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Recensione Once Upon a Katamari

di: Simone Cantini

Lo avevo atteso da tempo, come conferma quanto avevo scritto l’ultima volta che mi ero scontrato con il Principe e il Re del Cosmo, e alla fine pare proprio che Bandai Namco mi abbia accontentato. Certo, c’è voluto un po’ di tempo prima che Once Upon a Katamari si premurasse di offrirci capitolo nuovo di zecca della serie partorita a suo tempo da Keita Takahashi, ma in fondo meglio tardi che mai, come recita un vecchio detto. Salutati (finalmente) i pur gradevoli e graditi remake di titoli che, in teoria, dovremmo conosce a menadito, è finalmente giunto il momento di tuffarsi in una avventura decisamente inedita che, pur non rinunciando alla consueta dose di follia, costruita attorno all’iconico ed inossidabile gameplay, non ha rinunciato a proporre qualche stuzzicante novità.

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A spasso nel tempo

Mettere ordine tra le proprie cose è un’operazione alquanto rischiosa, visto che al di là dell’ingente quantità di tempo che richiede, si corre il rischio di imbattersi in ricordi non sempre piacevoli, per non dire decisamente dolorosi. E se non lo sono per noi in prima persona, magari lo possono essere per chi ci sta attorno, come dimostra il pasticcio che Re del Cosmo combina nell’incipit di Once Upon a Katamari: tanto per cambiare, il pomposo e ciarliero sovrano ha visto bene di distruggere i pianeti del Sistema Solare, dopo aver messo le mani su di una misteriosa pergamena sbucata fuori da uno degli scatoloni che stava sistemando assieme alla sua famiglia. Ovviamente non sta a me sottolineare come spetterà al solito Principe correre in soccorso del suo bislacco genitore, viaggiando a ritroso nel tempo per recuperare i ricordi del presente distrutto e rimettere le cose a posto.

Surreale, lisergica, psichedelica, assurda e comicamente bislacca, la sceneggiatura è il solito pretesto utile a farci rotolare una quantità ingente di Katamari, da sparare nel cielo per trasformarli in corpi celesti una volta assorbiti i materiali necessari. Animata dalla follia tipicamente nipponica che da sempre contraddistingue la saga, si tratta semplicemente di una buffa cornice, che non stona assolutamente e che riuscirà sempre a strappare un sorriso per il modo in cui scorrerà sullo schermo: tutto nella norma, ma non è qua che il titolo Bandai Namco si gioca le carte migliori.

Piccole migliorie

Lo dico subito, Once Upon a Katamari è il gioco che tutti ci saremmo aspettati, con la solita palla da far rotolare e con la quale assorbire oggetti via via sempre più grandi, in un turbinio di situazioni improbabili e indubbiamente spassose. Quindi non aspettatevi di cambiare idea in merito a questa bizzarra IP grazie a questo nuovo capitolo. Pur giocando su terreni oramai conosciuti, l’avventura del Principe e dei suoi (quasi) infiniti cugini riesce comunque a spiazzare un pizzico anche i fan più incalliti, prevalentemente grazie ad una struttura decisamente più libera e meno prevedibile: ogni epoca che visiteremo ci proporrà sfide sempre varie, esulando talvolta dal semplice raggiungimento di dimensioni prestabilite entro il tempo indicato.

Riprendendo e ampliando concetti visti in passato, non mancheranno richieste indubbiamente più particolari, come la necessità di inglobare gli oggetti più costosi presente nell’area di gioco, far ingrassare l’eventuale personaggio demandato a sostituire il nostro appiccicoso Katamari, fino a dover partecipare ad una vera corsa all’oro. Si tratta di task che, pur non sconvolgendo le fondamenta ludiche della produzione, forniscono quel guizzo di follia inaspettata in grado di deviare gli automatismi al quale siamo stati abituati negli anni. A rendere più complicate le cose ci pensano anche le tre corone nascoste in ciascuno stage, valuta indispensabile per sbloccare di volta in volta i vari livelli più avanzati: magari qualcuno storcerà la bocca al cospetto di una simile forzatura, ma è innegabile come questo stop alla progressione automatica garantisca al tutto un benvenuto tasso di sfida aggiuntivo.

Non mancano anche alcune feature inedite, come la presenza di quattro power up che potranno essere scovati nei livelli, che ci permetteranno di aumentare la mobilità, di attirare automaticamente oggetti, fermare il tempo o scovare gli elementi nascosti: non si tratta di espedienti game changer, questo è chiaro, ed il loro impatto è decisamente marginale, ma si apprezza comunque lo sforzo. Pur non sconvolgendo, si apprezza anche la volontà di introdurre una modalità competitiva per quattro giocatori, sia online che offline, che pur snaturando il concept alla base di questa IP, può garantire qualche ora aggiuntiva in compagnia. Fermo restando come la componente in questione sia davvero striminzita e sin troppo essenziale.

La follia è nelle orecchie di chi ascolta

Il bello di Once Upon a Katamari, però, risiede come sempre nel suo comparto audiovisivo, che ci regala ancora una volta delle prestazioni fuori di testa. Gli scenari sono caratterizzati dalla consueta grafica squadrata e decisamente old school, ma che proprio per questo riesce ancora una volta a veicolare tutta la follia che è lecito aspettarsi. Tanto, in tal senso, fanno anche gli stage, dettagliatissimi e ricchi di piccole chicche in grado di fare la differenza, oltre che costruiti in maniera più dinamica e movimentata rispetto al passato. Si apprezza anche la presenza di un vero e proprio hub, la navicella in grado di viaggiare nel tempo, presso cui sarà possibile modificare l’aspetto dei nostri personaggi giocabili, rivedere i filmati e altro ancora.

La parte del leone, però, spetta sempre alla colonna sonora, ancora una volta in grado di colpire nel segno e lasciare un’impronta indelebile nelle orecchie di tutti i giocatori. I nuovi arrangiamenti ampliano con efficacia lo storico background della produzione, offrendo punti di vista sonori indubbiamente inediti ma sempre efficaci: tra brani swing, jazz, pop e chi più ne ha più ne metta, è davvero impossibile rimanere indifferenti al cospetto della soundtrack. E poi c’è quel tema iniziale canticchiato nel menu principale, il vero marchio di fabbrica della saga, che non ne vuole sapere di smettere di essere così dannatamente orecchiabile anche a distanza di decenni e generazioni hardware.

Once Upon a Katamari è esattamente ciò che i fan della saga stavano aspettando: un ritorno surreale, colorato e irresistibilmente strambo, che non tradisce le sue radici ma osa quel tanto che basta per rinfrescare la formula. Tra nuove sfide, piccoli power-up, una struttura più libera e una colonna sonora che resta incollata alle orecchie, il gioco riesce a divertire e sorprendere senza snaturarsi. Non è una rivoluzione, ma è una celebrazione riuscita di tutto ciò che rende Katamari unico. E in fondo, a volte, è proprio questo che serve: rotolare nel caos con un sorriso stampato in faccia.