Recensioni

Recensione Project Songbird

di: Simone Cantini

Non è semplice trovare il proprio posto nel mondo, riuscire a sentirsi davvero in pace con sé stessi, mentre si tenta disperatamente anche di accontentare le pretese delle persone con cui, giocoforza, siamo costretti quotidianamente ad interagire. Inadeguatezza, pessimismo e un’opprimente sensazione di inutilità non possono che condizionare la nostra esistenza, portandoci a chiederci se siamo davvero in grado di portare avanti le nostre idee. Che poi è quello che ha provato sulla propria pelle Conner Rush, deus ex machina di Fyre Games, lo studio responsabile di Project Songbird, avventura horror che ha molti punti in comune con quanto appena scritto. Un titolo indiscutibilmente molto personale, come ci racconta direttamente il proprio autore mentre ci addentriamo negli orrori che la giovane Dakota sarà chiamata ad affrontare, ma che può essere idealmente adattato ad ognuno di noi.

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Artista in cerca di identità

È dura la vita per la giovane Dakota, mente creativa del gruppo musicale noto come Project Songbird, oppressa da una crisi creativa che pare non avere fine e che la sta portando a vedere rapidamente scemare il consenso del pubblico. Eppure, c’è poco da fare quando l’ispirazione non ne vuole sapere di bussare alla tua porta, magari allontanata da un trauma così difficile da accantonare. Però, poi ci sono anche i contratti da rispettare, le scadenze a cui prestare attenzione ed un manager/amico che cerca in tutti i modi di riportarla sulla via della creatività. E quale modo per riuscirci se non quello di spingerla a rifugiarsi per un mese in una capanna sperduta nei boscosi monti Appalachi, un disperato tentativo di lasciarsi alle spalle dubbi e dolori, così da riappacificarsi con sé stessa a tornare a respirare musica senza pensieri.

Sarebbe così bello e semplice se bastasse davvero cambiare aria per lenire il dolore dell’anima, spazzare sotto il tappeto ogni tristezza e bruttura della vita, per tornare semplicemente ad essere quelli che eravamo un tempo. E Dakota ci prova, si sforza seriamente di cancellare quello che non può essere dimenticato, ma quando le dita si inceppano sulla chitarra ed una luce misteriosa la spinge a varcare una porta comparsa misteriosamente nella foresta, l’orrore nascosto nel suo passato finirà per reclamare con prepotenza il proprio ruolo. È l’inizio di un viaggio allucinante tra le pieghe dell’inconscio, che finiscono per assumere contorni brutalmente reali e letali, quando alcune sinistre creature inizieranno a darle la caccia. Quello messo in scena da Project Songbird e un horror psicologico lento e compassato, che strizza con forza l’occhio al mondo dei walking simulator, e che ha nella sua sceneggiatura il suo innegabile punto di forza. Una storia intima, in cui il tocco personale di Rush fa continuamente capolino, rompendo in alcuni frangenti anche la quarta parete, senza che l’autore si vergogni di mettere in mostra tutte le proprie debolezze, che paiono insinuarsi di continuo tra le pieghe della storia di Dakota. Peccato solo che quel twist finale venga un po’ troppo anticipato sin dalle battute iniziali, finendo con il disinnescare in parte il climax della produzione.

A piccoli passi

L’ho già scritto come Project Songbird non sia un titolo che punta alla frenesia degli horror moderni, ma come scelga consapevolmente di prendersi tutto il proprio tempo per raccontarsi al meglio. E Conner Rush sa che questo è il modo in cui riesce ad esprimersi al meglio, ce lo spiega direttamente senza vergogna in un momento particolare del gioco. Tutto prende il via con calma, scegliendo consapevolmente di presentarci Dakota ed il suo mondo, fatto di note ed emozioni, prima di lasciare che la paura inizi a increspare questo mare emotivo. C’è un saliscendi di emozioni nelle circa 4-5 ore necessarie a giungere ai titoli di coda, lasso di tempo in cui cammineremo per la foresta, cercheremo di comporre musica e affronteremo enigmi e creature ostili.

