, si è appena aggiunto anche l’interessante Rager che, strizzando l’occhio anche a Pistol Whip, trasforma l’agitarsi a tempo di musica in frenetici e appaganti combattimenti all’arma bianca. Ma sarà tutto così bello come le premesse lasciano intuire? Ecco, diciamo che quel ma letto poco sopra lascia aperta la porta a qualche rimpianto…

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Coscienza digitale

Difficile trovare una sceneggiatura solida quando parliamo di rhythm game, pertanto non sarà certo Rager a cambiare le carte in tavola, pur presentando un piccolo pretesto narrativo alla base del tutto. L’esile canovaccio vede la nostra coscienza trasportata all’interno di un avatar digitale, che dovrà sconfiggere tre IA per poter fare ritorno al proprio corpo. Ovviamente il compito non sarà semplice, dato che il successo passerà attraverso gli scontri con gli scagnozzi dei programmi in questioni, che ci verranno lanciati contro ovviamente a tempo di musica. Inutile dire come l’obiettivo sia quello di sconfiggerli, utilizzando le varie armi che, di volta in volta, ci verranno rese disponibili. Il tutto è calato all’interno di una campagna suddivisa in 12 stage, che sarà possibile affrontare a 3 livelli di difficoltà differente.

A questa si accompagna anche una modalità freestyle, suddivisa in altrettante sezioni, che ci permetterà di giocare liberamente, scegliendo a piacimento le armi a nostra disposizione. A concludere il pacchetto ci pensano le immancabili classifiche online, che terranno traccia dei nostri progressi e ci permetteranno di sapere come e quando migliorare le nostre prestazioni. Diciamo che l’offerta complessiva di Rager non faccia gridare al miracolo, dato che la main quest è completabile, al netto della vostra abilità, in poco meno di un’ora, con l’unico incentivo alla rigiocabilità dato dai tre preset di difficoltà. Sul lungo periodo, tutto finisce per poggiare sulla modalità libera, ma anche in questo caso l’esiguo numero di livelli e di conseguenza di brani disponibile, limita non poco il tutto. Il che è un peccato, dato che il gameplay della produzione è molto valido e divertente e avrebbe meritato un respiro più ampio.

Ne ferisce più la penna o la spada?

A livello ludico, Rager strizza l’occhio al citato Beat Saber, con le nostre mani che impugneranno ciascuna un’arma di colore differente (tranne particolari eccezioni), che dovranno essere usate per colpire i bersagli corrispondenti che ci verranno lanciato addosso. Questi avranno le sembianze di guerrieri umanoidi digitali, ognuno dotato dei loro pattern, che ci verranno rappresentati da particolari indicatori: per parare dovremo allineare il nostro strumento di offesa al marker sullo schermo, mentre gli attacchi dovranno seguire i colori e le direzioni indicate. Ovviamente il tempo sarà la chiave del successo, oltre che dell’ottenimento del maggior numero di punti. A complicare la situazione ci penseranno ostacoli da schivare, abbassandoci o spostandoci, oltre alla possibilità di essere attaccati a 360°, fattore che ci costringerà a ruotare al bisogno la nostra visuale. Inutile sottolineare come all’aumento della difficoltà corrisponda una gestione dello spazio e del flow decisamente provante.

A movimentare un quadretto già abbastanza dinamico, ci pensano anche le varie tipologie di armi a nostra disposizione, che saranno legate a determinati stage: si parte con delle semplici spade, per arrivare a mazze, artigli e pugni potenziati, fino a giungere ad una asta a due mani, che avrà una lama differente a ciascuna delle sue estremità. Nel caso di strumenti a uso singolo, a variare sarà la distanza di utilizzo, oltre al tipo di movimento necessario a centrare il colpo, con dinamiche tutto sommato molto intuitive e immediate. Il discorso cambia non poco nel caso della gestione a due mani, che ci vedrà costretti a coordinare in maniera un pizzico più complessa la direzione dei colpi. È in queste situazioni che l’appeal di gioco muta un pizzico, così da rendere più stimolante e piacevolmente complessa la realizzazione delle mosse.

Nel complesso il gameplay è risultato molto appagante e dinamico, complice anche una ottima implementazione dei feedback aptici garantiti da PSVR2, anche se va sottolineato come seguire l’azione durante la rotazione della visuale non sia sempre semplicissimo, soprattutto a livelli di difficoltà più alti. È innegabile, però, come Rager sia un rhythm game dotato di una propria e riuscita personalità, che finisce però per essere mitigata dai limiti indicati in precedenza. La speranza, in tal senso, è che il team riesca ad implementare un numero di tracce aggiuntive, legate ovviamente a stage inediti, così da garantire un appeal maggiore a lungo termine. Anche perché per quanto minimale, la tracklist presente ben si amalgama al contesto virtuale del mondo di gioco, grazie all’apporto di brani techno rock di natura elettronica sempre ben amalgamati al contesto ludico. Buone anche le prestazioni visive, che tra supporto ai 90Hz e una presentazione pulita (interessanti le animazioni degli avatar nemici), garantiscono un colpo d’occhio efficace e piacevole.

Rager è un rhythm game che sa farsi valere quando si tratta di far muovere il giocatore: il mix di combattimenti a tempo, varietà di armi e feedback aptici restituisce un’esperienza fisica, immediata e spesso esaltante, capace di ritagliarsi una propria identità nel panorama VR. È proprio per questo che pesa ancora di più la sua natura contenuta, fatta di una campagna lampo e di una tracklist troppo esigua per sostenere davvero la rigiocabilità. Rimane un titolo brillante nelle sensazioni, ma frenato nella longevità: un assaggio di qualcosa che potrebbe diventare molto più grande, se supportato con nuovi stage e brani. Per ora, è un divertissement adrenalinico e ben confezionato, che lascia però la voglia di un secondo round più ricco e ambizioso.