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Recensione R-Type Dimensions III

di: Simone Cantini

Il mondo degli shoot ‘em up a scorrimento orizzontale è quanto mai vasto e ricco di esponenti di spicco. Personalmente, quando ripenso ai miei trascorsi a bordo delle navicelle più disparate, mi viene difficile non far correre la mente a Uridium, Project X o Attack of the Mutant Camels. Titoli iconici, a modo loro, ma strettamente legati al mondo degli home computer, che a dispetto dell’abbondanza di sale giochi presente durante gli anni della mia giovinezza, sono stati in grado di monopolizzare una buona parte del mio tempo videoludico. Sarebbe sciocco, però, lasciare fuori dall’equazione i titoli nati e cresciuti su cabinato, che hanno nella saga targata Irem uno degli esponenti di spicco, capace di arrivare indenne ai giorni nostri. Come nel caso di R-Type Dimensions III, che rappresenta però un passo importante per la serie, visto che si tratta del primo capitolo sviluppato per il mondo console. Un ritorno che giunge a oltre 30 anni di distanza dal debutto originale, e che si porta appresso una domanda cruciale: c’è ancora spazio per lui?

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Mi gira la testa…

Una delle rivoluzioni hardware che hanno avuto al centro il mitico SNES, è senza dubbio quella con protagonista il celebre Mode 7, una particolare feature che permetteva ai fondali dei giochi di essere ruotati e distorti a piacimento, così da dare l’illusione di un 3D reale. E proprio attorno ad una simile caratteristica, nel 1993, Irem decise di costruire il titolo che torna oggi con il nome di R-Type Dimensions III, che promette di rendere ancora attuale questo particolare sparatutto. La prima peculiarità a saltare all’occhio era da ritrovare nella presenza di tre differenti astronavi, che andavano a sostituire il singolo modello presente nei capitoli precedenti: ognuna è dotata di un proprio sistema di fuoco ausiliario (i celebri pod che hanno reso immortale la saga), capaci di cambiare in maniera sostanziale l’approccio agli stage. Tolto questo importante e per nulla banale cambiamento, considerando anche l’anno di debutto, ad accoglierci troviamo, oggi come allora, i classici 8 livelli dall’estetica biomeccanica, in grado di mettere a dura prova l’abilità e la pazienza dei giocatori.

Un altro aspetto da non sottovalutare in R-Type Dimensions III, difatti, è proprio la natura stessa degli stage, che risultano al giorno d’oggi un po’ troppo figli di un tempo in cui la difficoltà generale era tarata per rendere a tratti impossibile la vita dei giocatori. E nel titolo in questione l’asticella raggiunge vette che sfiorano e superano in più di un’occasione i più elementari livelli di frustrazione. Il design degli scontri, difatti, è più simile all’essenza dei puzzle game che non agli sparatutto veri e propri: si sprecano i momenti trial and error, con collisioni impossibili da prevedere al primo incontro, oltre a situazioni che richiedono la consueta e millimetrica precisione. L’incedere, pertanto, diviene più un esercizio di memoria che non una vera e propria richiesta di pura abilità blastatoria, situazione che stride un po’ con la natura stessa della produzione: morire perché un muro compare all’improvviso, oppure perché un lo scenario decide di ruotare senza preavviso, non so quanto possa risultare divertente al giorno d’oggi.

Non è tutto oro ciò che luccica

Inutile negare, quindi, come R-Type Dimensions III rappresenti un titolo a tratti inutilmente frustrante e che finisce per drogare in maniera artificiosa la longevità generale del tutto, oltre al tasso di sfida. Per fortuna, almeno in questa riproposizione, sono stati introdotti alcuni accorgimenti in ottica quality of life, che permettono ai meno pazienti ed abili di prendere più docilmente confidenza con il sadismo dei creatori originari: alla canonica modalità standard, che prevede vite limitate ed il respawn presso i vari checkpoint in caso di collisioni, il gioco moderno affianca la possibilità di avere vite illimitate e ripresa immediata nel punto di distruzione (entrambe potranno essere affrontate assieme ad un amico). Sicuramente un aiuto non indifferente per coloro che desiderano memorizzare il tutto, per poi lanciarsi alla caccia dell’high score nella modalità classica.

Trattandosi di un vero e proprio remake, R-Type Dimensions III non lesina la presenza di modalità grafiche inedite, che hanno nella ricostruzione totale in puro 3D della messa in scena originale, con allegate opzioni di gestione della camera. L’impatto garantito è indubbiamente convincente e positivo, anche se va riconosciuta una certa caoticità in quanto alla lettura degli ostacoli e dei nemici, complice la sovrabbondanza di stimoli visivi che questo upgrade comporta. Non mancano anche alcuni errori nella rilevazione delle collisioni, che in una produzione del genere non sono proprio un ottimo biglietto da visita. Per i nostalgici, comunque, sarà possibile switchare in tempo reale tra grafica new e old, oltre a poter intervenire su di una serie di filtri in grado di restituire l’appeal dei vecchi schermi a tubo catodico. A chiudere il cerchio delle aggiunte, ci pensa un jukebox presso cui ascoltare liberamente i brani della soundtrack, ricreata anche essa ad hoc per l’occasione. Peccato anche per un prezzo davvero un po’ troppo sballato, visto che i 34,99 Euro richiesti dalla versione digitale (5 in meno rispetto alla fisica), mi sembrano davvero eccessivi se paragonati all’offerta.

In definitiva, R-Type Dimensions III è un ritorno che vive di contrasti: da un lato la cura nel restauro, le opzioni moderne e la possibilità di riscoprire un capitolo spesso dimenticato della saga; dall’altro, un design che porta con sé tutto il peso di un’epoca in cui la difficoltà era pensata per mettere in riga anche i più tenaci. Il risultato è un’esperienza che può ancora affascinare chi ama gli shoot ’em up classici, ma che rischia di respingere chi cerca un ritmo più contemporaneo. Rimane però un tassello importante della storia di Irem, un pezzo di archeologia videoludica lucidato con rispetto, che oggi come allora chiede al giocatore una sola cosa: accettare la sfida. Chi saprà farlo troverà un titolo ruvido, sì, ma anche coerente, identitario e sorprendentemente vivo.