Recensione OPUS: Prism Peak
di: Marco LicandroPrima di avventurarmi in OPUS: Prism Peak, ignoravo la serie nata da SIGONO e presente su varie piattaforme, tra cui anche mobile. Questa avventura in terza persona mischia vari elementi di gameplay, creando un mix tra graphic novel, avventura lineare e puzzle game, portandoci in un mondo nostalgico ispirato agli anime giapponesi, dove tutto ha un significato, ammesso che il lettore riesca a percepirlo.
Rimpianti del passato
Eugene, ormai quarantenne, ha vissuto varie esperienze nella sua vita, ha preso decisioni e commesso errori, ed è arrivato a un punto in cui i rimpianti iniziano a essere sempre più presenti. Dopo essere entrato in un tunnel stradale, luogo di passaggio nell’immaginario giapponese, si ritrova in un mondo a lui sconosciuto, dove le regole del tempo e dello spazio contano poco, gli animali parlano come fossero umani e vi è una figura spietata che distrugge tutto ciò che tocca.
Munito di una sola macchina fotografica, incontrerà una ragazzina sperduta, iniziando un viaggio nell’ignoto, dove le persone dimenticano i loro nomi e pian piano scompaiono, in un’avventura/metafora complessa e non banale, dove la fotografia può aiutarci a ricomporre il significato delle cose.
Passiamoci sopra
La prima cosa che salta all’occhio, oltre allo splendido stile grafico tridimensionale che, come detto, rimanda moltissimo agli anime, è un lato negativo: un frame rate instabile e pericolosamente basso che pregiudica le prestazioni del titolo. Anche dopo una patch e aver contattato gli sviluppatori, è bene sapere che su Switch 2 il titolo non è ottimizzato a pieno, per via di fps che si aggirano intorno ai 10/20 nelle fasi concitate, dove invece è richiesta una visione e capacità decisionale rapida, e che hanno penalizzato il gameplay.
Se tecnicamente abbiamo quindi uno stile grafico poetico e variegato, possibilmente ispirato ai classici Ghibli, per via del design dei personaggi e della naturalezza dei livelli, stonano spesso la collisione inesistente con gli oggetti e la complessità innaturale delle sfide, che portano il giocatore a eseguire spesso e di malavoglia le stesse azioni, per via di una struttura elegante ma imperfetta che ha il suo impatto.
Non aiuta l’assenza dell’italiano, neppure nei sottotitoli, cosa che purtroppo rende ancora più scarna la platea di giocatori italiani che potranno veramente apprezzarlo, dato che la capacità di capire al momento, e senza possibilità che venga ripetuta la frase, è alla base del gameplay.
Superando questi scogli è possibile godere di un titolo possibilmente impattante, sia come storia che come messaggio, ripercorrendo i passi di Eugene e scoprendo lentamente quanto la superficialità ci abbia reso ciechi.
Li vedi davvero?
Inizialmente sarete catapultati in un mondo strano pieno di animali parlanti, dove nulla sembra avere senso. Antichi recipienti dove il fuoco chiede delle foto come tributi, totem di animali con richieste, simboli indecifrabili e fin troppo simili tra loro, oltre a murali senza significato sparsi per l’ambiente. Nei panni di Eugene scatteremo foto a tutto ciò che catturerà la nostra attenzione. Alcune rimarranno tali, per pura estetica, mentre altre verranno accompagnate da una spiegazione e acquisiranno significato.
Nel taccuino potremo inserire le foto dove penseremo che abbia più senso, utilizzando le ceneri come moneta di scambio. Questo procedimento sarà duro e complesso, in quanto queste potranno essere messe su qualunque pagina, anche più volte, duplicandosi, fino a che non uscirà fuori una descrizione e un significato dati dal protagonista una volta effettuata la scelta corretta.
Gli animali incontrati parleranno con noi, dandoci molte informazioni, e ogni tanto Eugene deciderà di scriverle, ma queste saranno incomplete, dove le decisioni sulle stesse spetteranno al giocatore.
