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Recensione OVRDARK: a Do Not Open Story

di: Simone Cantini

Effettivamente non sono stato molto buono con Do Not Open, debutto horror (nel senso di genere, non di risultato, sia chiaro) degli iberici ragazzi di NoxNoctis Studio. La spasmodica ricerca della verità da parte di Michael, protagonista del gioco in questione, non mi aveva convinto a causa di alcune incertezze di design che avevano finito per minare in modo per me imperdonabile l’esperienza. Il team, però, sembra essere molto convinto di questo universo ludico, al punto da realizzare un nuovo racconto ambientato al suo interno, quell’OVRDARK: a Do Not Open Story uscito pochi giorni fa per PSVR2, che ha il compito di ampliare, stavolta con pieno merito, questo spaventoso franchise.

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Devo farlo per loro!

C’era altro da raccontare relativamente a Michael e alla sua famiglia, e OVRDARK: a Do Not Open Story sembra proprio desideroso di dare un seguito alla tormentata vicenda che lo ha preceduto. Il gioco, difatti, si apre nello studio dell’uomo, proprio mentre un telegiornale diffonde la notizia di un misterioso morbo che sta rapidamente dilagando tra la popolazione statunitense. Pochi attimi, e quelli che sembrano lucidi ricordi di un recente e violento passato iniziano a flagellare la mente di Michael, fino a portarlo a prendere (forse) definitivamente coscienza di ciò che ha fatto a moglie e figlia. Un rapido incipit che lascerà poi spazio a George Foster, un amico del nostro sventurato padre di famiglia, che deciso a fare luce sull’accaduto è pronto ad avventurarsi nella casa che è stato teatro della vicenda, il tutto mentre la compagna lo invita più volte a desistere, a causa del coprifuoco che il morbo di cui sopra ha fatto scattare su tutto il territorio.

Si apre così un’avventura horror in prima persona dalle tinte fortunatamente old school, in cui esplorazione e terrore si accompagneranno ad alcuni stuzzicanti enigmi, capaci di tenete ben salda la barra nel corso delle circa 4 ore necessarie a giungere ai titoli di coda. A metà strada tra la cara Villa Spencer, casa Baker ed il castello di Lady Dimitrescu, l’abitazione che fungerà da cornice al gameplay di OVRDARK: a Do Not Open Story abbandona la sua struttura procedurale vista nel debutto di NoxNoctis, configurandosi come un ambiente di gioco ben definito e stuzzicante da esplorare e scoprire poco alla volta. Un luogo che funziona alla perfezione e che riesce ad andare oltre una sceneggiatura non proprio memorabile, in cui le classiche ingenuità degli horror (leggi, un protagonista al limite dell’idiozia) ci chiederanno di sospendere l’incredulità, così da permetterci di lasciarci spaventare a dovere dalle trovate ludiche del team.

Orrore cerebrale

Sicuramente più lineare e blindato del suo predecessore, OVRDARK: a Do Not Open Story baserà il suo gameplay sull’esplorazione, (condita da un sano backtracking mai inopportuno ed invasivo) e la risoluzione di enigmi, senza però l’angoscia di quel timer che mi ha portato ad odiare la precedente avventura con protagonista Michael. L’incedere, stavolta, è fortunatamente in pieno controllo del giocatore, che potrà prendersi il proprio tempo per decifrare le situazioni che di volta in volta gli si presenteranno davanti. Puzzle mai banali, che richiederanno tanto di spremere le meningi che di studiare con attenzione l’ambiente, così da cogliere eventuali indizi utili alla loro risoluzione. Il tutto mentre su di noi incomberà la presenza di Michael, oramai tramutato in un letale assassino, che in determinate situazioni si frapporrà tra noi ed il proseguo delle vicende. Inesorabile ed invincibile, l’uomo ci chiederà di fuggire in certi casi, ma anche di rimanere letteralmente immobili, senza muovere mani o testa, per evitare di cadere preda della sua follia omicida. Momenti, questi, mai randomici ma legati a peculiari script che, se da un lato tendono a diluire un pizzico il senso di tensione, dall’altro colpiscono nel segno data l’ottima caratterizzazione dell’ambiente e del nostro antagonista, davvero inquietante quando si trova letteralmente a pochissimi centimetri dal nostro naso. Il mix di elementi messo in piedi, nonostante questa piccola pecca, finisce comunque con il funzionare a dovere, regalandoci un’esperienza convincente e spaventosa quanto basta.

Il volto della paura

Grande merito per la riuscita di OVRDARK: a Do Not Open Story è da ritrovare prevalentemente nell’ottima direzione tecnico/artistica della produzione che, a dispetto di un’esigua estensione del team di sviluppo, è stata in grado di mettere in scena un titolo visivamente davvero convincente. L’impatto estetico, complice anche l’estensione contenuta dei livelli, è davvero molto buono, con una modellazione generale che colpisce nel segno, grazie anche a dettagli sempre centrati e ben definiti. Un plus è da ritrovare nell’eccellente gestione dell’illuminazione, con la nostra fidata torcia che saprà contribuire a creare un’atmosfera ancora più disturbante e spaventosa. Convince, come già detto, anche il character design di Michael, l’unica altra figura umana (salvo un paio di fugaci eccezioni) che incontreremo lungo il nostro cammino, che con i suoi sinistri occhi sarà in grado di incutere un sano senso di angoscia e timore. Molto buono anche il comparto audio, che può contare su di un solido voice over in inglese (il gioco è localizzato testualmente in italiano) e su di un’effettistica coerente ed azzeccata, che fa il paio con l’ottima implementazione del feedback aptico. Le uniche pecche sul fronte tecnico, pertanto, sono da ritrovare in una non sempre puntuale gestione delle interazioni con gli oggetti di gioco che, nonostante un nutrito numero di update post lancio, risulta ancora traballante in certe situazioni, rendendo più difficoltosa di quanto non dovrebbe essere la manipolazione degli elementi interattivi.

Se il debutto di NoxNoctis mi aveva lasciato assai tiepido, con OVRDARK: a Do Not Open Story il giudizio sull’operato del team non può che cambiare radicalmente. Abbandonare la natura randomica dell’esperienza, in favore di un horror dal ritmo sicuramente più classico e cadenzato si è, a mio avviso, rivelata una scelta quanto mai azzeccata, capace di rendere giustizia ad un franchise che, seppur molto derivativo, dimostra di avere indubbiamente del potenziale. Costellata da puzzle sempre stimolanti, da una resa visiva molto soddisfacente e da un sempre benvenuto sottofondo di tensione, l’avventura di George Foster diverte e spaventa a dovere (per quanto a tratti in modo assai scriptato), dimostrando come nel mondo degli horror non sia sempre necessario reinventare la ruota per colpire nel segno.