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Recensione Myst

di: Simone Cantini

Quando Myst venne pubblicato per la prima volta, nell’oramai remotissimo 1993, onestamente non ci fu modo di incrociare il mouse con il suo affascinante mondo. Vuoi perché il Macintosh (piattaforma di debutto) era davvero poco diffuso in ambito gaming, vuoi perché in quel periodo, almeno per il sottoscritto, i punta e clicca non potevano che essere quelli targati Lucasfilm Games. Al massimo, proprio se fossi voluto andare oltre, avrei potuto spingermi sino alle latitudini di casa Sierra. Di riffa o di raffa, però, il prodotto firmato Cyan Worlds mi è sempre gravitato attorno, vuoi per amici superfan, vuoi perché con il tempo ne ho sbirciato più volte il gameplay grazie allo sbarco su svariate piattaforme. Ho dovuto però attendere la release per PSVR2 per poter vivere, per la prima volta e in primissima persona (letteralmente), questa ostica avventura: c’è voluto un po’, ma grazie a Myst VR sono riuscito a colmare questa imperdonabile lacuna del mio curriculum videoludico.

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Ritorno al passato

C’è un momento, in Myst VR, in cui ci si ritrova fermi sul molo, l’acqua immobile come un respiro trattenuto, e ci chiediamo se davvero si stia giocando a un remake del 1993 o ci si trovi catapultati dentro un ricordo che non sapevamo di avere. La VR fa questo: prende un classico e lo rende fisico, quasi intimo. E con Myst VR funziona particolarmente bene, perché è un gioco che vive di silenzi, di leve da tirare, di porte che si aprono con un rumore che sembra arrivare da un’altra epoca.

La versione VR del classico Cyan Worlds è una ricostruzione fedele, quasi devota, dell’originale. Il team non ha voluto reinventare nulla: l’isola è quella, gli enigmi sono quelli, così cervellotici, a volte spietati, spesso privi di qualsiasi aiuto esplicito. Eppure, grazie alla realtà virtuale, tutto sembra nuovo. Camminare tra i macchinari ottocenteschi, chinarsi per osservare un dettaglio, manipolare pannelli e meccanismi con le mani trasformano in maniera unica e differente l’esperienza, rendendola più vicino all’idea che il gioco aveva sempre suggerito ma che la tecnologia dell’epoca non poteva realizzare.

Bastone o carota?

Il fascino dato dall’ambientazione, per quanto staticissima ai tempi, resta uno dei punti di forza del titolo, ma dato che parliamo di un’avventura in cui il cervello viene messo a dura, durissima prova, è innegabile come il fulcro di tutto restino gli enigmi. E qua, piaccia o no, non si scappa: Myst VR resta sempre Myst. I puzzle sono intricati, spesso privi di indizi chiari, e richiedono osservazione, pazienza e richiederebbero un vetusto, sfacciatamente old school taccuino. E qui arriva uno dei problemi più evidenti di questa iterazione virtuale: non c’è un sistema integrato per prendere appunti in VR, elemento che costringe il giocatore a togliersi il visore o a inventarsi soluzioni creative. Un limite sorprendente per un gioco che vive letteralmente di numeri, simboli e annotazioni. Certo, si può ovviare catturando screenshot, ma di certo il gameplay mal si integra con il senso di immersione garantito dagli headset.

È questo il limite più macroscopico dell’operazione in questione che, per quanto a livello di pura atmosfera finisca per rendere ancor più palpabile la fascinazione garantita dall’impeccabile setting, finisce per scontrarsi con un gameplay che resta rigidamente figlio del suo tempo. Questo mette in evidenza anche lo stridente apporto dato dalle rinnovate possibilità di locomozione (libera o tramite teletrasporto), che per quanto riesca a far vivere appieno questo mondo così etereo, finisce per rendere giocoforza più compassato (e a tratti tedioso) il fisiologico spostarsi tra un luogo e l’altro richiesto dalla risoluzione degli enigmi. Che per la loro cervellotica e a tratti assolutamente controintuitiva natura, richiederanno un trial and error alquanto persistente: fare avanti indietro in un paio di click, come ai tempi, è sicuramente più funzionale della logica necessità di percorrere fisicamente questi spazi. La coperta resta indubbiamente corta: da una parte regala, dall’altra toglie.

Un passo alla volta

Può sembrare strano, in un momento videoludico in cui il fotorealismo interattivo tende a farla da padrone, ma nel 1993 le schermate statiche in alta definizione di Myst riuscirono a bucare letteralmente gli schermi. Pulizia e livello di dettaglio, uniti ad una direzione artistica magistrale, furono gli ingredienti di un successo visivo forse inaspettato, ma capace di cavalcare indenne lo scorrere del tempo. Ecco, allora, che modificare l’approccio trasformando il tutto in un mondo tridimensionale non poteva che essere un vero azzardo. Alla fine dei giochi, però, è innegabile come la scelta abbia pagato, restituendoci una reinterpretazione più moderna, ma assolutamente coerente ed immersiva dell’immaginario originale. Perdersi in luoghi e architetture inizialmente privi di effettiva profondità ha un fascino particolare, capace di rendere realmente tangibile quell’atmosfera un tempo delineata da una manciata di semplici pixel. Esplorare e perdersi, soprattutto per chi ha vissuto quegli anni, assumerà un particolarissimo e familiare fascino.

Certo, i cambiamenti in chiave moderna potrebbero far storcere la bocca ai puristi, come la sostituzione dei personaggi in FMV con modelli tridimensionali, ma non si può certo avere tutto. Resta comunque la possibilità di attivare i vecchi filmati, qualora si preferisca, ma anche di vivere l’avventura in maniera differente, scegliendo di abbandonare l’esperienza canonica del 1993 in favore di una randomizzazione dei puzzle. Onestamente non ne capisco il senso, vista l’importanza storica della produzione, ma è un plus, sicchè va bene così. Così come benvenuta è la possibilità di giocare il tutto anche in modalità flat, qualora foste sprovvisti del visore Sony.

Myst VR è un’esperienza che vive di atmosfera, memoria e meraviglia. Non è un remake perfetto, non è un gioco moderno, non è nemmeno particolarmente accessibile, ma è Myst come avrebbe sempre voluto essere: un’isola da esplorare in silenzio, un enigma gigantesco che ti avvolge, un viaggio che parla più alla tua curiosità che alla tua abilità. La forza di Myst VR, comunque, non sta nella grafica o nella modernità del gameplay (che rimane quello di un’avventura degli anni ’90), bensì nella capacità di trasformare un ricordo collettivo in un’esperienza nuova. Rivedere il faro, la biblioteca, le stanze segrete dei fratelli, tutto assume un peso diverso quando siamo dentro quei luoghi. È come tornare in un posto che hai visitato da bambino e scoprire che non era un sogno. Se amate i puzzle game, la VR contemplativa, o semplicemente siete curiosi di capire perché Myst è diventato un culto, questa versione è un passaggio obbligato. Non aspettatevi, però, di essere presi per mano: per i tour guidati dozzinali rivolgetevi altrove…