I momenti migliori sono proprio quelli più riflessivi, sia narrativi che ludici, grazie anche a degli enigmi che, pur non essendo presenti in numero esorbitante, sanno impegnare a dovere la mente del giocatore. Peccato che alcuni di loro siano andati un po’ troppo lost in translation, dato che si basano su soluzioni che si appoggiano alla lingua inglese (ah, quella coppia di pianoforti), pertanto potrebbero rappresentare un ostacolo alquanto ostico per chi non mastica l’idioma in questione, nonostante il gioco sia tradotto in italiano. Non si riflette e basta in Project Songbird, dato che Fyre Games ha pensato anche di introdurre alcune meccaniche di combattimento, sia corpo a corpo e con armi da fuoco. Un’idea che giunge dall’esterno, ma che Conner Rush sa non essere proprio nelle sue corde. E infatti si tratta di una feature non proprio entusiasmante, visto il minimalismo che la permea: ascia, pistola e fucile e le situazioni in cui le potremo utilizzare non brillano certo per raffinatezza, e a poco serve la possibilità di potenziare il nostro arsenale impiegando alcuni materiali. Gli scontri sono più un fastidio che una difficoltà, al punto che anche in assenza di proiettili alquanto risicati, non si avverte mai la tensione quando le creature ci si presentano davanti. La situazione si fa più ansiogena laddove saremo inermi e potremo solo fuggire, magari mentre saremo intenti a risolvere un puzzle con l’ansimare del mostro di turno che si fa sempre più vicino. Si può sorvolare sulla possibilità di scattare foto e sfruttare il registratore portatile in nostro possesso, dato che il loro impatto ludico è alquanto marginale.

Musica oscura

E proprio il suono è un elemento portante dell’esperienza proposta da Project Songbird, sia che si parli di effetti che di vera e propria musica. Quest’ultima rimarrà prepotentemente al centro della scena, grazie ad una serie di brani che sarà possibile ascoltare all’interno della capanna, che serviranno anche a delineare ulteriormente la personalità di Dakota. Tra composizioni originali e altre realizzate da artisti in carne ed ossa, spiace solo che questo corposo juke box non sia disponibile nella sezione degli extra che si sbloccherà una volta completato il tutto, limitando i bonus a modificatori e filtri grafici. Merita anche la parte degli effetti sonori che, per quanto mai debordanti in fatto a presenza, sanno conferire al tutto la giusta atmosfera.

Il titolo Fyre Games, pur senza picchi particolari, si fa apprezzare anche per il colpo d’occhio che, per quanto non frutto di una potenza grafica eccelsa (tutt’altro), sa sempre mettere in scena ambienti calzanti ed efficaci. Ogni tanto qualche frame si perde per strada, ma si tratta di episodi che non impattano in alcun modo sulla giocabilità. Da rivedere in toto, invece, la localizzazione in italiano, che oltre a presentare errori e frasi non tradotte causa anche un bug che impedisce di tenere d’occhio il diario di Dakota, situazione che non si verifica giocando in inglese. Ci sono patch già programmate all’orizzonte, quindi mi auguro che questo e altri inciampi (un paio di chiusure improvvise e qualche interazione bloccata che mi ha costretto a ricaricare il salvataggio) vengano risolti dal team.

Project Songbird non è un titolo perfetto, tutt’altro, ma Conner Rush lo sa e di sicuro non se la prenderà se questa recensione non si spinge al massimo dei voti. In fondo il suo desiderio era quello di raccontare sé stesso, di creare un gioco in cui sentirsi a proprio agio ed in grado di veicolare il suo modo di intendere il medium. Ed in questo la missione non può che considerarsi riuscita, visto che l’avventura di Dakota sa regalare emozioni a chiunque sia in grado di sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda. In bilico tra paura e accettazione di sé, Project Songbird è un horror psicologico intimo e compassato, caratterizzato da qualche inciampo evidente (sì, i combattimenti non sono proprio il tuo forte, Conner), ma anche da un’atmosfera azzeccata e riuscita. Parliamo di un titolo conscio dei propri limiti, ma che saprà regalare emozioni vere e sincere a chiunque sceglierà di calarsi nell’abisso che si cela nel cuore di Dakota.