Attraverso risposte aperte, in maniera che ognuna abbia senso e sia attinente al personaggio, così da risultare impossibile capire quella corretta senza saperlo davvero, dovremo metterle tutte correttamente affinché il taccuino le accetti, cosa che a volte è quasi impossibile in alcune situazioni, come nel caso avessimo interrotto la partita per continuare il giorno successivo e non ricordassimo esattamente le conversazioni.
Poco a poco tutto inizia ad avere senso per Eugene e per il giocatore, al punto che ci verrà chiesto se riconosciamo in qualche modo le figure presenti. In quel momento, si aprirà una enorme lista di relazioni possibili, e dovremo scegliere quella corretta. La nostra decisione sarà definitiva e avrà impatto sul finale, dato che il gioco ci darà una sola possibilità per accertare la risposta. Spesso questo non sarà facile e ci porteremo questo sbaglio con noi, lasciando bassa la percentuale di completamento, oltre a mettere in evidenza la nostra mancanza di osservazione.
Questa decisione di gameplay mi ha personalmente ferito, in quanto con il passare delle ore mi sono sentito parecchio coinvolto nella trama e nei personaggi, e vedere come un solo sbaglio, una parola sfuggita o semplicemente la dimenticanza, possa penalizzare tanto il gameplay da impattare il finale, è stato quasi doloroso.
L’opportunità di redimersi
Nella mia esperienza, che comunque è durata una decina d’ore prendendomi tutto il tempo necessario, ho avuto difficoltà nel capire il gameplay e, nonostante i miei sforzi e un 75% o più di percentuale di comprensione, sono riuscito a sbloccare solamente il finale normale. A quel punto il titolo vi ripropone nuovamente di rifare l’esperienza rigiocando dei capitoli e tenendo alcune foto, perciò non posso dirvi se vi sia un finale più soddisfacente o meno, a questo punto sfidandovi a fare più di me al primo tentativo.
L’intera storia e narrazione mi hanno affascinato, ma le metafore non sono state semplici da comprendere, le fasi d’azione dove dovremo correre evitando ostacoli o scegliendo rapidamente la via corretta, sono forse più noiose che divertenti, e nonostante la bellezza nel capire il mondo e le persone che lo popolano, non sono rimasto soddisfatto dal finale, che poco ha chiarito sulla situazione e non è riuscito a dare quella sensazione di piacevolezza nel concludere una bella storia.
La meccanica delle foto è tediosa a lungo andare, spesso dovendo scattare qualunque oggetto nella speranza che proprio quello, nello specifico, sia rilevante e abbia dati da aggiungere al taccuino. Occorrerà pulire spesso le lenti, cambiare l’otturatore manualmente, così come gestire l’esposizione, nella maniera più vintage possibile. Spesso sarà quindi questione di tentativo ed errore, scattando anche cinque o sei volte la stessa foto fino a ottenere un buon risultato.
La decisione finale
Per recensire questo titolo ci ho messo più del solito, in quanto le mie sensazioni erano spesso ambivalenti. Prendendo in considerazione le prestazioni menzionate per Switch 2, il titolo è molto al di sotto degli standard offerti dalla console, e in maniera ingiustificata, visto che la resa visiva non è tale da penalizzare tanto il frame rate. Un po’ più di cura su questo aspetto avrebbe certamente cambiato il voto finale, almeno su questa piattaforma.
Localizzazione assente e ripetitività di gameplay, in un percorso comunque molto lineare. Non è un tipo di gioco che rifarei più volte solo per poter vedere un finale alternativo, ma non posso ignorare che mi ha lasciato qualcosa.
Una profondità nel modo in cui si analizza la vita, in cui ci si attacca alle persone, ai ricordi.
Il modo di vedere le nostre scelte e i nostri sbagli, provando a fermare il tempo. Tutto ciò mi ha dato da pensare, anche se la conclusione non è riuscita a dare una vera morale appropriata per il percorso svolto e lo sforzo effettuato dal giocatore.
Un titolo che, come lungometraggio anime, sarebbe a dir poco splendido, ma che si perde in performance e scelte di gameplay.
Riesce comunque a garantire uno splendido viaggio, riuscendo nello scopo finale di intrattenere e far pensare il giocatore, facendoci riflettere su quanto effettivamente prestiamo attenzione alle persone. Consigliato, ma non per tutti.